L’ultimo dei simpatici (un siparietto)

Oh! Scusate, non vi avevo sentito entrare. ‘comodatevi. Gradite un cordiale?
Nei momenti di disorientamento (seral-notturni, figuriamoci) capita di cercare una spiegazione davvero idonea a far luce sui meccanismi che, nel corso degli anni, mi hanno indotto a ritagliare degli spazi on line, compreso quello che leggete, a mio uso e trastullo. Il “davvero” dovrebbe dare l’idea di quanto la risposta “Quassù puoi uggiolare all’infinito le tue baggianate alla luna, ovvio!” sia, seppur vera, fuorviante; comunque non se ne cava granché. A forza di rimuginare, paradossalmente, possono venire in mente soluzioni a misteri ancora più reconditi, come la primissima ispirazione a “imbrattare” per i fatti miei.
Da ragazzo, e da ragazzino meglio non dire, ero un tipaccio, destinato a non rimanere nei ricordi scolastici di alcuno. Pochi erano gli amici, e quei pochi dovevano pure ritrarsi quando decidevo di chiudermi a riccio e mostrare gli aculei. Gli sguardi delle ragazze, sempre in grado di trasformarsi in bocche di cannone pronte a far fuoco nella mia direzione. Mai praticato sport, mai suonato strumenti, mai saputo disegnare. Così decisi che dovevo verificare se fossi in grado di sprecare inchiostro; ma mica per qualcuno in particolare (anche se allora non si faceva mai niente se non per piacere agli altri, e chissà se oggi – ma non credo poi molto – la situazione sia cambiata). Così, per me.
Aprii una delle agende che le case farmaceutiche regalavano a mio babbo e presi a buttarci sopra ogni singola fesseria che mi passasse per la testa, solo in seguito realizzando di non aver scelto pagine casuali. Sponsorizzata da un’associazione contro la psoriasi, la sventurata agenda era piena di dotte citazioni sul tema dell’imperfezione. All’inizio di ogni mese si trovava stampato un messaggio di una ventina di righe sempre diverso, ma il concetto ivi espresso era uno solo: tu, uomo, non sei perfetto, non lo sei mai stato, mai lo sarai; accettati per quel che vali. Era la base per partire, ma non esattamente la scintilla primigenia, sulla cui origine devo ancora completare la spiegazione.
Quando i fogli davanti alla mia faccia erano solo a protocollo per temi e versioni, alcune amiche di scuola ogni tanto stilavano una classifica riguardante noi cinque maschietti-maschioni della classe. C’erano varie graduatorie: fisico, occhi, voce, modo di vestire, eccetera. Non ricordo i miei piazzamenti, tranne uno. Alla voce “simpatia”, a loro insindacabile giudizio, risultavo ultimo. Quinto su cinque. (Per consolarmi, le ragazze inventarono di sfuggita un’ulteriore categoria in cui mi distinguevo: le labbra, che dio solo sa quanto avrei voluto sottili). Ecco, questa fu la molla. Mi immaginavo a chiedere alle mie giudicanti se fossi DAVVERO così antipatico. Non mi spinsi mai a un tale passo, ma quelle avrebbero di sicuro indorato la pillola e risposto: “Tu? Oh, ma no, non è così, hai equivocato. Sei solo l’ultimo dei simpatici, il che è diverso”. Oltre che peggio, avrei commentato io. Fui tentato addirittura di aggiungere al mio nome quest’espressione – l’ultimo dei simpatici – ogni volta che mi avessero presentato a qualcuno. Ci rinunciai, sapendo bene che ad ogni modo altre persone mi trovavano antipatico tout court, senza i giri di parole delle amiche di cui sopra.
Come andò a finire. Dal mio trattamento, il taccuino uscì non benissimo: brutto quanto volete, ma teneramente brutto, come poteva esserlo uno di quei volti un po’ brufolosi o già lievemente baffuti che i ragazzini sfoggiavano anni fa, e a cui invece oggi pongono prematuramente rimedio i grandi esteti di turno, come se si trattasse di un marchio infamante da eliminare al più presto a pena di morte sociale; sai mai chiamassero la Clerici o Gerry Scotti per sbattere il bamboccio davanti alla telecamera. Le pagine, con tutta la robaccia scritta lì sopra, divennero dopo non molto poltiglia fumante, indegna di qualsivoglia sciacquone o discarica; e ciò, perfino oggi, costituisce per me fonte di grande sollievo. Ma temporaneo: perché, insomma, a distanza di tempo eccomi pur sempre qui. E senza aver concluso alcunché, per giunta, nemmeno stavolta.
Cala il sipario, anzi, il siparietto. Ah, e buon marzo.

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11 pensieri su “L’ultimo dei simpatici (un siparietto)

  1. Sempre piacevole, originale e un po’ geniale nelle inquadrature, nel taglio, nel tirare le somme. Nella ricerca di significato. Una scrittura che si avvolge ironicamente e intelligentemente su se stessa, consegnandoti leggeri nodi arabescati, ben fatti. Bravo.

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  2. Le ho lette. Ne ricavo la lezione per cui bisognerebbe accostarsi a tutte le parole con il dovuto timore reverenziale; e se possibile, o se non si ha verso di loro la necessaria confidenza, non accorstarcisi per nulla. Ma vorrei che la titolare del blog venisse allo scoperto più spesso, ecco 🙂

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