Metti i Deep

La mia prima zanzara della stagione si è materializzata stamattina, all’improvviso, perfida e pasciuta, sopra l’etichetta di una bottiglia di Ballantines che dava sul bancone, a portata di pubblico: lì restava arrampicata e immobile, come a bearsi di ciò che del sole veniva schermato dai telai e controtelai, o come si chiamano, montati ai finestroni del bar. Per parte mia ho cercato di fare la stessa cosa – no, non attaccarmi al whisky alle dieci antimeridiane: parlo del godere del calore abbastanza da temprarmi le ossa in previsione del fine settimana, quando il sole diventerà mio avversario e già so che non uscirò di casa prima delle sette di sera, con la luce che non si arrende ma se non altro puoi venirci a patti. Ma al bar erano minuti tranquilli, cosa che permetteva a Gilberto – navigato titolare di quel porto di mare addomesticato – di trafficare tra la macchina per il ginseng e la parete di legno dove sono conficcate le cartoline attestanti le sontuose villeggiature dei colleghi, i quali però un saluto al vecchio Gilberto lo spediscono pur sempre. Lui sogghignava sotto i baffi, compiaciuti dall’invito che ogni tanto gli rivolgo: “Gibo, metti su i Deep!”, perché tempo addietro si sentirono Gillan & Co., seppur soffusamente, in quell’unico angoletto sensato di uno stabile dove invece regna l’assurdità; e io ero sicuro che non si trattasse della radio, no no, ma del caro vecchio “Made in Japan”, con tanto di sfrigolii vinilici e l’inizio in sordina, ovvero Paice e Lord che appena picchiettano sui rispettivi strumenti all’inizio di “Highway Star”, prima di far deflagrare il palco assieme a tutti gli altri. Consapevole delle mie fallaci aspettative, e dovendo pur consumare, ho poi chiesto a Gibo “mi macchi un latte?”, spingendolo definitivamente alla chiacchiera tra un cliente e l’altro. Ha preso a raccontarmi del concerto di Sua Funambolica Santità Steve Vai, degnatosi di scendere nel palazzetto locale, e io mi sarei anche abbeverato fino in fondo a una fonte così appassionata se non fosse stato per l’apparizione silenziosa di quella zanzara. Gibo ormai non poteva ignorare il mio profilo distratto e rivolto altrove da mezzo minuto: ha guardato a sua volta nella stessa direzione e, inaspettatamente, così mi ha esortato, allontanandosi nello sgabuzzino: “Dagli quattro legnate!”. Ma sapeva bene trattarsi di un proposito irrealizzabile: primo perché non potevo abbattere la mia furia su quella bottiglia di vetro, lì in bella mostra; e secondo perché ok, eravamo in un bar, ma pur sempre di un tribunale, dunque nemmeno dovevo provarmi ad allontanare la bestiolina puntuta dal Ballantines per poi darle la caccia andando su e giù, facendo cioccare al vento i palmi delle mani e rischiando di schiaffeggiare un pubblico ufficiale; una situazione che non sarebbe dispiaciuta a Cechov, ma un po’ di contegno, insomma. E infatti era come se la creaturina lo sapesse, restando incollata a quel riverito marchio: non a caso ho usato l’aggettivo “perfida”. In attesa di scoprire cosa mi avrebbero riservato di lì a poco le ore a venire, altro non ho potuto se non contemplarla, con i gomiti appoggiati al bancone; e trovavo strano bearmi insieme a lei di ciò che del sole veniva schermato dai telai e controtelai, o come si chiamano: forse perché io, a ben vedere, di solito quando c’è di mezzo la calura non riesco a bearmi di un beato niente. Con tutto l’impegno possibile, mi sono ostinato a credere che un po’ di colorito in faccia, in fondo, non fosse qualcosa di scandaloso; quindi ho lasciato che la luce mi allargasse per bene l’iride, augurandomi intanto, in uno slancio di altruismo e per la gioia dei miei concittadini, non arrivino i cicloni monsonici che certe rubriche meteo si divertono a chiamare “Summer Storm”, ogni volta, da fine maggio fino agli sgoccioli di settembre. Un piccolo compromesso con sé stessi, a volte, aiuta, o fa bene, o così si spera.

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