Puvrazi

(Non v’inganni il titolo: non significa “poveracci”).

Quando più o meno a metà della serata si appalesa allo stesso modo delle minuscole creature dell’oscurità, quelle cioè che strisciano sui muri ma non le noti finché una luce improvvisa non ne rivela al mondo il brulicare, ti accorgi che Zvan è davvero simile a un insetto, seppure buffo, come disegnato apposta per apparire nei cartoni dell’Ape Maia. Dalla testa scarmigliata ti aspetti debba spuntare un paio di antenne da un momento all’altro; gli occhi, pallati di loro, finiscono per stravolgersi del tutto dietro le lenti spesse che li schermano; e la sua gobba ha assunto le fattezze di una corazza, ormai così spessa che se lui cadesse per terra di schiena ci dondolerebbe sopra suo malgrado e gli sarebbe quasi impossibile rialzarsi da solo. Zvan, altra analogia entomologica, si muove davvero rasente alle mura del suo microcosmo in Piazza San Gregorio; e se apre bocca di solito è un brutto segno, vuol dire che sta per rispondere agli indelicati approcci altrui: allora non parla ma ruggisce all’interlocutore come una belva ferita: “lasciami stare!” oppure “non mi toccare!”. In fondo ci ha pure ragione, Zvan: perché mai prenderlo di mira solo perché il suo sembiante non lo farà mai entrare in alta società? (Non che vi ambisca, s’intende).
Ultimamente Zvan è noto per aver affinato la dote di capire quando un tavolo del locale sta per liberarsi: allora aspetta, lo sorveglia, e non appena gli avventori se ne vanno lui si fionda sui bicchieri abbandonati per buttarsene nel gozzo le poche gocce rimaste, approfittando della calca del fine settimana; ma solo se si tratta di alcool. Altre volte si fa più coraggioso: anche se il bicchiere ce l’hai ancora in mano e non devi che scolarne l’ultimo sorso, Zvan ti si avvicina, abbandona ogni pudore e chiede se all’incombente può provvedere lui. Tutti fenomeni su cui i gestori del suo locale prediletto, che è anche il mio, chiudono praticamente un occhio e mezzo.
Un paio di notti fa stazionavo nei pressi del bancone, ho sentito le fittizie antenne di Zvan puntate addosso ma il mio boccale era troppo pieno perché glielo lasciassi bere tutto d’un fiato. Lui ha capito, con un inedito e delicato soffio di voce mi ha chiesto “Mi fai un favore?” e io mi son lasciato irretire dal quesito perché Zvan avrebbe sì bisogno di tutto, ma se glielo portassi di tua iniziativa lo rifiuterebbe e striscerebbe via sopraffatto dalla diffidenza. Ho allungato un orecchio e mi son sentito domandare “mi offri una birra piccola?”. Ovviamente era incoraggiato dalla memoria visiva con cui altre volte aveva registrato la mia presenza in quei pochi metri quadri. Per questo l’ho accontentato, ma anche perché siam buoni tutti a proclamare che la birra (come lo sport) eleva, nobilita e affratella: bisogna saper mettere in pratica il principio, e con chiunque. Ho raggiunto gli spillatori ordinando forte altre due Keller, “una media per me e una piccola per Zvan!”, che a questa mia mossa però ha reagito con una strana contrarietà. “No, no” si è opposto, “Non dirglielo che è per me: non la faranno!”. Beh, io tendo a non usare repliche spavalde, che in bocca a me suonerebbero soltanto ridicole; ma nell’occasione non ho potuto trattenermi dal dire a Zvan: “scommetti che se gliela chiedo io te la danno?”. Ho dovuto indicargli più volte il bicchiere ricolmo già pronto alle sue spalle, malfidato che non era altro; ma insomma, avevo ragione. Lui l’ha afferrato, nella schiuma ha tuffato il naso e forse anche bagnato la punta delle antenne fittizie, ha roteato un momento gli occhi ed è sparito per andare a strisciare lungo un altro muro e magari rintanarcisi, in una crepa dove ripararsi da quegli altri esseri complicati e anche loro brulicanti, ma in modo più chiassoso e disordinato.
Poi c’è Fofò, ce l’ho proprio davanti. Lo noto quasi accartocciarsi sul suo dolore, gli avambracci sul bancone e alle prese col sambuchino delle tre e mezza (del mattino): e realizzo anche in questo caso di non sapere da dove spunti questo siculo dal baffo scarmigliato, folletto senza età, squinternato e saettante. Nei primi tempi l’avevo  visto entrare di tanto in tanto nel bar a restituire ai ragazzi i bicchieri a loro sfuggiti perché incivilmente abbandonati dappertutto nella piazza, dai tavolini degli altri locali ai piedi delle vetrine dei negozietti di antiquariato fin sulle soglie dei portoni dei palazzi. Per questo, all’inizio, avevo pensato che Fofò fosse alle dipendenze di un pub concorrente, e che solo per spirito di buon vicinato riportasse al mittente i vuoti altrui. Invece no, lui è un’altra creatura che dal nulla viene e che nel nulla ritorna alla fine della nottata. Vero è che Fofò è l’emblema della costanza e ingegnosità: senza invito di nessuno si è inventato raccoglitore generico di bicchieri; poi, vista la perseveranza, il locale dirimpettaio del mio bar l’ha di fatto promosso quale supervisore di parte dello spazio esterno, perché in Piazza San Gregorio la gestione dei tavolini all’aperto è divisa in tre zone, tante quante sono i pub che se le spartiscono. Fofò schizza silenzioso dal suo pianeta in bicicletta, la lega in un angolo, inizia il suo lavoro dalla raccolta e restituzione dei bicchieri, poi – verso la fine – passa alla sistemazione e al riordino dei tavolini di competenza. Questi sono diversi da un pub all’altro, ma non essendoci delimitazioni precise può capitare che i non avvezzi si siedano nello spazio di uno usando la sedia di un altro. E’ la prima occasione d’intervento di Fofò, che nel frattempo ha già fatto sloggiare il malcapitato, invitandolo a trovarsi la seggiola giusta: cosa, questa, inconcepibile per chi viene da fuori, vede i tavolini non separati da alcuna demarcazione e pensa non faccia differenza alcuna se prende da sedere da lì piuttosto che laggiù.
Fofò, come detto, non è meno indaffarato a nottata inoltrata, quando il grosso della gente lascia il campo di battaglia in disordine: i tavoli fuori posto, le cartacce per terra tra le sedie spostate alla rinfusa, e così via. Dopo aver spazzato tutto lo spazzabile, li rassetta e sistema con preciso ordine geometrico; recupera le seggiole giuste e le assicura alle gambe dei tavolini con un unico di giro di catena e lucchetto. Non dico che è uno scenario da sala di un hotel prima della colazione, ma quasi. Tanta efficienza quasi maniacale trova il proprio rovescio nelle maniere di Fofò, che per portare a termine il suo compito (peraltro assegnatogli ufficialmente da nessuno) non esita ad allontanare in modo piuttosto spiccio chiunque, anche solo sostando nel suo raggio d’azione, gli ostacoli il lavoro. Quando fa così ricorda un po’ il matto che nel “Nuovo Cinema Paradiso” di Tornatore si aggira per la piazza del paese gridando “E’ mia! Devo chiuderla, andate via!”. Io gli auguro tutto il bene, a Fofò: in giro c’è gente che porta rancore e tende agguati per motivi più futili di questo, figuriamoci.
Adesso sono quasi le quattro del mattino, e al bancone del mio bar siamo praticamente rimasti io e lui. E’ l’ora in cui il barista di turno, una volta guadagnato il massimo dello spazio vitale, mette in funzione per noi intimi il lettore MP3 che diffonde solo musica italiana, un po’ di tutte le ere e di tutti i generi. La funzione “shuffle” ha pescato “Impressioni di Settembre”, Fofò è lì col suo sambuchino (perchè servito nel bicchierino in cui si versano le dosi minime di superalcolico: come lo chiamate voi altri? Chupito, shottino, cos’altro?) e assume un’aria sognante, visibilmente apprezzando: solo che poi se ne esce con la maronata. “Questa”, mi dice infatti “non è una versione cantata da Augusto…”. Credo di non aver capito bene, tanto che lui addirittura lo ripete. Così mi costringe a fare il saputo e a rispondere: “Guarda che questa è la PFM”. Fofò mi guarda e tace a bocca semiaperta, realizzando. E dopo aver aggiunto: “Come ho potuto sbagliarmi? Non è da me, no, non è da me”, d’improvviso s’intristisce, quasi accartocciandosi, come ho detto prima, sul dolore che pian piano gli ha invaso il petto dopo avergli deformato i lineamenti. “Proprio io” prosegue “che sono andato a sentirli dal vivo scappando di casa, dalla Sicilia, chè mio padre non voleva…loro e i gentolgiàiant…”. Dato l’orario, non ho la sensibilità di farmi adeguatamente trascinare dai suoi ricordi: con un occhio lo guardo appallottolare, biglietto dopo biglietto, con metodo, il mucchio di volantini che sponsorizzano la prossima festa in collina in cui eserciti di adolescenti faranno scempio di sé; ma con l’altro sto slumando, sullo sfondo, una mademoiselle attraversata da sospiri e logore aspettative che finiscono per far apparire bellissime anche le più sfiduciate. Scusa, Fofò, ma ti abbandono. Tanto, dalla diligenza con cui torturi quei foglietti sempre perso sulla tua nuvoletta, dell’opera pare proprio non potersi intravedere una fine, neanche lontanamente.

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