Empatia

Sigla iniziale. (E sareste pregati di cantare in coro, ‘nsommavero).

Ken non doveva affrontare un tragitto lunghissimo, buona parte del quale era già alle sue spalle: ma senza qualcosa da leggere all’infuori del biglietto del treno, gli sembrava che il viaggio stesse durando addirittura un po’ di più; oltretutto, la batteria del cellulare era ai minimi termini, tanto da impedire l’ascolto della radio se non a ridosso della destinazione. Sui vetri dei finestrini, il buio aveva cancellato ogni traccia di paesaggio: restavano riflessi unicamente i volti giallognoli e invecchiati degli altri passeggeri; anche lui, guardandosi, si vedeva sempre più somigliante a suo padre. La presenza più significativa non era umana: un cane cercava, invano, di restare accucciato tra l’ultimo sedile del vagone e la porta che introduceva allo spazio per salire e scendere. La padrona, sullo stesso sedile, era costretta a far spostare ogni tanto l’amico battendogli una lieve pacca sul fianco, imprecando a fior di labbra non tanto per quella sistemazione un po’ aggiustata, ma perché nessuno dei passanti mostrava il minimo segno di gratitudine quando la bestiolona faceva loro largo, e dunque non meritavano un tale riguardo. Dopo lo schiocco secco, da sobbalzo, prodotto dall’incrociarsi del suo treno con l’altro che percorreva la direzione opposta nel binario accanto, Ken si mise a ripensare al giorno precedente.
Il mal di testa lo aveva sempre colto sotto forma di cervicale, alla base del cranio: troppe volte lui si ostinava a uscire dalla doccia senza poi asciugarsi; oppure di sinusite, in corrispondenza delle sopracciglia. Stavolta era successo che il dolore si estendesse su tutta la fronte, delimitato con precisione quasi geometrica: ma era soltanto un’avvisaglia. Aveva preso un’aspirina, e in effetti il malessere se n’era andato, ma solo per trasferirsi successivamente alla bocca dello stomaco; cosicché a cena – vergogna! – Ken non era potuto andare al di là di una margherita, lui di solito dedito agli esperimenti più arditi, basati su impasti alti due dita in cui venivano buttati (ad esempio) fagioli messicani, mais, chili, ciccioli, e qualsiasi cosa concorresse a stracciare le budella. Invece, di quella pizza se n’era andato nel pattume un buon tre quarti; ma non era finita lì. Sempre a tavola, e per di più con gli altri, in Ken era sopravvenuta una sonnolenza invincibile, di quelle che ti fanno pencolare la testa a intervalli regolari, abbreviati da ogni tentativo di opporre resistenza. Lui addirittura era arrivato a rimanere a capo chino e palpebre murate per qualche istante: ma se ne accorgeva, e gli amici erano ammutoliti di fronte a quello spettacolo inedito, impotenti. Aveva dunque presto abbandonato la compagnia, senza riuscire a decifrare il mistero sull’origine di quel malessere. Non aveva preso freddo, e non era infrequente fosse vittima del mal di testa, ma c’era stata una strana escalation. A tavola, di fronte, era seduta una ragazza che non aveva fatto altro che lamentarsi, sbadigliando a ogni sillaba, di aver passato una settimana quasi insonne. Accanto, invece, si era trovato un altro che non riusciva nemmeno a muovere gli occhi per via di un’influenza non ancora smaltita. “Possibile” – si era chiesto Ken poco prima di salire sul vagone – “che io sia stato condizionato da quei due?” Sedendosi aveva concluso di sì, ricordando distintamente le volte in cui si era sentito male al solo sentire i dettagliati racconti di tizi che avevano patito malattie e prolungate degenze in ospedale. “Empatia, scioccone, questa si chiama empatia” sentiva nella testa la spiegazione della sua donna: “E dato che sei un essere umano, non puoi farci nulla, capita che ne sia affetto anche tu”.
Perfetto, non faceva una piega. Solo che adesso, durante il viaggio in treno, Ken era all’improvviso piegato in due fin quasi a sparire dall’immagine riflessa nel finestrino, reggendo il cellulare con entrambe le mani per piccolo che fosse. Via messaggio, un altro amico lontano lo aveva informato in modo lapidario di essere stato lasciato dalla ragazza. Dopo un paio di richieste di chiarimento, erano emerse anche le modalità, per sommi capi. La rottura si era consumata la sera precedente dalle otto circa e nell’arco delle tre ore successive: facendo un rapido calcolo, proprio il tempo compreso tra l’insorgere del mal di testa e la sonnolenza di Kenneth, con in mezzo la chiusura alla bocca dello stomaco. “Oh Gesù”, pensò lui senza potersi mettere in tasca il telefonino su cui apparivano in sequenza quelle informazioni: “…un momento, qui non si tratta di condizionamento…ma dico: è possibile che addirittura io abbia sofferto a mia volta, e fisicamente, per un dolore da separazione di cui non sapevo nulla, patito da un caro amico distante?”.
Altro che empatia. Ebbe paura non tanto di darsi una risposta. Ebbe quasi paura di sé stesso.
Dopo un numero imprecisato di minuti passati a rimuginare, finalmente Ken alzò la testa. Non molto era cambiato rispetto a prima, aleggiava solo un aumentato senso di abbandono: i neon rischiaravano un vagone un po’ più vuoto, e il cagnolone con annessa padrona erano scesi alla loro stazione. Era il momento di infilarsi gli auricolari ed accendere la radio, dando fondo alle residue, esigue risorse della batteria del cellulare: e pazienza se poi lo piantava in asso. Appoggiò la schiena alla poltrona e si abbandonò al pulviscolo di voci e note che gli ballava nelle orecchie: in sintesi, non c’era modo di beccare un’emittente in modo decente. Si sintonizzò sull’unica a diffusione nazionale che gli andasse a genio, se non altro perché programmava musica quasi sempre ultraventennale. Ken era incappato nella replica della rubrica settimanale condotta congiuntamente da Gino Castaldo ed Ernesto Assante, gli unici dai quali accettava di essere educato su cosa ascoltare o meno, anche se in quel preciso momento non era così convinto di essere felice di sentirli. E infatti. Dopo l’ennesimo battibecco benevolo, i due annunciarono il brano a chiusura del programma. Bastò l’attacco.
“No…Proprio questa…”
Ken non era mai andato pazzo per quel gruppo, di cui peraltro conosceva pochissimo: aveva sempre badato a soddisfare le pulsioni più animali, musicalmente parlando. In realtà, lui trovava insensato il solo pensare “loro mi piacciono”, perché gli sembrava equivalesse a dire “mi piace la Bibbia”: quale parte, ché la faccenda è un po’ vasta? E poi i loro dischi sono pieni di tutto, ci si potrebbe soffermare perfino sui passaggi tra una canzone e l’altra, figurarsi sul resto. Glieli fece conoscere, al di là della fama planetaria che accompagnava il nome del complesso, un suo compagno di classe alle scuole medie. A quel tempo la diffidenza del dodicenne, che spesso sconfinava nella pochezza mentale, induceva Ken a pensare che andare matti per qualsiasi cosa fosse un segno di debolezza, senza rendersi conto invece che imbattersi in un coetaneo spasimante di quella band era più che un evento: una fortuna. Un pomeriggio, a casa di quell’amico, smanettavano sul Commodore 64 a una scoreggina di videogioco programmata da David Crane; ma il padrone di casa, ritenendo il clic-clac dei joystick un ben misero sottofondo, durante una pausa raggiunse uno scaffale e tirò fuori un ellepi sulla cui copertina nera campeggiavano un triangolo e un arcobaleno che vi si rifrangeva. Il vinile finì sul piatto e la puntina sul solco numero quattro della facciata A, mentre l’amico, in cerca di proseliti, già si disegnava in volto l’occhietto che intende: senti che roba. Ken liquidò la pratica pensando: “Un classico”, già nel 1988. Ma “Time” quel remoto pomeriggio passò per lui come l’acqua sulle pietre: un po’ di bagnato, e nulla più.
Ma adesso, quelli di Radio Capital lo avevano preso davvero in contropiede. L’album era lo stesso, non il brano: che poi, chiamarlo così era tremendamente riduttivo. Ken aveva sentito definirla noiosa, oppure rassicurante: ma “Us And Them”, col suo andamento ipnotico e sinuoso, con quel cantato che echeggiava solo a tratti e a un certo punto restava sospeso lasciando spazio al tappeto sonoro fino alla fine, era come una trapunta da cucire a piacimento, così da avvolgercisi secondo necessità; era la cornice attorno a una tela libera, su cui si poteva dipingere qualsiasi cosa passasse per la testa, e con ogni stile. Ma in quel frangente, Ken non ebbe la forza di pensarlo. Spegnere la radio no, non sarebbe stato giusto: Ken quasi bramò che le batterie del cellulare si scaricassero il prima possibile; e invece, a occhi chiusi, ebbe perfino il tempo di ricordare a cosa aveva sempre associato “Us and Them”. A un addio, a un abbandono. Per il resto conosceva ciò che ne seguiva, tanto da rivolgere un sarcastico “bentornata!” a quella mano che, all’inizio dell’ascolto, sentiva soltanto appoggiata sul petto, ma minuto dopo minuto si faceva impercettibilmente sempre più pesante, finchè Ken non desiderò che qualcuno gli prendesse a martellate il torace, ormai sopraffatto in maniera insostenibile. E a un tratto, i suoi occhi si spalancarono sulle pareti, che addirittura trasudavano delle note di “Us And Them”, inondando tutto il treno.
Sui gradini, col cuore a mezza gola, Ken sentì la radio del cellulare zittirsi di botto durante il notiziario, a causa delle batterie a terra. Ma ormai era tardi. La vita all’interno del vagone, i pensieri, il ritmo musicale a cui essi avevano viaggiato fino a poco prima, gli sarebbero rimasti nel cervello, come per effetto di un loop perenne.

A voi

Annunci

2 pensieri su “Empatia

  1. Ken Falco era un figo… ma come ti vengono certe ispirazioni? Qui gatta ci cova.
    Però sai che sono un po’ come Ken della storia. Qualche giorno fa avevo lo stomaco a pezzi e pensavo che stesse per succedere qualcosa, quando mi chiama mio figlio minore e mi dice che si sono lasciati con la sua ragazza (dopo quattro anni). Ecco, non ero su un treno almeno.

    Liked by 1 persona

  2. Su Ken Falco potrei inventarmiti mille fantasiose spiegazioni. Semplicemente, il nome originario del personaggio era Kenneth, poi mi è venuta in mente quella sigla (di cui da piccolo avevo il 45 giri, ebbene sì!) e gli ho dato una sforbiciata in onore dei tempi andati. Per il resto, l’empatia andrebbe coltivata, ma anche quando ci sono di mezzo eventi lieti, mica solo quelli tristi. Ma…che tipo di gatta ci coverebbe?😉

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...