Album di Assùrdia – la legge del bar

C’era pure quel momento in cui vivere l’estate aveva ancora un senso, se non altro perché l’inverno era troppo lontano per essere annusato nell’aria con trasporto bamboccio e nella nostra Assùrdia, la stessa che tempo dopo avrebbe dato il “degno” benvenuto all’anno nuovo in diretta nazionale (“Siamo fortissssimi, noi, nel varietà!!!” – Nanni Moretti, tra la distruzione di una suppellettile e un’altra, ne “Il Portaborse”), aprivano i “bar”. Per qualche settimana, eh: per poi subito chiudere. Non per insuccesso commerciale, ma perché trattavasi di abitazione privata dalla quale i legittimi proprietari si assentavano per alcuni giorni: così restavano i figli che ancora vivevano con costoro e ospitavano, o meglio, erano costretti ad ospitare gli amici messi al corrente, a qualunque ora di giorno e di notte. Chiamavamo questa situazione per l’appunto con il termine “bar”, cui andava aggiunto il cognome della famiglia vacante. Tralasciando la “baracca” – leggasi casino – che veniva a crearsi, merita essere trascritto un copione di questo genere. (Notare bene: le righe che seguono denotano comportamenti addebitabili, in mancanza di migliori, più scientifiche e più dignitose spiegazioni, allo iodio che ci infesta sangue, polmoni e neuroni).
Esterno giorno. L’avventore suonava al citofono del “bar” del tutto inaspettatamente (ma forse che per andare al bar occorre annunciarsi?), mentre la titolare stava facendosi gli affaracci propri: magari stirando, o cercando di spostare qualche mobile perché il giorno successivo erano attesi gli imbianchini.
Barista: “Chi è?”.
Avventore (senza salutare né facendosi riconoscere – ma forse che per andare al bar occorre identificarsi?): “Oh. Salgo. Metti su il caffè”.
La barista, disorientata, sopprimeva in gola un “ma” sulla cui inutilità non starei nemmeno a perdere tempo. Per cui apriva il portone, e faceva andare la caffettiera.
Interno giorno, un minuto dopo. Le scarpe dell’avventore, grazie a due esemplari scatti di malleolo, erano finite ciascuna in due angoli distinti della sala ancor prima che l’ospite avesse varcato la soglia. Lui degnava di un distratto grugnito la barista, e quando si sedeva in poltrona era già praticamente in mutande. La barista sopportava in silenzio, avendo il cliente sempre ragione. Quest’ultimo, a sua volta, tollerava dolorosamente i necessari minuti di convenevoli da parte della titolare, finchè dalla cucina non si udiva il gorgogliare della caffettiera. Oh, finalmente.
Barista, dalla cucina, facendo tintinnare le tazzine: “Quanto zucchero?”.
Avventore: “Di che zucchero parli?”.
Barista: “Non volevi il caffè, scusa?”. (diceva anche scusa, la poveretta).
Avventore: “Eh, sì…”
Barista: “Ma allora lo bevi amaro?”
Avventore: “Che cosa?”
Barista: “IL CAFFE’, CAZZOOOO!” (mentre il fantasma di Ionesco cominciava a gigioneggiare nella stanza).
Avventore: “Aaah…ma chi t’ha detto che lo voglio bere? A me piace solo sentirne il profumo che lascia in casa, tutto qui”.
Il “vat a fè dè in te cul” che si nebulizzava tra le pareti del bar era quasi il fruscio di un sipario che si chiude sulla scena mentre il pubblico non sa bene se applaudire o meno, né come destreggiarsi su quel sottile confine tra idiozia e genio.
A proposito, la circostanza degli imbianchini non era stata citata a caso. Una notte, una barista ebbe davvero la malaugurata idea di confessare che il giorno seguente il tinello sarebbe stato totalmente ritinteggiato. E qualche minuto dopo l’annuncio gli avventori si dotarono di pennarello, e le pareti diventarono simili a quelle di una cella da manicomio non imbottita e il cui occupante, da uomo libero, fosse un artista ancora capace di spremere colori da qualche misteriosa fonte ignota ai guardiani. Fenomeno dagli esiti non descrivibili, dunque, neanche se io fossi Zeri, Bonito Oliva e Sgarbi reincarnati tutti in uno. Dovendo chiudere queste cronache, ricorderò l’unico frammento – ma un enorme frammento, a ben vedere – di cui le mie parole possano fornire una vaga idea. “Io andrò all’università bovina” era il proposito che campeggiava a caratteri cubitali da uniposca là dove poco prima aveva regnato un mobile pieno di cose nobili; nobili in modo stridente rispetto all’atmosfera così tragicamente degenerata: ad esempio un giradischi con un album di Richard Clayderman ancora sul piatto, che chissà se l’ultima volta aveva sfrigolato sotto la puntina tre quarti d’ora o trent’anni prima.
Sigla, se la volete.
https://www.youtube.com/watch?v=gfsgXJQ0ebU

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10 pensieri su “Album di Assùrdia – la legge del bar

  1. Già. Pensa che io lo odiavo, con quel suo vestito bianco e il caschetto biondo, quella faccia insipida e quel pianoforte melenso… le mie amiche sognavano il lento al suono di Clayderman, convinte che corrispondesse ad una dichiarazione d’amore, mentre io già intuivo il trucchetto meschino sotto quelle note insignificanti e volutamente piacione. Se un lento doveva essere, con i Metallica di Nothing Else Matters, minimo!

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  2. Mh, sì, quei Metallica sono il “minimo” in tutti i sensi 😉 Quello del link che segue per me è IL lento da ballare. Ed è una parentesi nell’ambito di un album che a livello ritmico è l’anticamera dell’infarto da abuso di caffeina.

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