Ampelmann

(Ost Berlin, luglio).

Le Giamaiche per cui parto sono già viste e sempre nuove,
e anche stavolta parlo di te in lingue da inventare
e poi dimenticare,
per blocchi di immagini incoerenti
– “Vero che non bevete mai caffè senza accompagnarlo
al dolce? E ai figli, prima del parto
date un nome che non sarà quello effettivo?” –
in zone dai contorni che mi sfuggono:
l’Ampelmann, dai gettoni dei vuoti in cauzione
mi guarda sì, pur senza volto; ma a destra, sulla chiatta
una fiesta latina ha spire leste a stritolarti
in nome della vida che tanto è un carnaval,
e a sinistra il prato milonga non si muove al vento
ma alle note di Astor, ai ricami suoi di strazio.
E mentre parlo di te in riva alla Sprea
puoi già trovarmi a Weimar,  in forma di statua,
l’unica di carne.
Proietterò a terra non la mia ma la tua ombra vera,
meglio di come fanno i kappelmeister bronzei
con quella di Lutero, dipinta, povero artificio.

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5 pensieri su “Ampelmann

  1. Grazie, non solo del messaggio ma della tua presenza, che sento costante. In realtà temevo di amare troppo la Germania per trarne altra ispirazione. Poi mi son seduto, e ho aspettato che mi passasse 😉

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