Battarra

Ovvero: il vicolo dove a un certo punto non c’era (quasi) più niente. Non un gran dato da cui partire, ma se non altro si trattava del motivo per cui mi piaceva passarci.
Lungo poco meno di un centinaio di metri, avendo l’Arco alle spalle parte a sud est di piazza Tre Martiri, incastrato tra la cappella dei Paolotti e il Caffè Turismo, e finisce facendoti sbattere il muso contro il Tempio Malatestiano: allo sbocco del vicolo, che man mano si fa più stretto, la vista è interamente occupata dai sepolcri che ne decorano, senza decoro, il lato-monte (quello mare invece vi è precluso, e dunque non ve lo meritate, perché inglobato da un seminario: brutti egoisti che altro non sono).
Determinate cose, dicevo, erano sparite da Vicolo Battarra, ma inizierò dall’eccezione, che si incontrava ai primi numeri civici: un negozio completamente dedicato ai giocattoli. Non una bottega, o un cartolaio provvisto di un paio di scatole: intendo proprio un locale grande abbastanza da poter girovagare nei vari reparti, dalle bambole ai giochi da tavolo passando per i robot e le costruzioni, tutti articoli non molto diversi dai gingilli che interessavano a me una trentina e passa d’anni fa (bambole escluse). E il fatto che restasse aperto un posto del genere, e resistesse per di più allo sterminato Toys Center lungo la Consolare per San Marino, misteriosamente mi consolava.
Appena due passi, con la strada in lieve salita, e ci si imbatteva – sullo stesso lato – in due vetrate del tutto oscurate da giornali appiccicati dall’interno. All’occhio inesperto non era proprio possibile capire cosa ci fosse a quel civico da cui avevano tolto in pratica tutto, compresi i caratteri luminosi dell’insegna e il campanello. E invece sarebbe bastata solo un po’ di accortezza in più per far posare lo sguardo in un punto della porta d’ingresso, l’unico rimasto indenne dalla carta ormai ingiallita, dove un piccolo cartello occhieggiava e diceva: “Chiusura Ore 24”; ed ecco che il mistero si dissolveva d’improvviso. Lì c’era stato un hotel, il “Giulio Cesare”. Il mistero, semmai, restava sui motivi che l’avevano portato alla chiusura. Non era questione di concorrenza perché il centro città non scoppia tuttora di alberghi, anzi. Di certo non era stato d’aiuto il cartello di cui sopra: ormai il cliente medio vuole andare e venire liberamente a qualsiasi ora, senza dover suonare e svegliare chicchessia per entrare. A lungo combattevo con me stesso per non sbirciare tra un foglio di giornale e l’altro e vedere se all’interno ci fosse rimasto qualcosa, magari imprigionato da una giungla di ragnatele. Risultava difficile perfino capire quanto fossero vecchie le notizie su quelle pagine, a precludere lo scenario: era cronaca sportiva locale, per cui la tal squadra di baseball poteva averle prese il giorno o il secolo precedente. Con sicurezza mi rendevo conto che solo una cosa mi faceva fantasticare più di un esercizio chiuso, o svuotato, senza più insegna, abbandonato a sé stesso: quello lasciato così per anni e anni, senza che si trovasse un cristo disposto a subentrare e occuparsene. Materiale per Freud, lo so. Del resto, se così non fosse non scriverei di Vicolo Battarra, dove la tendenza ha imperversato a lungo.
Prima della discesa era piazzato un locale storico del centro, ma non ero buono a capire se fosse attivo o meno. Al contrario del predetto hotel, si presumeva, ogni cosa era rimasta al proprio posto: sgabelli, panche, mobilio vario. Di notte, proprio quando la si sarebbe immaginata ricolma di umanità brulicante, la Cantina restava invece irrimediabilmente buia. Consisteva – anzi, era consistita per lo più di uno stanzone da osteria, perciò pareva inimmaginabile bere altro dal loro vino, mentre nell’aria si spandeva un raccapricciante (alla lunga) aroma di bruscolini, noccioline sbriciolate, bagigi e altri trastulli atti a strapazzarti il colon discendente.
Di fronte ecco un ristorante, e che fosse indiano lo capivi dalle decorazioni sulla porta: chiusa, neanche a dirlo, nonostante il mangiare esotico non se la passasse male, a livello commerciale. Il ricordo dell’unica cena tra amici lì dentro, una ventina d’anni fa, è l’onestà del personale, pur se manifestata in extremis, al momento del caffè. Sul menù c’era anche quello indiano: dai, proviamolo. Momento di imbarazzo da parte del cameriere, che battezzammo “Totò Sapore” (sì, quello della magica storia della pizza) perché così sembrava ci avesse risposto nel suo Italiano innovativo quando gli chiedemmo come si chiamava. Insomma, ci domandò se volessimo davvero il caffè indiano, se sapessimo com’era. E noi: no che no, mentre le nostre facce tradivano la curiosità di avere subito una risposta dal buon uomo. Lui, dopo una pausa e un sospiro, disse: “E’ Nescafè”. Ah. Che si fa ragazzi, viriamo sull’espresso?
Qualcuno magari si sarà chiesto perché mi ostini a parlare di Vicolo Battarra al passato: non saprei rispondere. Se da una parte non sono attraversato dalla curiosità di vedere se e come siano cambiate le cose, dall’altra mi paralizza la paura; paura di vedere quei pochi metri inabissati nelle sabbie mobili in cui la vita del nostro centro si dibatte: un costante alternarsi di “compro oro”, profumerie, negozi di occhiali, studi legali – e via da capo. Ecco perché da anni in Vicolo Battarra non passo più; e pensare che sulla discesa e lungo la strozza si affacciano pur sempre le finestre dei privati cittadini, sulle quali si potrebbe discretamente fantasticare considerando quanto quei vetri trasudino vita, rumori e umori. Ma ogni tentazione è sopraffatta dalla consapevolezza che non parliamo di Via del Campo; e giammai il sottoscritto si perdonerebbe di finire per scimmiottare ciò che non gli compete.

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