Maledetto d’un gatto

Lo avevo trascurato per tanto, troppo tempo: così sono tornato nel centro sociale in periferia dove doveva esibirsi seppure il repertorio di quella sera gliel’avessi già visto e sentito recitare.
Anche se nella realtà quotidiana è anche giullare, clown, giocoliere, sputafuoco, artista di strada, fine dicitore e altre belle cose, sul suo profilo “sociale” figura semplicemente come “attore”, forse perché la parola è in grado di racchiudere tutto quanto sopra, chi lo sa. Quando lo conobbi, Checco aveva l’età dell’innocenza, quel nomignolo rasato a caratteri cubitali greci (kappa-eta accentata-kappa-kappa-omega, anticipando di gran lunga il cantante dei Modà) dietro la nuca, un sottile ciuffo decolorato che da quest’ultima gli andava a finire in mezzo a scapole quasi attaccate l’una all’altra, l’aria stralunata e macilenta di chi la carne non voleva vederla nemmeno in cartolina. Al primo impatto bastarono queste caratteristiche per indurci a riempirlo sistematicamente di botte, s’intende quelle date allegramente nelle ammucchiate da campeggio; lui peraltro aveva già l’ossatura per ribellarsi ma era anche un apostolo della nonviolenza verso ogni creatura, anche la più meschina: lo notai perfino lasciarsi pungere dalle zanzare senza battere ciglio, ma per molto tempo tenni la cosa per me perché non volevo vedere mortificata la sua reputazione, oltre che il suo fisico. Non nasconderò invece che si divertiva a tifare contro l’Italia per partito preso nelle manifestazioni calcistiche, soprattutto quando si giocava contro compagini africane, e che non provò alcunché al suo esordio più o meno ufficiale (nientemeno che lo squillante tre a zero alla Spal di Donigaglia, roba da trasecolare al solo ricordo) sugli spalti del Rimini, di cui ora incarna il tifoso inguaribilmente ottimista, di quelli che se la squadra sbaraglia il campionato ma inutilmente perché si sa già che non ci sono i soldi per iscriversi alla serie superiore e bisogna ricominciare da capo, embe’, pazienza, “basta che tu esista”.
Forse lo avete visto nel film “Radiofreccia” di Ligabue: vi appare nella sequenza dei provini radiofonici, è colui che afferma – cuffia sull’orecchio e validamente spalleggiato dal fratello, suo fratello vero – che la “musica deve averci le palle”. Potrei dire di essermelo goduto al meglio sulle tavole di quel centro sociale (Campanile recitato in solitaria, incluse le tragedie in due battute) e dei circoli culturali cittadini; potrei dirlo e non sarebbe vero.
L’eccellenza l’aveva infatti raggiunta durante la suddetta età dell’innocenza, in un campeggio scolastico in Puglia cui partecipavo in veste di alunno ormai al congedo. Irruppe in camerata uno dei preti accompagnatori gridando: prepariamo un letto, si è fatto male Checco. In effetti, in quei giorni, Checco si divertiva spesso a camminare su e giù, con un’abilità felina fuori del comune, sul bordo della balconata del casermone che ci ospitava: due piani, ma abbastanza per sfracellarsi. Io avevo assistito di sfuggita pensando che non sarebbe mai e poi mai caduto neanche a spingerlo, e anzi: più gli astanti gli gridavano di smetterla, per carità di dio, in pena non tanto per l’integrità fisica di lui quanto per le proprie palpitazioni, più lui faceva l’asino circense. Stupefacente. Poi quell’irruzione e un nuovo distinto pensiero, di segno diametralmente opposto: ecco, così lo stronzetto impara. Fu fatto distendere in camerata questa specie di giunco sgraziato, le gambe sporche di rivoli di sangue già rinsecchito, la testa fasciata alla bell’e meglio compresa la mandibola, che sembrava gli fosse rimasta attaccata per un lembo a giudicare dai lamenti con cui il malconcio ci straziava le orecchie. Io ero, con altri, spettatore imbambolato: riuscivano a scuotermi solo una ragazza, che mi abbracciava emettendo singulti la cui autenticità era però minata da un angolo di bocca un po’ piegato all’insù, e le sparate di un altro dei nostri che urlava all’indirizzo del malconcio: “ma lasciatelo perdere, non avete visto che coglione? Se l’è meritato, io l’ambulanza non la chiamerei” e altre carinerie assortite, cui devo aver reagito a mia volta in maniera non troppo urbana. Dopo ulteriori scene degne dei medici in prima linea, il prete ordinò a me ed altri di trasportare Checco con tutto il letto sul ciglio della strada, così che l’ambulanza in arrivo potesse caricarlo senza difficoltà. Così facemmo, e ovviamente non arrivò alcuna ambulanza e il presunto moribondo balzò in piedi come nemmeno Lazzaro dal sepolcro spernacchiando gaio e compagnone me e le altre vittime (altrettanto facevano i complici: la ragazza – “ma non ti accorgervi che ridevo?” – e l’altro tizio – “cazzo, a un certo punto ho temuto che mi menassi sul serio!”), leccandosi via di dosso il sanguefinto, maledetto d’un gatto che non era altro.
Mi piace ricordarlo anche in “Non pensarci”, versione per la TV dell’omonimo lungometraggio sempre con Mastandrea – dolente e pindullo, dicono le mie gocce di sangue emiliano – e il prode peso massimo Battiston. Interpreta Franco, il soldato di guardia non si sa bene a che cosa, che non si muove mai dalla garitta e si esprime unicamente a urli spesso improvvisi e perciò alla fine si becca un risoluto “Hai rotto il cazzo!” da Mastandrea stesso. Un onore, direi. Follemente disciplinato Checco, come al solito.
Dicevo: non era la prima volta, un paio di domeniche or sono, che assistevo ai suoi Campanile e Queneau; tuttavia era proprio quello il motivo che mi ci spingeva di nuovo. Nel repertorio, tempo fa, mi colpì l’adattamento di “Due vasi di Ortensie”, una novella del Sor Achille in cui un uomo dalla fedina penale immacolata viene fermato in commissariato per aver rubato nottetempo due vasi di piante da un elegante caffè all’aperto. In breve si scopre quale deviazione abbia animato il furto: davanti a quel bar l’uomo passava di domenica con sua moglie, che chiedeva sempre di sedersi lì per prendere un gelato circondati dalle ortensie piantate tutt’attorno; e altrettante volte lui le negava quel piacere, portandola in luoghi meno belli ma più economici e con un gelato anche migliore, a suo dire. Ovviamente non era questione di bontà del prodotto: quel locale rappresentava per lei l’unica idea di bello a cui potesse aspirare, di piccola elevazione da una vita di sacrifici dalla quale evadere, seppur momentaneamente, assieme a chi amava. Ma l’uomo se ne rende conto tardi, in preda alla solitudine e al rimorso: infatti i due vasi di ortensie rubati dal caffè erano destinati alla tomba della donna, per una tardiva riparazione. La rivelazione è introdotta dalla battuta “Signor Commissario, lei non sa che cosa terribile sia il pomeriggio della domenica”. La prima volta che la sentii da Checco, un lustro fa, i miei sensi furono ovattati dallo stesso indefinibile straniamento che coglie mezzo secondo prima che il sole venga oscurato da una nuvola passeggera. Ora no. Quelle parole mi sono cadute addosso come un sipario, da cui a ben vedere non volevo fuggire né divincolarmi: avevo messo in conto di piangere, e puntualmente è successo. A fine spettacolo sono andato ad abbracciare il gatto malefico e a raccogliere un grazie (il suo a me!) per aver condiviso quell’emozione che mi si leggeva ancora in volto; di più: lui sapeva che a quella novella le mie ciglia non sarebbero rimaste asciutte; le aveva viste, anzi, pur nel buio della sala; come io avevo reagito in modo differente, così lui aveva recitato con un’altra parte di sè, una parte in più.
Mi sono congedato banalmente, strappandogli la promessa di passare prima o poi una mezza serata con noi altri, i suoi vecchi “picchiatori”. Se mai la rispetterà, di sicuro ci farà notare, come già accaduto, che le nostre teste sono giulive allo stesso modo di venticinque anni fa. Affermazione un po’ “pretesca”, questa: ma a lui – proprio perché prete non è – la perdono più che volentieri.

Annunci

4 pensieri su “Maledetto d’un gatto

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...