Mangiafuoco (se la Terra fosse piatta)

Tu non ricordi nemmeno Mangiafuoco, vero? No, non quello di Collodi.

Ce lo insegnarono amaramente i cartelloni con i planisferi, sulle pareti delle aule di scuola: la Terra è in realtà schiacciata ai poli, tozza; il mondo non è la bella sfera liscia e smerigliata che ogni tanto la TV ci propina. Ancor meglio sarebbe stato vivere su una Terra piatta. Su una Terra piatta si troverebbe un modo – non chiedetemi quale – di riconoscere, gustare fino in fondo e far durare i rari momenti di felicità che incrociano il nostro percorso. Se la Terra fosse piatta, vi regnerebbero coloro che sono capaci di provocarci questo inafferrabile e indefinibile senso di scintillio interiore; e invece. Se la Terra fosse piatta, non parleremmo di Conrad McRae solo nei tetri giorni del gennaio da poco trascorso, il suo mese di nascita: ci riuniremmo più spesso attorno a un fuocherello crepitante a ricordare i motivi per cui, quel remoto anno, rappresentasse probabilmente l’unico motivo per pagare un biglietto e vedere una partita; o il modo in cui la folla guardasse sì l’incontro, ma trepidando in attesa delle stramberie che quel tiramolla americano piombato dalla Turchia era in grado di perpetrare. E quando esplodevano sul campo, chissenefregava del risultato, l’importante era esternare stupore e far gonfiare le vene del collo, in grata estasi di fronte a quei bagliori improvvisi che squarciavano serate domenicali per il resto scialbe (si sa, come recita il titolo del tal libro: il lunedì arriva la domenica pomeriggio). Per capirci, parliamo di uno che animava le gare di schiacciate maneggiando un pallone in fiamme (non guardatemi in quel modo, esistono filmati che lo ritraggono intento a spalmarne la superficie con una specie di cera e poi conciarlo nella brutale maniera di Hendrix alle prese con la Stratocaster sul palco di Monterey: stesso balletto in bilico tra amore e distruzione di ciò che si ama; e se vi chiedete quale strano incantesimo impedisse l’esplosione della camera d’aria, beh, domanda legittima, ma forse state considerando la faccenda dal punto di vista meno idoneo). Così nacque “Mangiafuoco”; facile intuire cosa fosse in grado di combinare in partita, quando invece la palla restava dolorosamente “spenta”. Ma da Roma a New York “nun ce vonno cinque minuti”, come invece sosteneva Gianni Livore, l’indimenticabile complottista ante litteram di Corrado Guzzanti. Conrad McRae doveva esaltare a tutti i costi, qualunque fosse il punteggio. La specialità – non che ne vantasse poi altre, a dire il vero, ma sarebbe sempre il punto di vista meno idoneo di cui sopra – era l’elevazione con relativa schiacciata: da fermo o in movimento non contava, visto che gradiva in ogni caso levitare fino a potersi sporgere con la testa dentro il canestro. Difficile sedurre così i suoi compatrioti, già abituati agli analoghi numeri del barnum cestistico a stellestrisce: dovevamo quindi essere noi a correre in suo soccorso. Lui, in ricompensa, sembrava proprio si proponesse di lasciar intendere: cari europei, voglio esaltarvi come dico io. Sempre per il discorso degli illusori cinque minuti tra Roma e New York, in Italia Conrad era sì adorato, e concorse a far primeggiare la Bologna meno premiata e più incline al piagnisteo e alla mitizzazione dei Signori Nessuno; ma vi rimase una stagione sola, quando arrivò a giocarsi la finale eppure una banda di (in confronto a lui) grigi, noiosoni e inquadrati trevigiani gli sconvolse i piani di gloria. In partita, dopo aver affondato mani e braccia lassù nel ferro, usava scendere a godersi gli ululati dei terrestri e si produceva in mosse di kung-fu sbraitando al pari di Bruce Lee nel film in cui sgomberava con le cattive maniere un palazzo intero dagli inquilini energumeni, salendo piano dopo piano; ma ecco che mentre il mattocchio così si atteggiava, prigioniero del suo ruolo, spesso dando le spalle al campo, gli avversari avevano già raccolto il pallone per poi approfittare in volata di una scontata superiorità numerica, cinque contro quattro. In sostanza, se la Terra fosse piatta, Conrad McRae avrebbe piantato le tende qui da noi e anche vinto qualcosa; invece continuò a peregrinare, sempre perseguitato da coach e spettatori barbosi che dicevano: “Dopo aver segnato può sparare tutti i caini che vuole (ok, solo a Bologna i ‘caini’ sono gli strilli acuti simili a latrati – n.d.s.), ma sempre due punti sono, eh”. E soprattutto: magari non da invincibile, ma ci sarebbe almeno sopravvissuto, su questo pianeta. Che invece, piatto o tondo che sia, dal 2000 gira senza i battiti del suo cuore sghembo.

Se vi va:
https://www.youtube.com/watch?v=RBg4qJwxPjQ

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