Una borsa, la borsa

Qualche affezionato che magari sta leggendo e colgo l’occasione per abbracciare sin da queste prime righe, lo sa: non sono nato su questa piattaforma. Iniziai a pubblicare su un portale la cui home page è da tempo ridotta a un giornaletto di pettegolezzi di quart’ordine, ma almeno aveva il vantaggio di permettere, oltre all’apertura di un blog, la contestuale iscrizione a uno spazio per cuori solitari più o meno realmente esistenti: e io, animato da un misto di disperazione profonda e spudoratezza, ci cascai in pieno (oggi delle due mi è rimasta solo la prima, per cui non credo che rifarei esattamente tutto). Un giorno notai nella colonna delle visite un identificativo talmente bello da indurmi a sbirciare immediatamente nel relativo profilo. Vi lessi la frase – o meglio, l’elaborato – di presentazione, contenente tutto fuorché la spiegazione di quel nome (cosa che di solito indispone la gente che vuole capire a tutti i costi – brutta razza, quella; e non si riposa mai). Restai colpito, se non altro perché mancavano espressioni premasticate come “Sono una ragazza solare” o “Non mi descrivo, se no che gusto c’è”, presenti nella maggioranza dei profili di una comunità virtuale, e così presi coraggio pensando a una decente frase elogiativa da mandare alla visitatrice. Non feci in tempo. Due secondi, e da lei mi arrivò un messaggio privato: “Bella scheda. Complimenti”. Ciò che avevo scritto per meritarmi quell’elogio, s’intende, è andato perduto.
A sua volta, I. non era nata sul portale luogo del nostro incontro: vi aveva aperto un profilo solo per risultare tracciabile da un amico, spiegò. Capii subito che avere sue notizie in messaggeria rappresentava un privilegio. Si cullava nella scherzosa illusione che i versi di De Gregori sulla ragazza “lì al quarto piano, tranquilla, che fuma un’altra sigaretta” – ed ecco che ho poco furbescamente dissipato ogni dubbio sul suo nome, di cui ho riportato solo l’iniziale, ma chissenefrega – siano stati scritti appositamente per lei. Ma le piaceva anche la foto della mia scheda: il marchio di una birra con sopra raffigurato l’arcinoto bevitore baffuto la cui faccia, però, era sostituita da quella del Georgiano di ferro; e, al posto del nome della bevanda, la scritta “Addavenì Baffone”. Mi sentii in dovere di tempestarla, telematicamente, con le puttanate con cui di solito intontisco anche gli sconosciuti; lei a sua volta mi lasciò gustare il suo stile, il modo di assemblare i concetti, un po’ di atmosfera della sua Roma metropolitana. Si congedava da me con l’unico apprezzamento che la bontà d’animo può spingere a spendere col prossimo, a distanza e in mancanza di una fotografia, cioè “Bello leggerti”. E il fatto che questa frase possa essere letta e goduta con la stessa euforia con cui si accoglierebbe l’elezione a più bello del mondo (o anche solo del pianerottolo), è rimesso alla sensibilità individuale.
In breve mi dirottò sul suo blog, su un’altra piattaforma oggi scomparsa, inviandomi pure una foto in cui lei è ritratta con un bicchiere in una mano, uno stuzzichino nell’altra e, guardando nell’obiettivo, l’espressione che intende: “…proprio mentre mangio, eh? Ma sappi che mi vendicherò”. Sembrava la sorella maggiore del monello di Chaplin: anche lei in salopette, e con un guizzo birichino negli occhi caleidoscopici. Le scrissi che quello scatto mi infondeva fiducia, anche se non ero sicuro di aver fatto capire quanto ritenessi importante una cosa del genere.
Ci scambiammo altre foto, altre e-mail deliranti, nel miglior senso del termine. Soffriva – e temo che mentre scrivo i bruciori di stomaco non le siano passati – per il modo in cui questo Paese era diventato così brutto e cattivo, e per la sua Roma in particolare, invasa all’epoca da energumeni in giro per le strade a festeggiare con il braccio teso la vittoria alle comunali di Eia-Eia-Alemàn. Provai a consolarla e lei, meno male, riuscì a passare disinvoltamente sopra al fatto che tempo prima, altrettanto brutto e cattivo che non ero, mi fossi finto comunista solo per riuscire gradito a una ragazza, seppure cioè della caduta tendenziale del saggio di profitto non sapessi granché. Poi ogni tanto I. spariva e si rifugiava in posti cerebralmente lussuosi, che so, le parti più selvagge della Bretagna, le zone meno turistiche del Portogallo, lasciandosi sopraffare dal vento e dalle maree, magari con una birra d’abbazia in corpo, dunque non restava che aspettare i suoi ritorni e magari i suoi rimproveri, perché quanto a viaggi lei era sempre due piste più avanti. Ad esempio, in tema di esperienze lusitane, alle soglie dell’autunno partiva per l’isola di Funchal, e mi bacchettava perché io ad agosto ero stato in Algarve: “A Sud in estate, che sciocchezza”, salvo poi parzialmente ricredersi, bontà sua, leggendo i miei resoconti, e allora pensavo che lei era così, uno schiaffo e una carezza, non sarebbe mai cambiata, o almeno lo speravo.
Di I., oltre alle foto, mi è rimasto un indirizzo elettronico ma, per come vanno le cose più o meno in generale, non voglio importunarla e tantomeno annoiarla. Il suo blog – dopo l’ultima pubblicazione, la trascrizione di una densa pagina di Saramago – fu inghiottito con la chiusura della piattaforma che l’ospitava; anche la pagina dove ci conoscemmo, sparita. Per fortuna, come prefigurandomi quest’eventualità, avevo trascritto anch’io qualcosa per i fatti miei: l’unico post sopravvissuto al naufragio dei suoi scritti, uno dei più belli o almeno quello che io mi sono goduto di più. Mettetevi comodi, quindi. Voglio condividere il piacere della riscoperta del manifesto programmatico di I., della sua vita. Si intitola “Vuoi giocare con me?”. Spero non ti arrabbierai, sorella, ovunque tu sia.

Io c’ho da aggiustare una borsa, la borsa, a cui tengo e non lo faccio e non me ne importa nulla, perché ne ho trovata una qualsiasi e va bene così, giro con quella; io che mi piace il caldo quando deve fare caldo e il freddo quando deve fare freddo e che mi piace tanto prendere la pioggia in faccia e che però giro con un ombrello giallo con le pecore stanche solo per il gusto di farlo. E mi fanno schifo le farfalle, i pesci e le cavallette. E che sogno di volare. Io che c’ho la casa che è un casino, perenne, e che il casino però sta fra mobili d’antiquariato, tappeti, bicchieri bellissimi e un letto arrivato direttamente dal Giappone in nave e però non riesco a mettere i lampadari. Non mi piacciono, i lampadari, evidentemente non sono necessari. Io che mi capita sempre di pensare sette pensieri contemporaneamente, e di questi pensieri almeno tre prevedono una qualche azione in simultanea che cerco di fare nello stesso istante e allora picchio la testa, i gomiti e le ginocchia e sono sempre piena di lividi. E non mi piacciono i preti, non mi piace come parlano, i preti. Io che se mi dici che sono bella mi incazzo e se mi dici che sono intelligente penso che mi stai prendendo per il culo; e occhio, però, che sono capace di starti a parlare tre ore sullo stato dei rapporti fra fiamminghi e valloni con le braccia rigide e lo sguardo assente. Io filosofeggio, che cosa inutile. E fumo e fumo e fumo. Che cazzo mi fumo. E leggo e leggo e leggo, soprattutto libri improbabili; io che i libri fra un po’ li devo mettere in terrazzo. Io che se mi incontri per strada e mi chiedi “ti ricordi di me?” e io non mi ricordo ti dico di no, non sto lì a fare finta. E non so suonare, non so disegnare, non riesco a pettinarmi e se non sono depilata ci passo sopra con indifferenza; io che però parto con un paio di mutande e buona la prima. Che scrivo e leggo quattro alfabeti, summa dell’inutilità. Io che se mi si rompe una cosa la aggiusto, forse, quando ne ho voglia, che devo disfare una valigia da maggio, che ricomincio una frase di punto in bianco, una frase di un discorso di una settimana prima. Che non so scrivere poesie e continuo a farlo, che mi piacciono le terme, il viola il surrealismo Pazienza il maiale il fango quando piove i frikkettoni cantare e un sacco di altre cose. Io che tutti gli amici quelli buoni me li porto tatuati addosso, anche se non li vedo da anni, a distanza di continenti, certe volte e che ci starei abbracciata un’ora e un po’ di più se la cosa non risultasse fastidiosa; io che se ci ripenso mi viene ancora da prenderli a testate, lui e lei. Ancora. Io che sono cinque anni che mi devo iscrivere in piscina e che ieri sera pensavo “Micio, ti devo portare a Via Tasso e alle Fosse Ardeatine, cazzo si, come quando ti ho portato a vedere i Musei Vaticani e tu eri piccolo e che però poi ci devi badare tu, a me, perché poi a me lì mi viene da piangere”. Io che mi viene da piangere, per un sacco di cose. E che certi vecchi mi commuovono, io che se c’è la luna piena puoi anche dimenticarmiti, io mi metto lì a ridere a guardare e sono contenta così. Io che mi piace quando i negozianti mi riconoscono. Io che fosse per me, a potermi prendere due giorni, domani starei a Lisbona, a prendere il vento di Portela, bere una bottiglia di porto e poi tornare a casa, chi viene con me? Io che proprio non mi so vestire.
Io e un bel po’ di altre cose, e queste sono solo sciocchezze.
Sei ancora sicuro che vuoi continuare a giocare con me?

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2 pensieri su “Una borsa, la borsa

  1. Pensa che l’avrei contattata anche io una che scrive così. Io che vado sempre verso chi diverge, io che le parole sono importanti, io che …
    Non mi stupisce affatto che tu ne sia rimasto colpito. Ciao, 🙂

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  2. Già. E’ stato attribuito a Socrate il detto “Parla, così ti vediamo”. Io sarei più per sostituire “parla” con “scrivi”, ma forse questo sarebbe chiedere troppo al prossimo. Oh, e sempre in tema di classici, per te: si vales bene est 😉

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