Baluginii – 3. Big O

(Ultima parte, in cui me la canto e me la suono facendo squittire le suole sul parquet dei ricordi. “Avete stati avvertiti”; se volete, passate pure oltre).

I più affezionati cultori dei Simpson sanno riconoscere certe puntate già dai primissimi secondi: io non ne sarei capace, ma so che l’episodio in cui Homer perde la fede e passa le sue domeniche in casa ballando in mutande e calzettoni, parodiando dunque il Tom Cruise di ‘Risky Business’, inizia in un modo per me adorabile: il bislacco capofamiglia sogna di essere tornato feto, dorme beato, si sveglia proclamando “Ah, un altro meraviglioso giorno nell’utero” per poi in quest’ultimo volteggiare giulivo, al ritmo del Bel Danubio Blu, ed esserne estratto d’improvviso, con tutto il cordone perché insomma, si è fatta ora di uscire. Il piccolo Homer piange disperato, si aggrappa alle pareti della sua vecchia casetta, ma non c’è niente da fare: dovrà abbandonarla al pari delle coperte in cui si risveglia avvoltolato, ma da adulto, e da cui Marge lo strappa perché incombe la messa.
Solo di recente ho compreso non tanto quanto facesse ridere, ma quale fosse l’impatto di un incipit come quello. Nel settembre del 1995, ripensandoci, ce n’erano di analogie, tra me e l’Homer-feto di quella puntata. Ero ancora intriso dell’atmosfera post-maturità quando i reduci si abbracciano in disparte, spettinati, gli abiti della festa un po’ sfatti, e dicono: “OK, è finita, ma noi faremo in modo di farla durare per sempre, vero ragazzi?”…ma non avevo nemmeno pensato che presto, attorno, dei “ragazzi” non ci sarebbe stata più traccia. Eppure le condizioni mi sembrava ci fossero, soprattutto a livello di felicità sportiva: per quanto mi riguarda, allora, la sola, vera felicità possibile – legata a un certo qual sport, ovvio, su cui vi tedio spesso e mortalmente. Nel 1995 ero un vincente, e non era possibile che non lo fossi, giusto per ballare sulla tomba di Parmenide. Ero reduce da tre stagioni scudettate consecutive e al suon di fanfara: la prima senza storia, contro la Treviso di Skansi che nell’ultima gara non si alzò dalla panchina nemmeno per i time-out; la seconda più combattuta contro Pesaro, ritmata dai cazzotti tra McCloud e Coldebella; la terza di nuovo squillante, contro la prima Benetton di D’Antoni. In quest’ultimo confronto, non essendo la vittoria mai in discussione, potevo addirittura guardare la squadra avversaria senza il sangue agli occhi. Vi militavano “Ricio” Ragazzi, Pittis, Iacopini, Rusconi (prima di andare a farsi deridere oltre oceano), il mio adorato e fulgidissimo Petar Naumoski, l’unico che lottò davvero fino alla fine. Ma, pur nel bel mezzo dell’agone, cercavo di riservare un po’ di attenzione al fatto che militasse per Treviso anche Big O: Orlando Woolridge. L’avevo ammirato anni prima nelle telecronache NBA di Peterson, quando imparai che in America si poteva non solo vestire una canotta con il numero zero, ma anche, e nonostante questo, primeggiare. Oddio, di squadre Big O ne aveva girate un mucchio; nei Lakers Anni 80 non poteva che splendere della luce riflessa degli altri in quintetto base, magari prendendosi, di tanto in tanto, dei sonori accidenti da costoro. Restava il fatto che per una squadra italiana, Big O era un pezzettone da novanta. Nel 1994/1995 aveva scelto di svernare nella rampante Treviso, ed era proprio come me lo ricordavo: occhiali protettivi sempre addosso, legati con dei laccetti assurdamente lunghi che gli ballonzolavano dietro la nuca; braccia interminabili, movenze snodate, un ballerino solo a tratti efficace. In quella finalissima di campionato non me lo ricordo per le giocate, ma per lo scazzetto che ebbe con Joe Binion, al Pala Azzarita: nell’occasione, erano a bordocampo, si tolse gli occhiali – fatto più unico che raro – assunse una posa teatrale da smargiasso, un qualcosa tipo una spalla più su e l’altra più giù, a pugni chiusi; e arricciò più volte l’indice in direzione di Joe, chiaramente intendendo: vieni, caro, ti aspetto qui per appianare questa lieve bagattella tra noi insorta. Nulla accadde, suonò l’ultima sirena e l’altra squadra vinse il tredicesimo scudetto della sua storia facendo di me un ometto felice.
Nello stesso settembre di quell’anno, dunque dopo la molto cosiddetta maturità e all’alba della vita universitaria, dormivo ancora nel mio utero, sempre pensando a come far continuare il mio party personale. C’era solo una cosa più bella di una squadra vincente, vincente come la mia, intendo: una squadra scontatamente destinata alla riconferma, e io credevo fermamente potesse andare così, non mi pareva potesse essere altrimenti. Ne ero così convinto da arrivare a considerare la questione da un altro aspetto, sempre gioioso ma in maniera più “sportiva”. Era alle porte una partita che sul piano della posta contava relativamente, essendo in ballo la Supercoppa, ma si affrontavano pur sempre le due migliori squadre del basket italiano: di nuovo Bologna e Treviso, una sorta di rivincita in tono minore. Gli organici, poi, erano se possibile migliorati: Treviso, tralasciando per un momento il vituperato soldatino Davide Bonora (altro mio astro e comunque per me uno degli ultimi veri playmaker), aveva assoldato il centro Zeljko Rebraca e il Reverendo Henry Williams. Dall’altra parte, il vuoto lasciato da Danilovic era stato colmato dal croato Arjan Komazec, e sinceramente, vedendolo tra i nostri, avevo pensato che fosse l’unico innesto necessario per vincere di nuovo: Arjan veniva da Varese vantando il titolo di capocannoniere per due anni di fila, ed era una fredda macchina da punti che una volta accesa non si fermava più. E poi, come se non fosse bastato, il patron aveva ingaggiato, ma guarda!, anche Big O – come a dire: oh, e questo è un altro regalino che vi faccio, bimbi viziati che altro non siete. Una roba forse mai vista, un continuo lustrarsi gli occhi, puntualmente continuato durante la partita. Anche questa senza storia: a guardarla, pareva che la difesa fosse stata abolita dal regolamento; ma d’altro canto era un susseguirsi di “numeri” da esibizione: perfino Ricky Morandotti trovava modo di esaltarsi, e la macchina da guerra continuava a fregiarsi dei pezzi degli anni precedenti – Carera, Coldebella, le ultime fiammate di Brunamonti, eccetera. Ma nel palcoscenico di quell’incontro uno solo fu il protagonista totale: Big O. Non lo si poteva neanche avvicinare: ti bruciava anche soltanto sfiorandoti. Sbagliò solo un paio di tiri, non di più. Certo un solista, ma eccezionale: uno a cui dovevi affidare la palla tutte, ma proprio tutte le volte; o almeno tale era l’impressione. Il monologo della squadra di casa (nel palazzo di Casalecchio ancora fresco di costruzione), interrotto solo da quel noiosone di Pittis che si era messo a giocare solo quando non serviva più, si concluse con una ventina di punti di vantaggio. Iniziò per me, in estasi, la fase successiva dell’Homer-feto: volteggiavo nel mio utero, canticchiando e pensando: “Che sballo! Dai dai, che continua!”.
Non continuò. La Bologna bianconera e Treviso, ben prima della fine di quella stagione, se lo presero in bisaccia entrambe, visto che in finale andarono la Bologna biancoblù e l’”Olimpiona” di Tanjevic, Blackman e Bodiroga (autore di “the shot” negli ultimi secondi, con tutti i presenti nel palazzetto che volevano prenderlo per i pantaloncini, nulla potendo Pilutti). Komazec aveva male dappertutto, anche in testa; gli “anziani” non potevano marciare più come fino a poco prima. E fatalmente anche Big O si lasciò trascinare: chi glielo faceva fare, dopotutto?
Mi ritrovai fuori dall’utero quasi senza accorgermene; lo strappo non fu fastidioso: la vita dopo sì, soprattutto per colpa mia, che avevo scelto la via ma non la percorrevo, semplicemente vagolandoci sopra. Il cammino mi sembrava brutto, non invogliava, ma ormai c’ero finito e non avevo voglia di tornare indietro; e la meta vaga e lontana al punto che non potevo permettermene neanche un’idea, sempre che la desiderassi. Perché in quella sorta di motel in subbuglio che era la mia testa avrebbe soggiornato, ancora per molto, l’immagine di Big O trionfante nella Supercoppa del 1995. Imbracciava il “trofeo” che il Signor Ferrero tributava al miglior giocatore: un barattolone di Nutella di dimensioni tali da poter essere usato al circo dai clown. Ed è così che voglio ricordarlo adesso, Orlando, ultimo baluginio di tutta questa – scusatemi – pippona, a illuminare seppur fiocamente una strada, la mia, che a distanza di tempo resta insidiosa, non poetica, certo indegna di essere percorsa da Charlot e dalla sua accompagnatrice alla fine del film, quando si allontanano dandoci le spalle e l’obiettivo pian piano si restringe fino ad oscurare tutto.

Annunci

5 pensieri su “Baluginii – 3. Big O

  1. Questa stupenda “pippone” ha in seno (ventre, meglio) una stupenda metafora (pur non essendo cultore Simpsoniano, me la sono immaginata e gustata tutta). Geniale. Vivace. Infine commovente (bella anche la chiusura in bianco e nero, un po’ sfocata), come sempre.

    Liked by 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...