Giro morto

Era una delle prime esperienze in cui il piccolo Laerte aveva imparato da sua madre come cavarsela da solo. Giusto pochi giorni prima, il volto di lei ancora sorvegliava paziente e angelico tutta la sequenza di gesti all’inizio un po’ farraginosi, ma pian piano resi automatici dalla pratica e dalla memoria, finché Laerte aveva ricevuto complimenti che non ricordava così sentiti dal pomeriggio in cui era riuscito a comporre un intero numero sul telefono fisso di casa. Ora si sentiva pronto per il nuovo traguardo: sotto una pioviggine inconsueta per quegli ultimi giorni di maggio, cercava di ricostruire le istruzioni materne; intreccia i due lacci, stringi forte, piegane uno in due, attorcigliagli attorno l’altro, che poi infilerai sotto estraendone la parte che sporge…e hai finito! ne otterrai una specie di fiocco, e devi tirarne le estremità perché la scarpa aderisca bene al piede. Sì, la procedura era la consueta; il problema, forse, era che non gliel’avevano illustrata tutta; ma cosa pretendeva, un’appendice sulla maniera di togliersi una Bull Boys? Eppure, il risultato del sortilegio era visibile ai suoi piedi; e non era quest’ultimo in sé, quanto il fatto che si presentasse a sorpresa, senza il conforto della statistica, a inquietare Laerte. Un fosco presagio gli appesantiva le dita proprio mentre il laccio correva via; ne seguivano la consapevolezza di aver tirato quello sbagliato e la frustrazione di non riuscire a rimediare in tempo. E ora, infatti, a congiungere i due lacci c’era come un grumo che solo un occhio superficiale avrebbe giudicato minuscolo e insignificante. Aguzzando la vista, non appariva semplicemente un nodo. Le fibre si erano intrecciate al punto da comporre quasi un’opera d’arte: il cesello di un artista pazzo. Laerte non era ancora in condizione di imparare la sequenza dei nomi buffi che aveva visto sul manuale di suo fratello, già lupetto esperto: gassa d’amante, bocca di lupo, carrick, giro morto…ne aveva memorizzato solo le figure, e sembrava fossero comparse tutte assieme in pochi millimetri sulla sua scarpa. Non c’erano falangi piccole abbastanza per districare quella matassa; e neanche rendere lasso un lembo di laccio fino a liberarlo, tra sbuffi e dolori, era una soluzione…si usciva da un labirinto per poi ritrovarsi in un altro, più ampio ma anche più angusto. Niente da fare: cercando di intervenire in qualunque modo, Laerte avrebbe soltanto rovinato la perfezione di un tal intarsio, che in ogni caso non poteva restare eterno. Come gli era già capitato di fare, con l’orgoglio di chi ha lottato ma non vuole palesare la propria sconfitta, rientrò in casa, si tolse le scarpe, lasciò quella prigioniera dell’incantesimo in bella vista nella sua cameretta, al centro del pavimento; e andò via dicendo a sé stesso: speriamo succeda anche stavolta.
E successe. Nella tarda serata si riaffacciò e la ritrovò nello stesso posto, ma con i lacci di nuovo lunghi, certo un po’ provati, ma dispiegati sul parquet: come per intervento di una mano, guarda un po’, “paziente e angelica”, come il viso di qualcuno di sua conoscenza.
“Mah”, si strinse nelle spalle Laerte.
Del resto, a un sortilegio da scacciare, non può che opporsene un altro.

Annunci

5 pensieri su “Giro morto

  1. Pregevole! A parte il fatto che il pezzo è scritto molto bene, mi incuriosisce e mi colpisce sempre – ed è una piacevole, confortante meraviglia – come, con sensibilità (e buoni mezzi a disposizione – qualcuno direbbe una matita ben temperata…) si possa fare di un dettaglio apparentemente insignificante, di un episodio quotidiano rifugiato in un angolo della memoria o dell’immaginazione, un lavoro fatto e finito, di uno schioccare di dita una breve sinfonia.

    Liked by 3 people

  2. Grazie Paolo…potremmo chiamarla “cucina povera”, nel senso buono dell’espressione: particolari, ricordi, immaginazione, più qualcosa che amalgami il tutto; ed ecco servito il piatto. Ma in piccole dosi: almeno non ci si strozza 😉

    Liked by 3 people

  3. Altro che cucina povera! Cucina ricchissima. L’avevo già letto e oggi l’ho rigustato. Sai come la penso sulla tua penna. Non te lo ridico sennò finisco per passare per un’adulatrice. Buona domenica. 🙂

    Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...