La nostalgia è dura, a Perticara

(Post breve stavolta, ché qualche minuto dovrete spenderlo ad ascoltare e non a leggere).

Se non fosse stato per i coperti apparecchiati, sarebbe potuta sembrare, per ampiezza, la taverna della casa di un facoltoso albergatore, incastrata in un viottolo sul confine tra Viserba e Viserbella. Invece si trattava di una pizzeria rustica, teatro di pantagruelici aperitivi domenicali in occasione dei quali veniva squadernato, su un tavolo enorme, ogni genere di portata (la cosa più impressionante erano i polli interi). La gente, come da tradizione, ci si avventava sopra non appena i piatti si staccavano dalle mani dei camerieri, che così dovevano lasciare frettolosamente spazio a una delle più sanguinose applicazioni del tagliafuori non praticato in una partita di basket: un disarmonico balletto di gomiti piantati nelle gabbie toraciche accanto. Nel frattempo, sul palco improvvisato a lato del bar, musici di varia provenienza ed estrazione si esibivano senza nemmeno sperare di ricevere quel po’ di attenzione che almeno un briciolo di buona educazione avrebbe raccomandato. Ma il Maestro, quando toccava a lui, sapeva aprire parentesi oniriche. Stralunato abbastanza da coniugare la poesia alla ben più prosaica realtà locale con graziosi tocchi di chitarra, sfoggiava anche nella vita un borsalino quasi sempre diverso, occhiali di una montatura tale da invalidare le fototessere per i documenti, e basette lasciate crescere da diverso tempo prima che andasse di moda. Era ed è l’unico coraggioso abbastanza da proclamare al mondo, seppur in forma di canzone, che quelle propinate da Capossela sono lagne fatte e finite. Ne ha fatta di strada, ma ai fini del racconto bisogna tornare al tempo di quella locanda rusticana, nella quale il Maestro era giunto a tre quarti della sua scaletta, a giusta distanza tra i brani dell’ultimo disco, eseguiti per primi, e dai possibili bis, comunque caldamente evitati: a istinto, il temuto momento delle richieste che dal pubblico si levavano come latrati canini.
Con tempismo perfetto si alzò Diegote, così chiamato perché ricordava un incrocio tra un Diego qualunque e un peyote (per maggiori informazioni evocare l’animaccia di Jim Morrison). Mise le mani a megafono attorno alla bocca e gridò:
“Facci ‘Pietracuta Stop’ !!!”.
Dai tavoli attorno si diffuse un angoscioso silenzio, sottolineato dal sopracciglio inarcato del Maestro.
“ ‘Pietracuta Stop’?…” replicò lui dubbioso. “…ma intendi forse ‘Rallentare a Pietracuta’?”
“…e che ho detto io?” ribattè Diegote. “Dai va’ là, che è lo stesso…”.
L’imbarazzo generale, stemperatosi già a quest’ultima battuta, si dileguò del tutto non appena Diegote aggiunse, dopo mezzo secondo e sempre gridando:
“E poi…neanche fosse ‘Letibbì” dei Bitols!!!”.
Nel tripudio che seguì, il Maestro sorrise, si aggiustò addosso la chitarra – impossibile deludere un’aspettativa di tal fatta – e attaccò con quegli accordi così inconfondibilmente italiani ma pur sempre parte integrante di una delle sue creazioni più belle, a parere di chi scrive. Dimenticatevi, se mai l’aveste sentita, la versione dei “Nobraino”, caratterizzata da un testo delittuosamente riadattato per il resto d’Italia che Perticara non sa dove e soprattutto cosa sia. La canzone cui vi rimando tra poco era nata diversi anni prima assieme a molte altre, al tavolo di uno dei locali che vanno a formare il cuore del centro ma anche nostro; e a ispirare musica e parole – si racconta – avevano provveduto prolungate e furiose ma anche romantiche sessioni di pernod, servito da un premuroso cameriere panciuto come un pinguino, tanto che quello divenne il suo soprannome.
https://www.youtube.com/watch?v=4ZCAKSOkq2o

A tutti voi, amore a mucchi.

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4 pensieri su “La nostalgia è dura, a Perticara

  1. Sarebbe un onore, certo che dovresti prepararti se mai gli allievi ti chiedessero “ma chi ha scritto ‘sta roba?” 😀 oh, sai come ho passato il pomeriggio di ieri invece di andare al mare come qualsiasi individuo asseritamente sano di mente? Sono andato a ripescare i Fear su You Tube. Che ne dici?

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