Il mare è sempre rosso (qualche volta è verde). Parte n. 7: Il mare è sempre rosso (qualche volta è verde).

Ogni tanto è bello perdersi in vaneggiamenti astrusi, come i meccanismi che ti inducono a intitolare così invece che cosà. Intitolare è “arte” (ma più facilmente paranoia quando non si sa che pesci prendere); si può cedere alla tentazione birbante di intestare ciò che hai scritto usando frasi chilometriche tipo film di Lina Wertmuller, o citazioni criptiche da film o libri di culto che puoi conoscere solo se “sei studiato” o molto curioso. Chi legge rischia di arrendersi di fronte a quella che rimane una formula misteriosa, la cui spiegazione è a cura di uno scemotto che guarda gigione intendendo “Io so e tu no e ti arrangi”. E poi si scopre che il titolo non ha senso, né è per forza idoneo a collegare un qualcosa che si è diviso in più parti; o magari ancora non punge vaghezza ad alcuno di occuparsi della faccenda.
Eccolo, l’unico elemento di raccordo. A vent’anni – riassunto delle puntate precedenti – vagavo per la città fantasticando non solo di scrivere qualcosa, anzi, abbastanza da riempire di tanto in tanto un quaderno scolastico o un blocco per appunti, ma anche – e ancora prima – sul titolo che avrei dato al risultato, cullandomi nella deriva dei criteri di cui sopra. Trovare le parole che fotografassero il momento creativo era proprio come fare il solletico al cervello, cui mi divertivo ad appiccicare post it per poi accartocciarli a breve distanza, quando tornavo alle cosiddette “cose serie”. Mi sorprendevo a rimuginare sui “graffiti” lasciati da chissà chi in giro, su qualunque superficie: ad esempio mi colpì un “babbo, ti prego, lotta per me” sulla poltrona di un treno interregionale. Un’altra idea l’avevano fornita i miei viaggi sui trasporti pubblici. Qualunque fosse l’orario, un misterioso disegno faceva sì che non salissi mai sui mezzi più lunghi, che servivano per i grandi carichi e percorrevano ogni volta la direzione opposta alla mia: quindi, come titolo, mi ballò a lungo in testa la frase “Riuscirò a salire su un autosnodato?”. Altre volte mi sarebbe piaciuto raggruppare ogni delirio a venire sotto la dicitura “Sottobicchieri”. Il barman te li allunga sempre; e anche se poi li ignori o ti limiti ad arraffarli a scopo collezione, loro vivono, in un modo o nell’altro.
Alla fine realizzavo che era inutile cercare di mettere il tetto a una casa ancora da costruire, e accantonavo la smania dei titoli, almeno momentaneamente. Proseguivo, e lo ripropongo qui idealmente, il tragitto cominciato nelle puntate precedenti: Rizzoli, Due Torri; a destra Via Castiglione e l’altro concentrato di poesia che è Piazza S. Stefano, ma io passavo oltre sciroppandomi tutta Via S. Vitale; una breve rispolverata alla mia vecchia strada che è pure l’ultima traversa prima della Porta, con le quattro o cinque trattorie incastrate in pochi civici, il trionfo dei dolci al cucchiaio e del bollito al carrello; poi dietrofront verso l’edicola aperta tutta la notte, quando veniva scoperto il comparto dedicato alle pubblicazioni “per educande”; e da lì a lasciarsi rapire dalla corrente di traffico dei viali – con il Centro che brulicava lontano, alle spalle – era un attimo.
Si è sempre detto, in passato, che di questa città i viali costituissero una sorta di termometro della vitalità, a seconda della quantità di traffico: in tal senso, gli autoctoni si vantavano del viavai di auto anche a mezzanotte, mica come in altri posti in cui a una cert’ora è tutto smorto. Sarà. Il traffico lo notavo anch’io, scarpinando a tarda sera, ma non è che dai finestrini delle macchine si vedesse gente sorridente con la boccia di spumante in mano. Sui marciapiedi del tratto “Filopanti” (e preciso al volo che i cognomi in cui incorrerete identificano, uno via l’altro, i pezzi di viale in cui transitiamo) c’era qualche busona internazionale, quello sì: mentre le oltrepassavo, le più educate cinguettavano un timido “ciao” di richiamo; altre più esplicite esponevano il loro manifesto programmatico  dicendo “vogliamo scopà”.  La parte fino a Porta San Donato, andata e ritorno, la percorrevo per dare corpo a un rituale collettivo che prevedeva, ogni volta che si passava un esame, un’ospitata in casa di amici in Via Paolo Fabbri (sì, quella del Maestrone) e una serata a base di zuppa del casale, della quale conservo un non gratissimo ricordo alimentare. Sul tratto Berti Pichat, invece, capitavo in tutto il resto della giornata, trovandosi lì uno dei distaccamenti delle aule universitarie. Andavamo già carichi del borsone pieno di vestimenti fetidi alla lezione del venerdì sera alle diciotto, l’ultima della settimana, dopo la quale ci si dirigeva in stazione, lontana un quarto d’ora circa di passeggiata. Durante quest’ultima, nel segmento “Masini”, avevo sempre la luce naturale alle spalle, cosicché mi trovavo ad essere, camminando, una meridiana in carne ed ossa. D’inverno la questione non si poneva per via del buio, ma quando iniziavo a proiettare davanti a me, sempre più lunga, la sghemba ombra di un grissino quale non ero mai stato, significava che era ormai primavera: svegliatevi bambini, che stan per finire le lezioni e tocca studiare. E se invece l’ombra non era ancora molto lunga, l’effetto meridiana svaniva per ricordarmi unicamente, guardando a terra, quanto mi fossi “intozzato”, o che era tempo di farsi sfoltire dal barbiere.
Qualcuno penserà che questo pappone insipido si concluda con un treno in partenza: mettiamo pure; ma subito prima dei titoli di coda c’è ancora una sequenza che si sviluppa proprio dalla stazione. Non abbiamo più deviato dai viali, se notate, e infatti ecco il tratto “Pietramellara”, che mi portava all’altro distaccamento universitario, il famigerato Bestial Market. A un certo punto del tragitto la mia vista, invece di essere distolta dalla decadente imponenza di Porta Lame, veniva calamitata da un anonimo muraglione grigio, anzi, su un preciso punto di esso, dove un genio ignoto, della schiera di coloro che per questo di norma io prenderei a scudisciate sui palmi delle mani, aveva lasciato un fecondo segno del proprio passaggio. Due piccole frasi con l’Uni Posca, una sopra all’altra. La prima: “Il mare è sempre rosso”; la seconda: “Qualche volta è verde”, entrambe del rispettivo colore a cui si riferivano. Attorno, a corredo del concetto, schizzi di inchiostro ondulati. Mi ci soffermavo mentre nelle pupille andavano formandosi grossi punti interrogativi: sembravo Alberto Sordi alla Biennale di Venezia, nell’episodio delle vacanze intelligenti. Sopraffatto dall’ignoranza e dall’impossibilità di stabilire se si trattasse di un estratto di poesia o canzone o qualsivoglia opera d’arte molto famosa, concludevo che potevo comunque sfruttarlo come titolo. Ma titolo di che? Di qualcosa che non c’era, s’intende. Proprio come il mare in quella città.

E dunque, alla buon’ora, fine.

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