Creva

Non c’è modo di non sentire la mancanza della mia piccola “Creva”, nemmeno con le correnti, proibitive condizioni climatiche i cui nefasti effetti, nella Bassa, si amplificano anche. Uscita della tangenziale in salita, a Borgo Panigale; striscia d’asfalto intervallata dalle rotonde, un tempo merce sconosciuta; Bargellino, Calderara, il capannone industriale della Farmac Zabban; sulla destra il casone che una volta era la “pesa pubblica” (o almeno così c’era scritto sopra), e poi il laghetto per la pesca più o meno sportiva. L’inespugnabile Persiceto, uno svincolo per Zenerigolo e Lorenzatico, che solo a sentirle nominare ti hanno mosso al riso per tutta l’infanzia. Ultima manciata di chilometri, la carreggiata non è stata ampliata di un millimetro: immagino non sia raro godersela tuttora completamente invasa, d’inverno, da una nebbia tale che puoi trovarti a vagare per i campi senza nemmeno accorgertene; e forse andrebbe anche grassa, se si ripensa alla schifosa fine del figlio di Gigi (e ovviamente qui Gigi è uno solo, Simoni). Il torreggiante stabilimento della Mignini, mangimi e pastoni assortiti; Amola, sul cui cartello di benvenuto qualcuno aggiunse con lo spray una “V” e un accento sull’ultima lettera, a ottenere uno spiritoso “Vamolà”; Crocetta, con quello che era il tremendo ristorante-pizzeria-bocciodromo. E queste sono solo sciocchezze: la mia memoria di bambino sarebbe capace di ricostruire ogni curva, ogni anfratto dal casello di Bologna-San Lazzaro in qua, dove non  mi avventuravo da vent’anni e oltre.
Fatte le debite proporzioni, là dove abito capita di vedere o ricordare una zona in un modo per poi ritrovarla un anno dopo completamente trasfigurata: palazzoni, rotonde, sfruttamento selvaggio del metro quadro; al posto di stradine con vista su campi di sterpaglie, improvvisi viali a tripla corsia che collegano un quartiere all’altro. Ora invece giro fieramente con il naso per aria, e realizzo che a Creva non è cambiato nulla. Il terremoto qui è stato relativamente clemente; la campagna resiste; nessun mostro edilizio è sorto attorno ai primi due condomini che vedi dopo il cartello d’ingresso in città. Colorati a tre strisce orizzontali con inspiegabili accostamenti cromatici, bianco nella parte superiore, giallo nella centrale e marrone nell’inferiore, mi appaiono sempre enormi anche se hanno solo quattro piani, forse perché sono le case intorno a essere irrimediabilmente “nane”. Mi sembrano identici perfino i minuscoli garage a schiera lì accanto, in grado di ospitare solo i “ciappinari”, coloro che si rinchiudono a fare oscuri lavori potenzialmente in grado di sovvertire l’ordine mondiale, avendo però cura di appendere la bici sul soffitto, altrimenti spazio proprio non ce n’è. Distribuiti in questi due stabili vivevano i miei parenti, da mia nonna in giù, prima delle inevitabili vicissitudini e dispersioni del tempo. Oggi c’è rimasta solo una zia: la mamma di colei che sta per sposarsi, mia cugina.
La macchina nuziale, una candida Mercedes “cabrio”, parte proprio dal vialetto incastrato tra quei due palazzi; noialtri ci uniamo al corteo, un brevissimo tragitto che costeggia la biblioteca, il centro commerciale in miniatura “Crevalcore 2” e l’Ospedale Barberini. La chiesa è a metà del corso che unisce Porta Bologna e Porta Modena, sorvegliata dalla statua del Malpighi. Lì mi ritrovo, tra gli altri, con due superstiti di quello che una volta era il nutrito clan dei miei zii. Al è un baffo naturale di Sant’Agata, luogo che può vantare Nilla Pizzi ma non una ferrovia (cosa per cui lo prendiamo sempre in giro); un tipo tutto così speciale e “alfabeta”, tendente all’enciclopedico, culturalmente imbevuto del cabaret di razza, quello milanese degli anni 70. E’ come se ci fossimo visti la sera precedente. Da lontano scorgo Renzo, fratello di mia mamma, spigliato giovanottino ultrasettantenne, Renzo il Compagnissimo (come tutta la famiglia del resto) che non solo sta varcando il sacro portone, ma addirittura scortando la sposa fino all’altare. Se me l’avessero raccontato, non ci avrei mai creduto. Mia madre va in chiesa con gli altri, mi chiede se poi faccio un salto dentro almeno per lo scambio dei consensi, io dico: beh, dopo; sì, molto dopo, mi fa eco Al, prendendomi bellamente per il culo.
Io e Al restiamo per un po’ all’ombra del campanile, siamo in quella fase di conversazione che io chiamo “scambio dei gagliardetti” e di per sé dura poco, ma nel nostro caso viene troncata dall’uscita repentina dell’accompagnatore dalla chiesa. “Guardalo là” mi fa Al, “mi sa che il film non gli piace, dev’essergli bastato il trailer…E al fomma!”. In effetti Renzo ha la sigaretta fumante in bocca ancor prima di finire quei tre scalini che lo separano dal sagrato. Ora tutto torna ad avere una certa logica.
Noi tre quindi siamo gli unici a disertare la cerimonia, piazzandoci in un bar da dove si può dominare la scena-esterno giorno. La chiacchierata non riesce a sbarrare il passo ai miei pensieri arruffati. Proprio di fronte alla chiesa c’è il municipio, da sempre oggetto delle schiaccianti preferenze dei cittadini di Creva la Rossa per quanto riguarda la celebrazione dei matrimoni, un contesto ideale per Guareschi. Lì “convolarono” i miei nel dicembre del ’71, e c’ero quando toccò ad Al una trentina d’anni or sono. Quindi si può dire che oggi sia stata infranta una tradizione, ma certo. Intanto capto che i due discoli stanno prendendo spunto dalle mie vicende professionali per chiedersi se il patto di quota lite l’è proibì dala làz o nà (proibito dalla legge o no).
Mi si obietterà che non ho indugiato sulla sposa. E’ il punto di vista a fregarmi: mi sono bastati pochi secondi per rivedere, dietro i “paramenti” ufficiali, l’adolescente che si trastullava sullo stereo di famiglia con i dischi dei Bros (“When, When I, When I’ll be famous?”); non avevo bisogno d’altro. Ho rifiutato ragguagli anche sulla funzione, ma non sono riuscito ad evitare di sapere che il prete non ha detto “puoi baciare la sposa”, causando così qualche delusione, e che non è mancato il momento del messo finto-trafelato che interrompe il rito verso la fine per annunciare l’arrivo del telegramma di benedizione dal Vaticano. Questo no, fingo di indignarmi tra me e me: a tutto c’è un limite. Eccheccazzo.
Non ho ricordi particolari del dopo cerimonia in una villa di Nonantola: definirei celestiale la visione di un immane prosciutto servito per l’aperitivo a tocchettoni e in punta di coltellaccio direttamente dentro alle crescentine appena tolte dalla friggitrice. Prima di attaccare le ostilità alimentari vere e proprie gli sposi, giunti in villa accompagnati della marcia tradizionale, fluttuano per qualche minuto in mezzo agli ospiti al ritmo dell’altro classico “A te” cantata da coso lì, con le sibilanti sventrate (“A te che fei, foftanfa dei fogni miei…”). A tavola metto il pilota automatico: mi sottopongono all’inevitabile radiografia, dal mio cosiddetto “status” (a cinquant’anni come a dieci mi chiederanno sempre della “filarina”) alla mia fede sportiva (“Ah, sei virtuSino!” mi fa qualcuno usando una sola, durissima “esse”, come in “tesoro” o “esame”, forse per canzonarmi), passando per la mia professione. Il copione è pienamente rispettato anche stavolta. “Uuuuh, voialtri!” – e giù una sequenza standard di bonari improperi. Non ho avuto la prontezza di giocare il mio consueto asso, cioè di menzionare i mestieri  su cui fantastica il compianto Ragionier Fantozzi mentre viaggia sul tetto del 37 nero-barrato delle collinari: “batterista ad Harlem! Croupier a Casablanca! Hippie nel Nepal!”. Non se ne esce. Anche perché, combinazione fottuta, alla sposa si sono appena rotti i tacchi “in sincrono”, roba che neanche a provarci appositamente; e ora deve rimediare un paio di scarpe di fortuna mentre quelle da cerimonia, che invece una fortuna sono costate, si rivelano assemblate con due scaracci. Va da sé che non sono calzolaio, ma vengo comunque additato da più parti: io mi schermisco, e mi limito a suggerire – wow! non ci sarebbe arrivato nessuno! – di mandare due righe in proprio al rivenditore non appena possibile. Mi verrà fatto sapere, promettono. Attendo spasmodico, dico tra un brasato e un tortellone. Tutto sommato, i discorsi che impegnano i commensali ben possono essere condensati in un botta e risposta tra mia mamma e il discolo-Renzo. Lei, per la prima volta in vita sua, ha assaggiato del sushi come antipasto, e non è stato esattamente amore: “Era così disgustoso che, se non fossi una signora, l’avrei sputato”. “Se tu fossi una signora”, replica furbetto Renzo, “questo non l’avresti nemmeno detto”. Fratelli coltelli…
Alle sei e mezza, trangugiato un pezzo della torta a tre piani mentre gli sposi coinvolgono i presenti nelle danze, decido che è ora di prendere il lungo sentiero che mi porterà al salmastro prima che calino le tenebre. Durante il viaggio, provando a strizzare la giornata come un mociovileda, quel po’ di bagnato che ne esce è un’unica considerazione: al di là di tutto, per qualche ora sono tornato noto come “Il figlio della Graziella”. E son soddisfazioni. E’ la mia piccola Creva. A presto.

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6 pensieri su “Creva

  1. Sento che tutto tutto tutto non ce l’hai raccontato qui. Per esempio: avevi la cravatta? giacca e cravatta, vestito da matrimonio così come si usa al sud? che non sia un po’ diverso al nord? E poi c’era così tanto caldo da (s)madonnare e le crescentine poi come erano? Bellissimo post Tullio, come sempre. 😉

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  2. Ebbene sì, per quel che conta ero paludato! Il caldo da matrimonio è uguale e atroce per tutti, al nord e al sud. La sofferenza però era mitigata sia dall’allegra compagnia sia dalle crescentine, che hanno il potere di far passare in secondo piano “bazzecole” come la temperatura. (Grazie mille!)

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  3. Sì. Bellissimo post. Me lo sono proprio gustato. Ti ho trovato ispirato nell’intimo, con quello sguardo retrospettivo, così attento a evidenziare tinte e caratteri familiari. C’è davvero tanto, di te. Condivido quell’immedesimarsi, quell’accettare e in fondo onorare, magari a distanza di anni e lunghe peregrinazioni, le proprie origini. Ovunque esse siano, foss’anche quattro sassi nel deserto, è da lì che proveniamo e ce le porteremo sempre dentro.

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  4. Tutte le cose che hai provato durante la lettura e riportato nel commento, sono le stesse che stavolta mi hanno tenuto lontano dalle lacrime che di solito verso durante i matrimoni (e no, non sono di commozione). Grazie come sempre!

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  5. E’ uno sguardo cinico, disincantato, ma al tempo stesso pacato e comprensivo. Lo sguardo fondamentalmente onesto di chi ha varcato una soglia e non ha giudizi per nessuno, ma tanta, umana compartecipazione. E’ sincero ed aiuta a vivere.
    Tu hai un vero talento, non dimenticarlo.
    Un abbraccio,
    Paolo

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