Retorica

Per molti, per quasi tutti, l’icona di ciò che ricorre oggi è quel paio di lancette che, nonostante il quadrante in pezzi, hanno resistito ferme, lassù, inchiodate sulle 10.25. A me, invece, non c’è anno che non torni in mente lui, o meglio, la sequenza di pochi secondi che me l’ha reso indelebilmente, tristemente caro. Lo scenario è arcinoto, e nemmeno l’effetto seppia dei filmati originali può smorzarne l’orrore. Chi è morto giace; gli altri, tra infermieri, medici, vigili del fuoco, poliziotti, cercano di dare una mano; e c’è anche chi è vivo e, a smentita del detto, non si da pace. Sono accorsi sul posto, non possono rendersi utili ma gli operatori e le autorità hanno troppo da fare per mandarli via. Tra costoro c’è anche lui. Un bolognese d’altri tempi, te ne rendi conto subito: non deve essersi mai mosso troppo dalla sua città, nemmeno ad agosto; stempiato, camicia bianca un po’ aperta sul petto, pare lo zio che ai pranzi delle feste elargisce i regali per i nipoti e un sorriso, una battuta per tutti, anche per il cognato non proprio simpatico. Immagino vantasse un nome antico e importante nonostante le storpiature dialettali, che so, “Duèlli” (Duilio), “Uléss” (Ulisse); che qualche minuto prima, sdraiato in poltrona, avesse sentito il busso; che si fosse catapultato in strada gridando “”s’ai è suzest?”; magari nell’aria ancora squassata aleggiava, come un velo nero, un pulviscolo di ipotesi per cui “quelcdòn l’ha cazè onna bammba in staziàn”. E ora eccolo lì. Nessuno gli ha sbarrato il passo, nessuno gli bada. Si ritrova piantato in quel piazzale e non può muoversi, quasi fa parte anche lui delle macerie; i lineamenti non gli si stanno stravolgendo, stanno proprio colando giù dalla faccia per il caldo ed il dolore; i suoi mugolii attraggono la telecamera della tv locale arrivata per prima. Rimarrà dunque eterno in quella posa, una mano appena appoggiata su una guancia; inutile chiedersi cosa stia guardando: tutto e niente, ma soffre come se gli avessero detto che là sotto c’era tutta la sua famiglia. Sopraffatto dal poco che riesce a spiegarsi, alla fine cede: pian piano si volta, china la testa, si allontana. La telecamera, prima di dedicarsi ad altro e lasciarlo al suo destino, ci congeda da lui mostrandone la mano che adesso gli copre il viso e il simil-Rolex che gli scintilla al polso. Anche la pietà era morta sul serio, altro che Resistenza.
Ti ascolto, amico lontano; zittisci me ed ogni retorica, che di male ne fa sempre, e tanto.

 

 

 

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2 pensieri su “Retorica

  1. Piango, ancora. Per le tue parole, per questa faccia che dice tutto. E avevo pianto poco fa, a tavola con mio figlio, guardando il tg… lui mi fa “mamma… perché? Chi era stato?”. Non so rispondere, piango, perché certe cose ti restano appicciate si ricordi, e all’istante preciso in cui hai saputo, che si cristallizza per sempre come un momento che, altrimenti, avresti scordato dopo un minuto. Era il primo giorno di ferie, si stava sul divano a guardare cazzate in TV in attesa della partenza, e hanno interrotto i programmi. E il pugno nello stomaco è arrivato, con le facce di quei giornalisti che non riuscivano a non far trasparire (benedetti loro per sempre) il dolore. Grazie per aver scritto questo, che va oltre a tutto e dice come, nel tessuto individuale, non si dimentica.

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  2. Grazie…io ricordi personali non ne ho: mi portarono sì nel piazzale non molto tempo dopo, ma avevo poco meno di quattro anni. Con l’uomo del filmato il discorso è diverso: già dalla prima volta mi pareva di conoscerlo da sempre, e che la sua sofferenza mi scorresse nel sangue senza che ne fossi ben consapevole. Difficile spiegarlo.

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