La ballata di Marty Conlon

(Post elitario, ne convengo. Ma era da un po’ che non mi divertivo a ballare sul confine sportivo; e del resto qualcuno pronto a correggere le mie castronerie potrà sempre saltar fuori, com’è successo per “Enichem”).

Tu non ricordi…no, non la casa dei doganieri. Per carità, Domine non sum dignus, anche se come fare senza l’Eugenio non saprei proprio.
Dicevo: tu non ricordi Marty Conlon, vero?
Anche se il suo nome da alla fantasia, e pronunciandolo ti pare di sentire rumore di cazzotti e vetri schiantati sulle note di un piano da saloon, lui non era un pistolero né un cercatore d’oro del Klondike.
Ora, non vorrei perdermi nell’esegesi del tiro libero neanche fossi un De Gregori alle prese con il rigore nel calcio, che poi non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore, e a ben vedere in quel brano il penalty – anche se posto nel ritornello – ha un’importanza relativa. Tiro libero e rigore, sono due fattispecie diverse. Può sembrare integrino entrambe il concetto di “sliding door”, ovvero “se fosse andata così invece che cosà, la partita sarebbe finita diversamente”; ma escluderei ogni analogia in tal senso già in partenza. Un rigore sbagliato o trasformato può pesare, eccome, in un incontro che per il resto è consistito in un moscio zero-a-zero.. Nel basket, invece, dove non si gioca per il pareggio ed è raro che le emozioni manchino anche negli spettacoli sportivamente più indegni, il tiro libero è solo uno dei tanti fattori in grado di “girare” una partita prima a favore di una squadra e subito dopo dell’altra, anche negli scontri punto-a-punto. Seconda differenza: in occasione del rigore non si è soli; e non parlo ovviamente delle migliaia di paia d’occhi tutt’attorno al campo, ma della persona che ha di fronte colui che tira o colui che deve parare, a seconda dei punti di vista, con il gioco di sguardi in stile film di Sergio Leone (e l’argomento western torna sempre a sostegno, chissà mai perché) a corredo. Nel tiro libero, di contro, l’avversario è fatto di ferro, di plexiglas e di sfilacci di cotone penduli e intrecciati, anche se solo per i pochi secondi in cui il cronometro è fermo. Si farnetica che le percentuali di successo di certi tiratori aumenterebbero se ci fosse un avversario a muovere le mani a pochi passi dalla lunetta, come se si trattasse di una normale azione di gioco; è la stessa ipotesi secondo cui certi specialisti delle punizioni, nel calcio, non sarebbero così efficaci se per caso gli si togliesse la barriera davanti, in area. Ma insomma, nel basket le capacità di “straniamento” rispetto al resto del mondo sono fondamentali. Il tiratore, per meglio concentrarsi, potrebbe cercare di immaginarsi il palazzetto vuoto, sia che si tratti di quello di casa, sia di un campo “esterno”. Ma i più abili e sfrontati, invece, quasi si beano degli ululati della curva avversaria dietro il tabellone: ne traggono una carica insospettabile. Emblematico al proposito un vecchio spot di una marca di abbigliamento sportivo in cui un giocatore, dovendosi allenare ai tiri liberi all’interno di una struttura deserta e buia, si munisce di stereo, lo alza al massimo e fa partire un nastro con sopra registrate immani bordate di fischi. Dopodichè lui tira, ma la “poesia pubblicitaria” prevede che la visione dell’esito ci sia impedita, restando la telecamera sull’atleta con una mano sospesa in alto nella classica posa: polso “spezzato” e il dorso leggermente proteso dopo aver lasciato andare il pallone, mentre gli occhi quasi si nutrono della traiettoria che va tracciandosi in volo, neanche si trattasse di un Caravaggio apparso a mezz’aria nel palazzetto. L’infatuazione più effimera, e a volte atroce.
Tirare un libero è come essere alle prese con la poesiola di Natale davanti ai parenti. Conta sì il risultato finale, ovvero rispettivamente mandare la palla nel cesto e declamare l’ultimo verso fino in fondo, così da ottenere in entrambi i casi gli applausi, magari caritatevoli, tributati dagli astanti. Ma dà più gusto soffermarsi su tutto quel che avviene prima. Allo stesso modo in cui la poesiola si può recitare in piedi, seduti, a testa giù, nudi, a due o a cento all’ora, tanto al finale si arriva comunque, vastissimo è il campo delle scelte a disposizione dell’essere umano che voglia rendersi ridicolo tirando un libero, roba che al confronto la modalità dei primordi – cioè il lancio a due mani con spinta dal basso, più o meno dai lacci delle scarpe – è una bazzecola. E’ stato detto mille volte, perfino nel corso di una medesima partita, come il metodo più indicato sia anche quello più scarno, che prevede un paio di palleggi al massimo, poi una pausa di pochi istanti per coordinare il corpo dalla punta dei piedi alla testa, e infine una frustata secca di polso, senza prendere la mira in eterno né pensarci troppo, badando soltanto (ecco il lato psicologico della faccenda) di “vedere” la traiettoria giusta di tiro prima che la boccia parta dalle mani. L’ultimo grande interprete di quest’arte, per me, è senza dubbio Antoine Rigaudeu, che adornava la metodica di cui sopra con un particolare: l’inclinazione del collo di lato; lieve difetto fisico con cui conviveva anche fuori dal campo, a dire il vero, ma che si acuiva durante le partite (e dunque anche prima dei tiri), rendendo adorabile il suo già grandioso stile. Per me, a cavallo degli anni Novanta e Zero, Antoine è stato quanto di più vicino all’infallibilità in fatto di liberi, e gli avversari lo sapevano. Quando a cimentarsi era lui, cominciava a formarsi una curiosa torma di gente dietro il canestro che, dopo pochi istanti, guardacaso! prendeva a muoversi. Il giocatore medio, allora, cos’avrebbe fatto? Avrebbe avvertito la mamma (l’arbitro) che dei bimbi dispettosi stavano brigando per farlo sbagliare. Non Antoine. Prendeva atto, si sarebbe detto, alzando appena un sopracciglio. E nonostante il tabellone risentisse pesantemente di fenomeni tellurici fasulli, lui infilava il pallone dritto nell’anello, senza fargli nemmeno sfiorare il ferro traballante. In pratica, era capace di calcolare in anticipo, assecondandola, l’oscillazione della struttura: uno sberleffo alle leggi della fisica. Seguivano momenti di sconfortato gelo, come a dire: rien a faire. In Italia, membri di questo club esclusivo erano anche, senza andare troppo in là, Carlton Myers e Vincenzo Esposito; ma distanziati.
Epperò talvolta gli artisti sono messi in ombra dagli imbrattacroste. Non mi riferisco a gente pur pluripremiata come O’Neal, sul quale gli avversari commettevano serie insistite di falli appositamente per farlo “esibire” ai tiri liberi (non vi eccelleva, ma col tempo ha imparato a destreggiarcisi meglio di altri più agili di lui). Sconcertano piuttosto coloro che, come toccati da torpedine sulla linea della carità, sentono di dover improvvisare e affinare un proprio stile. E gli obbrobri si sprecano.
Che il peggio sia alle viste è intuibile già dalla posizione che di solito assume il culo del tiratore palla-in-mano prima del gran cimento: quasi a contatto col parquet. Lo sguardo, poi, si inebetisce in direzione dell’anello, come se nel frattempo nell’aria si diffondesse un poema in esperanto. Qui entrava in gioco – e vi entra tuttora, nei nostri cuori – Marty Conlon. Marty, il classico americanone bianco di sangue irlandese, arrivò in Italia dai Boston Celtics nel corso del 1997, e non aggiungo di certo l’espressione “in tutto il suo splendore” perché a me ha sempre ricordato un ocarotto molto simile a CicciodiNonnaPapera. In quell’anno arrivò a giocare non più di una decina di partite di campionato, probabilmente anche grazie al formidabile contributo con cui “onorava” le nostre lunette. Non credo, in realtà, che queste ultime abbiano mai subito profanazioni peggiori di quelle perpetrate da Conlon. Il suo culo e il suo sguardo si adeguavano al copione sopra descritto, con l’unica variante aggiuntiva delle gambe, tenute larghe nel “caricamento”, come se dovesse espellere un uovo. Ma pur con tutto questo, erano le braccia a fare la differenza. Marty infatti, nel reggere il pallone, teneva un gomito puntato all’esterno, come se stesse facendo un solitario tagliafuori rasoterra, mentre il popolo attorno non aveva nemmeno la forza di guardarlo o chiedersi inutilità come “ma perché?”. Così raccolto,  Marty faceva partire il tiro slanciandosi in un modo per lui del tutto naturale, ma il resto del mondo aveva la sensazione di assistere a qualcosa di simile al getto del peso: uno spettacolo tale da oscurare il seguito di quell’esibizione, rilevante “solo” a freddi fini statistici. Tanto vale quindi tornare a seguire, concludendolo, il copione che ancora vale per tutti gli eroi di questa sghemba ballata.
L’improvviso scatto di braccia e mani è paragonabile all’apparizione di San Pietro sulla traversa nella fantozziana partita scapoli-ammogliati: fa capire che la tragedia sta per finire, sì, ma dev’essere ancora inflitto l’ultimo supplizio…lo schianto sul ferro. Prima che accada, al pallone è impressa un’impietosa traiettoria tesa e senza parabola, al pari dei voli di certi fagiani. Quanto al rumore, non penso abbia pari in natura. E’ quello delle preghiere che si infrangono a terra tutte insieme, dopo che il tuo dio le ha sputate giù senza nemmeno sentirle.

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2 pensieri su “La ballata di Marty Conlon

  1. che post, mi sono divertita!
    Scrittura musicale la tua, bella.
    Peccato che questo stramaledetto lettore wordpress non mi segnali l’uscita dei tuoi post.. da un pezzo.

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  2. Ti ringrazio… anche se preferirei essere capace dei tuoi affreschi padani (ma no, meglio che tu resti unica in questo 😉 ). Quanto al lettore wordpress, beh, fatti viva quando vuoi, lascio la porta socchiusa…

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