E non hai pietà, tu, di me

Vincenzo (così lo chiameremo) è ferrarese di città, ha sembianze garbate e distinte, era divorato sin dai tempi dell’asilo dal desiderio di sistemarsi e mettere su famiglia. Tanto tempo fa lo odiavo cordialmente, per queste ragioni (soprattutto la prima: campanilismo bieco e spicciolo, e poi sapete com’è finita). Ma è sempre stato l’amico che quando ti incontra ti bacia sulle guance non alla maniera dei parenti serpenti alla vigilia di Natale, ma con convinzione, quasi schioccandoti addosso le labbra, sorridendoti. E’ stato lui a volere così, perché rientra nel novero di persone che se ti prende in simpatia al primo approccio ti si affeziona tutta la vita; ma se ti annusa e l’odore non è quello giusto, povero te. Il non essere nati da queste parti rivierasche, dove tuttora resistono sacche di “mezzi amici”, dovrebbe aver un minimo influito. A lungo non ci siamo visti né sentiti; e tutto mi sarei aspettato tranne averlo davanti nel giorno più brutto della mia vita, in un territorio suo anagraficamente e mio per rinascita. Il sole spariva lentamente dietro la chiesa di Sabbioncello, io pensai che la vita si dimostrava ancora più vigliacca nel farci incontrare in quell’occasione e, abbracciandolo, attinsi a una scorta supplementare di lacrime che ignoravo di conservare.
Adesso ci ritroviamo qui a livello del mare ma in centro, in una presuntuosa enoteca senza la quale, duole dirlo, la piazza medievale perderebbe gran parte di fama e identità. Prendiamo una brodaglia ambrata che al mio dirimpettaio piace tanto, un miscuglio a base di Campari e sa-la-madonna, non è nemmeno uno spritz; io mi guardo bene dall’ordinare succo di luppolo perché, suvvia, proprio non è il luogo. Proviamo anche a fare il punto della situazione dopo che Vincenzo ha posto fine ad una convivenza che si protraeva anche sul posto di lavoro, dacché i due colombi svolazzavano insieme nello stesso istituto di credito. L’interruzione non mi impedisce di vuotare il sacco ed esternargli in faccia il liet motiv dei rosiconi: “Guarda, bella e tutto il resto, ma…”. Vincenzo, pur sempre un signore, nonostante tutto mi decanta la prodigiosa intesa sessuale che aveva con lei, che pure non sentiva – in fondo – come la regina del suo cuore. A rivestire detta ultima carica era la ragazza precedente, con la quale invece non era riuscito a raggiungere gli stessi eccellenti risultati sul campo di battaglia.
“E ora” prosegue lui “mi manca qualcosa. Che dico, mi manca molto. Il lavoro va bene, ma non mi basta. Io voglio qualcuno accanto, non riesco a star senza quel tipo particolare di contatto umano, dare me stesso in ogni singolo aspetto, da un sorriso al fare l’amore…”.
In breve sento già qualcosa di spiacevole appollaiato sul piloro. E pian piano capisco: ma certo! Trattasi di un “Vaffanculo”. Non rendo manifesto il concetto ma, prima ancora che possa rendermene conto, il mio musetto l’ha già scoccato addosso a Vincenzo. Vaffanculo te e la tua sicurezza economica, vaffanculo te e il tuo bisogno di calore, bestia che sei e che sei sempre stato. Vaffanculo, se non si è capito; e vaffanculo, in realtà, perché condividiamo questa situazione, questa mancanza: ma tu la affronti e la supererai con lo stile che io non ho e mai avrò. E lui mi ha già letto dentro: scemo non è.
“Quando fai così, ti prenderei a pugni. Ho sempre voluto farlo, sai”, dice lui serio scuotendo la testa. Oh, bene, mettiamoci comodi. Gentili ascoltatori, va ora in onda una nuova puntata della rubrica: ecco cosa non va di te. “Non puoi lamentarti se non fai niente per cambiare. Cosa ti costa seguire la moda, ogni tanto? Fatti crescere barba e capelli, non vedi il successo che hanno in giro? E il vestiario, poi… neanche sai che importanza può avere – per dire – una camicia portata nel modo giusto…oh, aspetta, fammi indovinare! se vai a comprare un paio di pantaloni e in negozio ti danno suggerimenti sull’altezza dei risvolti, tu scommetto che li minacci di morte, vero? Vai, vai pure avanti così, idiota”.
“Un hipster. Vuoi che mi tramuti in un hipster di merda quando tu stesso ti guardi bene dall’esserlo”.
“Io non ne ho bisogno”, è la disarmante replica.
Mi guarda sconsolato, stentando a credere che un essere umano possa avere così poco rispetto di sé. Per dargli un contentino, e pure un’altra occasione, gli faccio notare che mi prendo cura almeno della zona del viso in cima al naso e tra gli occhi. Ma lui, incontentabile: “Dovresti sistemarti anche il resto delle sopracciglia da scienziato pazzo che ti ritrovi”.
“Sì! un bel paio d’ali di gabbiano tipo amico di Maria de Filippi, e siamo a posto”. E siccome percepisce che stavolta il vaffanculo me lo sta tirando fuori di bocca con le tenaglie, mi butta lì: “Ripeto, tutto ciò che ti sto dicendo vale se vuoi piacere; altrimenti sopravvivrai semplicemente, tu con la tua birra…”. Quel che non riesco a riportare su questo schermo è il ghigno sdegnoso che attraversa il viso di Vincenzo durante le ultime cinque parole: se vuole farmi incazzare ci è riuscito. Si accorge di essere andato troppo oltre, tace. Gli dico: “Giù le mani dalla birra. Di me, di’ quello che vuoi”. E sottolineo il tutto con un fulmineo scatto delle mie non raffinatissime, ma almeno rasate nel mezzo, sopracciglia.
Dopodiché, per riportare la conversazione su sentieri che presume più sicuri, Vincenzo mi chiede cosa ho fatto negli ultimi fine settimana. Oh, guarda. Siccome alcuni erano impegnati a sbavare dietro a Tizio o Caia in separata sede, nell’illusoria convinzione di tenere nascosta la cosa al resto do mundo, ed altri si trovavano in locali dove non entri se non porti il paio di scarpe o la faccia appropriati, io ero al “Dylan Dog”. Come, non te lo ricordi? Ci andavamo ad Halloween, a cantare a squarciagola gli Iron Maiden e farci truccare la faccia da Brandon Lee nel Corvo, per portare una sana ventata di ribrezzo in luoghi come quelli in cui siamo seduti; ce l’hai presente ora o no, maledetto estense mangiazucca? Vincenzo elude la risposta che mi aspettavo e para il colpo con un’altra domanda: “Eri da solo?”. Al mio sì – “e del resto con chi cazzo dovrei andarci ormai in posti del genere?” – batte una mano sul tavolo e grida: “Male, perdìo!”. Si calma, toccia le labbra nel suo beverone e poi, guardando nel vuoto: “Non devi fare mai niente, da solo”. Grandioso guizzo attorale, devo riconoscerlo. E se costui mi volesse bene, dopotutto?
Al momento di alzarci, però, restiamo i soliti: da una parte un fighetto ferrarese incompleto ma con piucchediscrete aspettative; dall’altra uno sfigato incapace – povero lui – di apprezzare ciò che più conta nella vita: la barba lunga, i risvoltini ai pantaloni e i beveroni ambrati che giurano di essere un miscuglio di Aperol e Sa-la-madonna. A degno coronamento, Vincenzo mi congeda addirittura dicendo: “Però, il tempo vola quando conversi così bene con una persona; è sempre un piacere parlare con te, sai?”. Grazie tante, amico. A questo punto Nanni Moretti, nei panni del professore in “Bianca”, davanti all’alunno che gli snocciola per filo e per segno la soluzione al problema di matematica, implorerebbe: “…e non hai pietà, tu, di me?”.

 

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2 pensieri su “E non hai pietà, tu, di me

  1. Io, non so perchè, ho una naturale simpatia verso lo sfigato incapace ecc. ecc. E quel “vaff …” l’avrei detto sfacciatamente con un sorriso a 45 denti, io che sono una poco urbana e molto poco fighetta provincialotta del sud.

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  2. Ah ah…al di là delle questioni “nord/sud” e dell’essere di città o di campagna o di scoglio o di colle, i vaffanculo si danno e si prendono. Quello scambio di battute al tavolo era come un giro di briscola giocato con le peggiori intenzioni e le più subdole manovre…poi però viene sempre il momento di posare le carte, e allora si beve fraternamente.

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