Color che un dì partirono

…e là rimasero. Parrebbe quasi un canto alpino, o un girone dantesco mai scoperto. In realtà, per “là” si intende la nuvoletta di disagio mentale che ciascuno di loro si è scelto come dimora.
Riccardino coltiva con fierezza la propria particolarità. E’ famoso per le sue comparsate allo stadio, in occasione delle quali si segnala sugli spalti. Gli piace attaccar briga con gli arbitri, ma non in modo malevolo. Una volta, durante il riscaldamento della terna designata prima di una partita importante, non smise un solo secondo di richiamarne l’attenzione sbraitando: “TAGLIAVEEEEENTOOOOO!!!!”…il quale ultimo non fece una piega, nonostante le urla di Riccardino sovrastassero qualsiasi coro e rumore, come la sirena che preannunciava i bombardamenti nei conflitti mondiali. Successivamente, spiegò di avere scommesso che l’arbitro, a furia di richiami “discreti” come quelli, alla fine si sarebbe girato e gli avrebbe rivolto un cenno di saluto. Cosa che non successe. Chissà se Tagliavento, oggi uno dei più quotati in serie A, ricorda l’episodio almeno con un sorriso di compassione. Per il resto, Riccardino ama spiegare a ogni pie’ sospinto, anche a chi già lo conosce, che lui da piccolo era gravemente malato, al punto che il dottore aveva fatto una diagnosi impietosa: o il bambino moriva, o diventava scemo. Della serie: traete voi le conseguenze. Senza contare il suo irrinunciabile vezzo ossia, su richiesta, rigirare ogni frase ripetendola alla rovescia. Ma subito, senza pensarci; e tu o ti fidi o ti metti lì a controllare, impiegandoci un’eternità. Il suo cavallo di battaglia è “Margherita” di Cocciante, ovviamente con il testo tutto al contrario. Nemmeno Leonardo Da Vinci, che pure si gingillava in cotali amenità, ne sarebbe stato capace.
A me capita spesso di incrociare a piedi “la pia nonna” lungo Via Gambalunga, sebbene lei finisca per girare in bici dappertutto in città. E’ una signora che veste per lo più di bianco, con una vistosa acconciatura giallo pannocchia. Non si sa esattamente cosa faccia nella vita, se non pedalare su e giù reggendo in equilibrio, davanti al petto, un ritratto formato-poster del volto di “gesucristo” nella raffigurazione più classica: testa lievemente di sbieco e faccia di chi non scherza, come a voler dire: “Basta con le seghe, t’ho visto, ti tengo d’occhio”. Da notare che il ritratto è double-face, e dunque ogni tanto può essere voltato in modo che venga ostentata la beatasempreverginemaria. Secondo me, quando sta a tavola, la pia nonna piazza l’icona nella sedia accanto, come ospitando un commensale; e fa anche in modo che un altro posto rimanga sempre vuoto, perché lì poi si accomoda il padreterno, e cieco sei tu se non lo vedi.
“Fredastèr” io l’ho sempre visto al Rockisland, il pub-ristorante-discoteca costruito su una specie di palafitta proprio a ridosso dei frangiflutti con vista sul mare aperto, alla fine di quella che noi chiamiamo “palata”, la camminata fino alla punta del molo della vecchia darsena. “Fredastèr” invece veste sempre di nero, sia la polo che i pantaloni; i pochi capelli ai lati della testa sono scarmigliati, e lo sguardo vaga in qua e in là senza vedere assolutamente nulla. Si fa costantemente largo tra le note sparate dagli altoparlanti, fendendo la folla del venerdì e sabato notte, e non si ferma nemmeno per mezzo secondo. Lo diresti assoldato dal locale in veste di raccoglitore di vuoti dai tavoli: qualche dubbio ti viene quando ti avvedi che non trasporta mai nulla e, anzi, mentre girovaga ha lo strano vezzo di toccarsi il palmo di una mano con la punta delle dita dell’altra, uno alla volta. La sua appartenenza a color che un dì partirono è sancita dal fatto che, non appena riesce a ritagliarsi un po’ di spazio, “Fredastèr” si ferma (solo allora), si afferra un piede, fa estendere la gamba in verticale proprio come Heather Parisi nei primi “Fantastico”, e conclude con una piroetta sul perno; tutto questo con fulminea rapidità, in pochi attimi. Poi, come se niente fosse, riprende il suo peregrinare fino alla replica successiva del passo di danza. Che però non sai esattamente quando ci sarà.
Ma il più in vista tra color che un dì partirono è Magic Voice, che non descrivo; magari avrete la bontà di aprire il link più oltre. Non è nato da queste parti. Dalla Puglia, il nostro cambiò aria, arrivò qui e si autoproclamò cantante. Apparve all’onor del mondo in occasione di una puntata della Corrida in cui, prima di dare corpo alle movenze di un Mauro Repetto sotto anfetamine e tavernello, disse a Corrado: “Qui davanti a lei c’è un uomo capace di tutto”. La sua “Ciao ciao Lulù” fu una sorta di inno cittadino, per qualche tempo: lo stesso tempo che con lui non è stato galantuomo. Oggi ha smesso di cantare, la sua barba bianca e lunghissima lo precede sempre di qualche passo; e di muoversi tipo lavatrice in centrifuga non sarebbe più capace. Prende di mira i locali del centro, girandone le tavolate più numerose e nutrite di sconosciuti (infatti dai cipigli habituè mio e dei miei amici, che ha ben presente, si tiene a distanza). Arriva di soppiatto, si fa dire i nomi dei presenti e li inserisce ciascuno in un disastroso haiku con rima improvvisato lì per lì, che viene trascritto e consegnato alla tavolata. Unitamente al conto, peraltro. “Per l’artista” dice lui, ed è inutile precisare come intanto gli avventori si chiedano tra loro chi e dove sia, l’artista. Se non a scrivere versi, spero abbia imparato a contenere la sua insistenza quel tanto che basta a evitargli le sgabellate nei denti che gli hanno fatto guadagnare il ruolo di parte lesa in un paio di processi penali: definiti bonariamente prima di arrivare a sentenza, peraltro. Perché il nostro un dì partì e mai più tornò, ma in fondo non sa portare rancore.
In coro.

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Sogni d’oro dall’avamposto

(Ciao Riccardo, questa è per te. Un giorno sarà di nuovo gran festa: intanto preparaci un bancone, ovunque tu sia finito).

Non era nemmeno più in grado di dire con esattezza da quanti anni si trovasse nel suo avamposto, a vario titolo di responsabilità e nonostante i cambi di gestione: ma di sicuro, in assenza dei titolari che d’estate si occupavano del distaccamento sul mare, era addirittura il barman con più esperienza, benché quasi senza età (nel senso che facevi fatica a dargliene una). Ora che ciondolava divertito sulla soglia, con la sola pancia a sporgere sulla pubblica piazza, i suoi pensieri restavano i soliti anche se tramortiti, nelle ore precedenti, dal tempo che anche lui detestava: non tanto quello piovoso, pur fastidioso anche per motivi “commerciali” in una città di mare, quanto l’alternanza continua di nuvole e sole in cielo, con i relativi, ravvicinati cambiamenti di intensità della luce a pochi secondi di distanza. Adesso invece era notte, e sicuramente il distaccamento laggiù in spiaggia era già chiuso perché faceva anche un bel fresco settembrino. Lì in città, dell’avamposto resisteva la parte al coperto, ma pur non essendo tardissimo la gente aveva girato i tacchi verso casa: si trattava dei nuovi clienti, essendo ben lontana l’epoca in cui in quel luogo gravitavano fin verso le prime luci dell’alba gli originaloni che, pur di avere un pubblico da compiacere, erano capaci di tutto, fino all’autolesionismo. Niente da fare, l’unica preoccupazione del barman era assistere premuroso al capezzale della serata morente, badando solo di non ricevere un altro gavettone di sciacquatura di lavello dal collega più giovane e tartassato, a titolo di vendetta. Il solo accenno di vita che poteva captare nella piazza dalla soglia dell’avamposto, spipacchiando la paglia del dovere compiuto, erano echi di voci dall’osteria quasi attigua, illuminata come fosse prima serata. Fatto piuttosto strano, questo, visto che lì (un’“osteria” nella moderna accezione di mangiatoia pretenziosa) il sabato sera vigeva la legge del “mangia&smamma”, e inoltre non si poteva pretendere che la cucina stesse aperta fin oltre l’una: quindi dovevano esserci degli ospiti eccezionali. Il barman ebbe appena il tempo di pensarci, che dalla porta del ristorante uscì la diva. Scortata da un tizio che non si capiva bene chi fosse (troppo esile per esserne la guardia del corpo, ma all’apparenza anche troppo anonimo per sembrarne la fiamma attuale), indossava un vestitino che si sarebbe notato anche da un centinaio di metri, essendo di un sobrio rosso-aragosta catarifrangente. In pochi passi arrivò dall’osteria all’altezza dell’avamposto, sicché il barman ebbe poco tempo sia per ricomporre e indossare la sua miglior maschera spavalda, sia per sopprimere il senso di disagio che gli dava la schiena infradiciata dal gavettone poco prima subito. Ma ci riuscì, ed anzi poté perfino atteggiarsi in maniera da ostentare la pancia nel modo più simpatico, e disegnarsi in volto un sorriso maliardo e a suo modo seducente, neanche fosse “anfribogart” a sfumacchiare quella paglia. Sui porfidi per terra, davanti all’avamposto, i tacchi della diva saettavano esperti (solo una come lei era capace di non restarvi incastrata e di non farsi così saltare via il tendine d’Achille come un frisbee scagliato in aria); e in quel momento lui, nel suo improvvisato aplomb, le scoccò addosso da vicino un impeccabile “Buonasera, Simona”. Quest’ultima, con la sua vociaccia famosa in tutta Italia, gli mandò in risposta un “buonasera” volante che, pur gracchiato, sbatté contro gli edifici che incorniciavano la piazzetta chiusa. Di certo, non si aspettava l’aggiunta confidenzial-affettuosa che arrivò dal barman mentre lei tagliava l’angolo per riaffacciarsi sul corso.
“Sogni d’oro…”
La diva si voltò appena prima di sparire e, non cogliendo la sfumatura ammiccante con cui il barman aveva connotato quell’auspicio, disse un “Eh, speriamo…” che nell’abituale pubblico dell’avamposto avrebbe scatenato un effetto comico dirompente.
Avrebbe, già. Dal ventre dell’osteria, ancora illuminato, provenivano altre voci non meno famose, che invece sembravano restie a farsi carne come nel caso della diva. L’autore del gavettone, alle spalle, trafficava indifferente in cucina. Per il resto, attorno, nessuno. Chissà dov’era finito lo scemo che, nelle serate più ispirate, per bere usava le proprie scarpe al posto del bicchiere. Al solitario guardiano dell’avamposto non restò che ricordare il modo in cui aveva promesso, tre mesi prima, di celebrare l’eventuale vittoria dell’Italia nella finale dei campionati europei contro la Spagna. Della partita sapete tutti il risultato, comunque non infausto abbastanza da scoraggiare il nostro, che fino all’87esimo minuto aveva blaterato della nostra superiorità figlia del coraggio dei gladiatori. Dopo il fischio finale, visto lo sconforto generale, aveva proclamato: “Sapete cosa? Manterrò comunque la mia parola, chi se ne frega della sconfitta”. Poco dopo, nessuna Pubblica Autorità si affacciò sul corso principale mentre lui lo percorreva con le sole mutande addosso tra due ali di amici ululanti. Doveva succedere: e la Nazionale dunque aveva perso due volte, contro la Spagna e contro il destino.

 

Scantinato

Stasera ho ceduto alla tentazione di fare un salto in archivio – e dovrei dunque proseguire precisando “in soffitta”: ma no, si tratta dello scantinato, se non altro perché devo fare i conti con zone vergognosamente basse di me stesso. Ho tolto un po’ di polvere da un paio di reperti del 2011 e ben presto mi si sono corrugati fronte e mento, soprattutto quest’ultimo anche se nessuno può rendersene conto ricoperto com’è dal mio anacronistico pizzetto sale e pepe. Nel 2011, invece, avevo solamente dei baffi assurdi, lunghi, nerissimi, praticamente da anni ’70 (volevo omaggiare Zappa, ma certo. Aggiungete il fatto che fossi più giovane ed ecco servito il cocktail del perfetto esibizionista). Altra differenza con l’oggi: d’estate andavo in spiaggia e stazionavo sotto un ombrellone, ci passavo pomeriggi interi con o senza amici attorno: cosa che a volerla realizzare adesso costituirebbe per me una delle più atroci autoafflizioni concepibili, paragonabile alle frustate con cui i partecipanti a certe processioni religiose martoriano le loro carni nude. Un’analogia (ovvia) con il presente è il fatto di essere solo; ma le mie solitudini sono caratterizzate da differenti gradi di consapevolezza a seconda degli anni. Ad esempio, all’inizio degli anni 2000 (non ricordo in precedenza, o magari non mi ponevo il problema) era la solitudine fiera e cocciuta di chi si sente già in grado di proclamare: “Io vivrò e morirò da solo. Come lo so? Lo so e basta”. Oggi, a distanza di un’era geologica, vira più sul rassegnato: parte dalla stessa premessa, ma dopo il punto fermo subentra il tentativo autoconsolatorio: “Almeno sono stato amato ed ho amato. Cos’altro dovrebbe spettarmi?”. Nel 2011, cioè la fase intermedia, era invece venata ed anche consumata da un vago senso di speranza, cioè a dire: “Sono ancora solo e senza particolari prospettive, ma vedo che a tutti coloro che mi circondano sta toccando una chance, e per sbaglio potrebbe capitare anche a me. Starò zitto e fermo, per non rovinare tutto. Del resto, se la terra gira, la mia occasione passerà di qui prima o poi”. Con questo stato d’animo buttai giù e pubblicai le righe che seguono. Non furono di aiuto immediato, e sarei stato stupido a credere il contrario, ma qualcuno ogni tanto le leggeva, in silenzio, da lontano, senza farsi notare: lo stesso qualcuno che poi, avendo imparato a conoscermi, le inscatolò nello scantinato di cui sopra, salvandole a mia insaputa dall’oblio informatico in cui credevo di averle spinte.
(Basti pensare a come parlavo di donne allora. Roba che in quelle rughe sul mio mento oggi potrei inciampare e cadere con tutto me stesso).

Vi avevo preannunciato uno scadimento di tenore e contenuto del presente spazio per quanto riguarda il periodo ferragostano: bene, nemmeno quello vi meritate, giacché da una settimana l’unico mio vero movimento fisico diurno lo fanno le palpebre. Tenete presente che non mi sono mosso dal lettino, in spiaggia. Se sono chiuse, lascio che mi rimbombi nella testa la colonna sonora delle ultime notti. Non tutta intera, solo alcuni stralci, quelli che mi colpiscono maggiormente per motivi di affetto oppure per raccapriccio:  tra i primi, “Back in Black” e “Hell’s Bells”; “Rearview Mirror” e “Alive” (delle quali non menziono gli autori perché in fondo ho molto rispetto della vostra cultura). Poi le schegge insopportabili, anche se (o proprio per il fatto che) ti si infilzano nei neuroni e lì resistono ostinate: ad esempio quella che fa “Giunga, giunga-giunga, sotto la doccia, nemmeno una goccia”, che se non sbaglio cantava Ambra qualche tempo fa; e “Non succederà più”, diventata misteriosamente un successone 30 anni o giù di lì dopo il lancio da parte di Claudia Mori.
A occhi aperti invece c’è spazio solo per la parte superiore delle cabine a schiera, quest’anno pitturate di un arancione che il vento e la sabbia hanno ormai provveduto a stingere, ma non abbastanza da attenuare il contrasto con l’azzurro del cielo, che occupa il resto del mio campo visivo. E’ un panorama non dico consolatorio ma rassicurante, interrotto solamente da pagine di libro che consumo come fossero sigarette, una ogni tanto. Ho rubato a mio babbo un agile libello di Gianni Brera, “Coppi e il Diavolo”. Fausto Coppi: un’altra delle scelte di campo del capofamiglia, prevedibile peraltro. Mai quest’ultimo avrebbe potuto preferire un toscano trombone, democristiano e baciapile (Bartali) a un piemontese silenzioso, lavoratore e “principe della zolla” – volendo usare un’espressione dello stesso Brera – per di più vittima dell’insipienza medica italiana, la quale per salvarlo non si degnò di utilizzare “un tubetto di umile chinino” (anche se perfino il gran cancelliere, da coppiano di ferro, non aderisce in tutto e per tutto a questa tesi, così come emersa dal libro, magari un po’ semplicistica). Sull’autore, io e paterfamilias fatichiamo a tracciare un giudizio preciso, forse per via della nostra quota di sangue terrone – per favore non offendetevi – che Brera avrebbe aborrito. A me piace riportare il duplice parere del Griso moderno, ovvero Federico Buffa, cui da piccolo venivano passate le rubriche breriane sul Guerin Sportivo con una solennità pari a quella che da riservare a un Kafka. E cito: “Io non capivo nemmeno la metà di quello che scriveva, ma col tempo affinai due concetti: 1. Brera era un passo al di là della genialità giornalistica; 2. Non è necessario essere sobri per scrivere divinamente”. Gioco, partita e incontro, Stimato Collega Buffa.
I miei due spiccioli bucati. L’argomento del libro (una biografia di Coppi) parrebbe un po’ frusto se non si pensasse al modo in cui è nato ed è stato sviluppato: il ciclista in poltrona e Brera allo scrittoio. Lo stile è asciugatissimo; così forse esige il racconto di una vita frenetica come quella di un corridore che parte dal nulla e conquista il mondo. Periodi secchi, brevi; colpisce la frequenza dei due punti, usati più volte anche e soprattutto all’interno di una stessa frase. Ma che verismo, che efficacia. Li puoi vedere, gli occhioni di Faustin mentre dice, implorando, “Ma’, g’ho fam”; puoi sentire il rumore del coltello che si confronta con la crosta del pane o con un “tallone di salame”, le cui fette sono “un mosaico di tessere compatte” bianche e rosse. Puoi condividere la fatica del ciclista che sente bruciare “gli apici dei polmoni”, o che dopo il traguardo vuota una gassosa nel “gorgozzule” e sente il deserto arido nella pancia. Anche sotto il profilo tecnico, finisci per annuire di fronte a Coppi che da un 40 x 20 passa a un 40 x 16, anche se di bici e di rapporti non ti intendi minimamente. Chi sbircia la copertina mi chiede chi è il diavolo del titolo: “E’ la dama bianca!”, buttano lì. Non credo. Nel libro non c’è spiegazione diretta. Io direi che il diavolo è costituito dai tanti segnali – sotto forma di periodici infortuni e cadute – con cui la sorte quasi intimava a Coppi di smettere di correre per il bene della salute, e che il campionissimo puntualmente ignorava.
Per cui leggo Brera; e non mi rompete i coglioni che leggo Brera (non dico proprio a voi, amici, ma al resto della spiaggia e dell’universo).
Poi finisco il paragrafo o la pagina, e poso il libro. Il guardo, in senso leopardiano, è sempre occupato dal contrasto tra cabine e cielo; la testa invece no. Viene il momento di pensare alle due donne che “intorno al cor mi son venute” (scusate, l’uso delirante di questi pezzi di zattera scolastica deve attribuirsi al sole). Elena mi attraversa l’esistenza di tanto in tanto, alla maniera di una cometa, perché ci dividono compagnie e luoghi di frequentazione: per fortuna c’è uno scolatoio dove incontrarsi. Non la vedevo da mesi, la ricordavo scandalosamente magra: potevi prenderla per i polsi usando il pollice e il mignolo di una mano. Ora ha messo su qualche chilo, ed è una gioia personale. Darei non so cosa per vederla con i capelli sciolti, cosa che non succede mai forse perché lei pratica sport in maniera quasi continuativa. Gli occhi azzurri restano l’unica cosa ferma: il resto del corpo invece – testa, mani, le spalle abbronzate – sempre in movimento tra le sorsate al bicchiere e il piluccare dai piattini dell’aperitivo. Mi rinfranca, e anche commuove per certi versi, che una marziana di tal fatta (perché, anche se è di Verona, per modi e argomenti di conversazione sembra provenire da un altro pianeta) quando torna quaggiù chiami proprio me per fare una bevuta, faccia a faccia. Elena mia, ok, io ti voglio bene, e se mai tu volessi contraccambiare il sentimento non cercare di farmi stare al passo di un veneto medio al tavolo di un bar. Ah, in realtà vuoi ammazzarmi? Beh, allora si spiega tutto.
Con Fabiola faccio spesso e volentieri le cinque del mattino in giro, soprattutto in punta al molo, che è un po’ il buco del culo della città perché a una cert’ora tutta la marmaglia turistica e no passa di là. Devo trovare il modo per esprimere a Fabiola un concetto che non mi è mai capitato di manifestare: tu sei il diavolo (non lo stesso di Coppi, chiaro). Quel culo prepotente e battagliero, il modo in cui lei tiene tra le labbra il filtro mentre arrotola il tabacco nella paglia, sono solo parti del discorso. Volendo edulcorare, io sono pinocchio e lei è il mio lucignolo. Ma forse si tratta di una tesi troppo comoda: tutti tendiamo ad attribuire agli altri le devianze dei nostri comportamenti. Per dire: magari sono proprio io a indurre Fabiola, peraltro senza far nulla, a tirare tardi. Ma qui cado nella presunzione: in fondo lei di amici adatti alla bisogna ne ha a bizzeffe. E allora cavalco l’onda della superbia fino in fondo: probabilmente trascorre volentieri del tempo con me perché sono l’unico che non cerca di farsela. Eh beh, se così fosse, troverei perfino modo per esserne contento.
A bientot.

No, beh, ovvio che davvero contento non fossi. Ma ero arrivato con diversi anni di anticipo a quella che oggi i rincoglioniti da rete sociale chiamano “friendzone”. Volete mettere?

 

Palle al vento

(Confidando in un ritorno, e che non sia affrettato).

In momenti come questi, quando la giornata non ha più nulla da dire, è tremendo restare davanti a uno schermo, impantanato tra i canali esteri che il decoder satellitare squaderna alle tue palpebre cispose. L’audio del televisore diventa ben presto un pastone indefinito di voci straniere, e basta un momento di distrazione per distogliere lo sguardo e pensare: ma dove ho già vissuto tutto ciò? La risposta non tarda. In un attimo, tutto lo scenario attorno al video è cambiato; nemmeno io sono più io. Al Jazeera, France 2, la BBC eccetera eccetera sono sempre lì a trasmettere la loro sbobba, ma d’improvviso assisto sdraiato sul letto a due piazze di una stanza d’albergo, quasi la stessa a ogni latitudine in cui ho pernottato. Saranno le nove di sera, fino a poco fa ero in giro sin dalla mattina presto per borghi o per metropoli; ora il sole sta calando, ne filtra qualche raggio tenue dalla finestra che ho lasciato socchiusa. In mutande, mi godo quel senso di appena lavato, ma a poca distanza, nell’armadio, già mi attende il vestiario serale. Non essendo alle viste un appuntamento al locale Rotary, basteranno il paio di bermuda di ordinanza e una maglietta. Tocca scegliere. Vediamo un po’ i soggetti. Primo piano di Stewie Griffin truccato da Drugo. Primo piano di Peter Griffin camuffato da rasta-man. Schiera di lattine di birra sormontate dalla scritta “Life is full of important choices”. Elenco dei motivi per cui una birra è meglio di una donna. Freccia che mi indica la faccia con la frase “If found, return to the pub” (questa viene dall’Irlanda). Marchio del gruppo artistico riminese “Compagnia dei Ciarlatani”, con la scritta “CIARLATANI” sul petto e il disegno di un baghino (ovvero un maiale)/salvadanaio sulla schiena. Scritta nera su stoffa gialla: “SONO UN RIBELLE MAMMA”, in omaggio al più grande complesso italiano. Riproduzione, su stoffa completamente rossa, di Zio Vladimiro Ulianov in fiera posa in occasione di un discorso di quelli battaglieri, da berretto stretto in pugno (comprata in Lituania, al Gruto Parkas, uno di quei parchi zanzarosi disseminati di capoccioni dei capoccioni – scusate il bisticcio – del Comunismo). Ove l’aria fosse più frizzante del previsto, mi porto una simil-felpa, scritta fronte: BRISA STRAZER I MARON; scritta retro: SOCMEL (comprata in Piazzola a Bologna e indossata nei locali a livello del mare, nei quali mi vale la segnalazione al microfono e il pubblico ludibrio). Insomma, penso di aver reso l’idea.
L’insalata sonora che viene dall’apparecchio sarebbe però incompleta se non fosse corredata dallo scroscio della doccia dove staziona il mio compagno di camera, che tra un po’ si stravaccherà accanto e si beerà anche lui della frescura prima di rivestirsi, scendere a mangiare e sudare dentro un altro paio di straccetti vacanzieri. Forse ci attendono il Barrio Alto a Lisbona, la fabbrica di birra incorporata nell’hotel a Bamberga, le donne in vetrina nei quartieracci di Amsterdam, i lamenti del muezzin a Bodrum, i permalosi pizzaioli italiani a Klaypeda, che al momento del conto non ti salutano perché non ti eri unito al tavolo dei paesani dalle bocche unte; le tette consunte di Molly Malone a Dublino; poco importa. Per il momento, abbiamo appena la forza di muovere mezzo polpastrello su un tastino un po’ ciancicato di telecomando, dopo aver scostato a manate le lenzuola già sfatte, vecchie paia di mutande e gli avanzi di quella che era stata una Gazzetta integra, rigorosamente del giorno prima. Cerchiamo di capire chi abbia trionfato nel Master di tennis in Bessarabia e poi, scanalando, finiamo disgraziati su Rai Uno e sui giochi pre e post telegiornale. E ci arrendiamo.
Già. Decisamente meglio finirci il meno possibile, sui canali esteri.
E sì, quella del titolo è proprio una condizione fisica. Nulla di poetico. Ma del resto, cercate la poesia qui al Ministero delle Camminate Strambe?

Roby mio

Fine agosto-inizio settembre: tempo in cui di solito i club si preparano alla stagione e nel frattempo tocca alle squadre nazionali far squittire le suole sul parquet, si tratti di Olimpiadi, campionati mondiali o (come capita quest’anno) europei. Dunque mi perdonerete se mi va di aprire una delle mie periodiche parentesi cestistiche, considerando che quella che leggete è ispirata da un personaggio rimasto per lo più nell’ombra dopo aver appeso le scarpe al chiodo, ma in questi giorni tornato alla nostra insignificante ribalta (anche televisiva) come dirigente e accompagnatore-in-panchina; e al quale comunque devo moltissimo.
Facendo un considerevole numero di passi indietro, però, vediamo di sfatare l’atmosfera di melassa appiccicosa ove far sguazzare il capitano “nobile di cuore, puro di pensieri”: Roby mio sapeva essere un bel figlio di puttana, altroché. Ed è in tale veste che ne ho i ricordi più netti, non solo e non tanto quando ha alzato trofei. Beninteso, lui è stato il primo che abbia mai conosciuto con la canotta che nel cuor mi sta, a fine anni 80: epoca, in quello sport, di calzoncini corti all’inguine e di calzettoni lunghi almeno fino a metà stinco. Forse Villalta (altro mostro sacro) sbocconcellava gli ultimi tocchi di carriera, forse l’allenatore era Bob Hill, forse qui e forse là: è certo solo che quella squadra non vinceva seriamente da anni. Rimasi subito colpito da quell’umbro silenzioso, solo in apparenza compassato, salvo poi ammirarlo quando penetrava palla in mano in terzo tempo verso il canestro: determinato, serissimo, impermeabile a qualunque offesa. Mia cugina – cioè la sposa di un paio di post fa – guardava Yoga (prima) e Arimo (dopo) in TV, con la segreta speranza di indottrinarmi; e invece fu lui a farmi “sbilanciare” dalla parte opposta. Lo vidi ridere per la prima volta nel febbraio del 1990, al Palafiamme di Forlì (si chiamava Palafiera prima che i tifosi riminesi un giorno ne incendiassero qualche metro quadro di campo), a Coppa Italia conquistata. E fu in quel torneo che scappò fuori il “figlio di puttana” inaspettato, di cui parlavo prima. Durante la semifinale con Varese non fece altro che contestare le fischiate che non gli davano ragione, e con che tigna. Lui in difesa, al pelo di contatto falloso, a inseguire l’arbitro e battere le nocche a pugno contro il palmo dell’altra mano: all’epoca lo sfondamento si segnalava così. Oppure: normale contatto per fermarlo in contropiede, lui cade a terra, fischio in suo favore: ma non è contento! si afferra il polso della mano chiusa a pugno per intendere: è fallo antisportivo! e l’arbitro che fa? Corregge la sanzione, aggravandola! Vedo il coach di Varese, Sacco, che già al suono del fischio s’imbufalisce, poi nota la rettifica “in peius” e fa per andare via, buttando le braccia in aria e tirando giù gli angeli in colonna. Per inciso, della finalissima non parlo perché quella fu il palcoscenico di uno Sugar Richardson mostruoso e del suo bacio in fronte a Valerio Bianchini, lo stranito coach avversario, mentre Piero Chiambretti, ancora discolo televisivo senza smoking e scarpe buffe, si aggirava furtivo tra le prime file del parterre, e il perché è ancora da capire.
Non sportivissimo nell’occasione il capitano: e perciò mi stupì, come pure in seguito durante il famoso derby che si concluse con un vantaggio di quarantuno punti per la squadra da lui guidata. La partita non aveva più nulla da dire molto prima che quello scarto si concretizzasse, ma lui non la pensava esattamente così. Durante un’azione, il pallone andava mollemente rimbalzando fuori campo, destinato a cambiare di possesso in quella successiva. Be’, visto che nel basket la palla non è persa finché non tocca la zona fuori dal campo (regola che Lapo Elkann, spettatore in prima fila durante una partita dei Lakers, qualche anno fa ha interpretato molto a modo suo), il capitano corse alla riga laterale, appena prima della quale spiccò un balzo e dette una manata salvifica alla boccia poco prima che rimbalzasse a terra, recapitandola in mano ad un compagno di squadra e finendo in braccio al pubblico. Lui si giustificò dicendo che era un gesto di rispetto verso l’avversario. Ma tutti pensarono, e io tra costoro, che avesse maramaldeggiato per il semplice gusto di farlo.
Io ne parlavo e a me rispondevano: ehi, bambòz, guarda che lui è sulla breccia da quando tu ancora non sapevi fare altro che le bolle di saliva: chi credi che abbia messo il paniere decisivo nelle finali del 1984 contro Milano, per lo scudetto della stella? Per carità, riverivo e basta. Sempre nell’anno di fede 1990, gli tenevo gli occhi addosso quando si giocava la finale di Coppe delle Coppe, a Firenze, contro il Real Madrid di George Karl. A un certo punto, durante un’azione, si scavigliò senza nemmeno riuscire a lasciare il campo da solo. Fu allora che lo schermo mi restituì una scena madre indelebile. Gus Binelli lo raccattò con la delicatezza dovuta ad una Biancaneve dormiente, e amorevolmente lo prese in braccio. Prima che l’illustre infortunato fosse deposto in panchina, e per la precisione durante il suo trasporto, ebbi l’impressione di contemplare una Pietà contemporanea, bellissima. Poi vincemmo e tutti i salmi finirono in gloria, di cui si inzupparono perfino elementi sottotraccia come Lauro Bon e il Gallinari padre di colui che da tempo spopola oltreoceano.
C’era, e tutt’oggi c’è solo un Brunamonti. Non sto a raccontare gli anni successivi: il tris di scudetti in fila; lui Don Chisciotte contro l’imbattibile mulino a vento rappresentato dalla Coppa dei Campioni; le sue Reebok Pump, unica concessione alla moda (di allora) incalzante; gli strambi duelli con Vincenzino Esposito, El Diablo, che buttava i raudi negli spogliatoi dei cugini: tanto incontrollabile quest’ultimo quanto disciplinato l’altro; la medaglia che formava con Danilovic: una faccia odiosa e sbruffona e l’altra silenziosa, ma pur sempre di classe si trattava; il guizzo, uno dei tanti, di Bianchini che ne accostò le ultime partite ad eventi come lo scioglimento del sangue di San Gennaro; la cerimonia di chiusura di carriera, quando l’altra Bologna lo applaudì anche solo per dirgli “finalmente ti togli dalle palle”: comunque un gran attestato di stima. E poi la fine dopo la fine, quando levò le tende dal posto del cuore dopo che un padronaccio assassino gli fece capire: “Oh, ma sei ancora qui? Guarda, non è che avessimo strettissimo bisogno di te…ma, oh, se vuoi stare stai, non ci disturbi mica!”. Uno come lui, sentirsi dire così e riparare a Roma, dove le ultime gioie importanti risalgono tuttora a Polesello, Larry Wright e Clarence Kea.
In questi giorni di amichevoli televisive in vista degli Europei, assisto devoto alle inquadrature isolate che le telecamere gli dedicano, bontà loro; e non è che l’altra notte abbia propriamente sognato di lui. Sognavo me in quel 1990, senza problemi e responsabilità, all’interno della sala giochi di Rivazzurra, la Pyramid di fronte alla spiaggia, per raggiungere la quale scarpinavo da casa mia – che invece dava sulla Statale Adriatica – e passavo sotto un ponte bassissimo da dove mi guardava lo scoiattolo di Fiabilandia, effigiato sul cartellone pubblicitario lì appeso. Stazionavo in fondo alla sala e guardavo un flipper d’importazione, chiedendomi chi fossero, sul quadrante segna-punti, quegli strani personaggini gialli e con gli occhi a palla sotto la scritta luminescente “The Simpsons”.
E in mezzo a tutto questo sì, c’era anche lui. O meglio, solo la sua faccia, tra uno stacco e l’altro. Mah. Capirete anche voi, trattandosi di sogni, quanto sia inutile chiedere chiarimenti.

Liste nozze alla Casa del Coltello – ovvero, dell’irreparabilità delle sei di sera

Pigri appigli agostani, ovvero: aggrapparsi al poco che si sa e al tanto che si ignora; eventualità, quest’ultima, decisamente più frequente e probabile per quanto mi riguarda, con buona pace del detto felliniano “nulla si sa, tutto s’immagina o s’inventa”, cioè dell’unico parto creativo che il Maestro avrebbe dovuto farsi perdonare.
So che continuano a piacermi le sei di sera, anche se d’estate è una fascia oraria un po’ perfida perché ti illude che il caldo stia mollando la presa prima che la persistente umidità ti riporti bruscamente alla realtà. Ma i motivi per cui le sei mi piacciono sono gli stessi per tutto l’anno, e dunque anche quando è buio pesto: in primo luogo, gradisco soffermarmi sulla posizione che assumono le lancette dell’orologio quando segnano quell’ora; mi trasmettono una sorta di equilibrio visto che, sul quadrante, sembra di guardare un ginnasta stilizzato che sta eseguendo una verticale perfetta. Mica come a mezzogiorno e mezzo, quando invece la giornata sa ancora di incompiuto e le lancette altro non ispirano se non un tizio qualunque, secco secco, fermo in piedi come aspettasse l’autobus, altro che ginnasta o atleta sotto sforzo: roba che son buono anch’io. E poi, orologio o meno, le sei di sera mi piacciono perché è il punto del giorno in cui cominci a tirare le somme sulla produttività di ciò che hai combinato a partire dalla sveglia. E non importa se avete salvato il mondo (che magari nemmeno lo sa) o, più verosimilmente, inferto colpi tremendi ai vostri entusiasmi vitali (magari in piena consapevolezza): è comunque tardi per rimediare, o per iniziare qualsiasi altra “impresa”. Ecco l’irreparabilità delle sei di sera.
So che mi piacciono le Olimpiadi, e che quest’anno mi mancano: non perché io sia patito delle varie discipline che prevedono il consueto copione, stando al quale nessuno se le fila per quattro anni, finché un italiano conquista l’oro e lo dedica alla mamma/nonna/patria ferita e benedetta, auspica che “questa vittoria possa far scoprire ai ragazzi che oltre al pallone c’è un fioretto/una sciabola/una carabina/un archibugio/un kriss malese”, e alla fine è costretto a pregare che a “ballando con le stelle” ci sia ancora un posticino. Anzi, da questo punto di vista le Olimpiadi, come te le servono le TV, talvolta ispirano pena profonda. E non mi riferisco, a mero titolo di esempio, alle vicissitudini di uno Schwazer che lacrima sconsolato, apre bocca e fa ridere come Villaggio quando impersonava il Professor Kranz con il peluche di cammello (“chi fiene foi atessooooo???”). No: in proposito mi torna in mente certa dabbenaggine (umana ancor prima che giornalistica) con cui vengono approcciati gli atleti che partono coi favori del pronostico e invece falliscono il bronzo per un soffio: si può fare ben altro che chiedere, in sostanza, “ci sei rimasto male, eh? Ma quanto ci sei rimasto male? Dai, su, sfogati che ti fa bene” e mostrare al rallentatore il pianto che ne segue. Credo si tratti degli stessi che piazzano un microfono sotto il naso della gente per domandare: “Perdonerà mai l’assassino di sua figlia?”…Ecco, dicevo, più semplicemente ciò che mi piace davvero degli eventi come le Olimpiadi è il senso di importanza che impegna contemporaneamente tutto il mondo e a tutte le ore: una volta tanto non si tratta di guerre o di cronache luttuose, e io posso metterci il naso quando mi va ed altrettante volte andare via solo schiacciando un tasto, senza provare particolare affezione per vicende o personaggi, così, per pura curiosità.
Ancora: so che non so nulla di economia, e che non sono in grado di sostenerne una conversazione. Due miei maledetti amici ogni giorno discettano pubblicamente sui mali che affliggono la salute dei conti del Paese. Entrambi pensano che ne abbia colpa Monti (Monti e Fornero sono come la matta al sette-e-mezzo), ma ognuno dalla propria posizione: una del “berlusconiano-pentito-e-i-cinquestelle-sono-bestie-ignoranti-ma-comunque-tutto-va-bene-purchè-non-governi-il P.D.-al-più-sono-d’accordo-coi-radicali-su-alcune-cose-peccato-che-Oscar-Giannino-si-sia-bruciato”; l’altra del connazionale che però vive e lavora all’estero e proclama, grazie al cazzo, che l’unica soluzione per l’Italia ormai è fallire per poi ripartire dall’aratro e dal baratto e in ogni caso, beh, sono affari nostri visto che siamo rimasti qui a crogiolarci nell’ignoranza e nel “tutto va bene, madama la marchesa”. Ciascuno mira a mostrare bonariamente l’insipienza dell’altro, ma in modo pur sempre brillante, con scambi di battute sapide, scoppiettanti, argomentate, di fronte alle quali io arretro, alzo le mani e provo tremenda invidia, pensando agli effetti tragici che avrebbe un mio contributo alla discussione sulla base dei relitti del mio naufragio scolastico, chessò, un laissez faire-laissez passer (che se detto nel modo “giusto” è quasi romagnolo!) buttato a caso e solo per darmi un tono. Ma mi dovete spiegare una cosa, capoccioni cari. Per far capire come l’Italia sguazzi nel guano, i telegiornali mostrano le stesse immagini per dare corpo alla questione. Ebbene, di grazia, perché io dovrei tremare alla visione di quei tizi, in maniche di camicia e si direbbe prossimi all’infarto, seduti a scrutare giorno e notte cataste di monitor ultrapiatti su cui scorrono cifre e numeri senza senso per gran parte del mondo? Voglio dire, se costoro si alzano a pisciare una volta di troppo, mica si impennerà lo spread? Capoccioni miei, non è che la Scuola di Friburgo può venire in soccorso?
Ah, e poi, da ultimo, so che alla Casa del Coltello, giù in città, sono ancora aperte le liste nozze – già, come se ci fosse mai stato il rischio di una loro chiusura. Non basta, ma aiuta. E temo si tratti del concetto più lucidamente espresso in questo post, tanto da ispirarne il titolo. Non vogliatemene, e passate bei giorni.

Creva

Non c’è modo di non sentire la mancanza della mia piccola “Creva”, nemmeno con le correnti, proibitive condizioni climatiche i cui nefasti effetti, nella Bassa, si amplificano anche. Uscita della tangenziale in salita, a Borgo Panigale; striscia d’asfalto intervallata dalle rotonde, un tempo merce sconosciuta; Bargellino, Calderara, il capannone industriale della Farmac Zabban; sulla destra il casone che una volta era la “pesa pubblica” (o almeno così c’era scritto sopra), e poi il laghetto per la pesca più o meno sportiva. L’inespugnabile Persiceto, uno svincolo per Zenerigolo e Lorenzatico, che solo a sentirle nominare ti hanno mosso al riso per tutta l’infanzia. Ultima manciata di chilometri, la carreggiata non è stata ampliata di un millimetro: immagino non sia raro godersela tuttora completamente invasa, d’inverno, da una nebbia tale che puoi trovarti a vagare per i campi senza nemmeno accorgertene; e forse andrebbe anche grassa, se si ripensa alla schifosa fine del figlio di Gigi (e ovviamente qui Gigi è uno solo, Simoni). Il torreggiante stabilimento della Mignini, mangimi e pastoni assortiti; Amola, sul cui cartello di benvenuto qualcuno aggiunse con lo spray una “V” e un accento sull’ultima lettera, a ottenere uno spiritoso “Vamolà”; Crocetta, con quello che era il tremendo ristorante-pizzeria-bocciodromo. E queste sono solo sciocchezze: la mia memoria di bambino sarebbe capace di ricostruire ogni curva, ogni anfratto dal casello di Bologna-San Lazzaro in qua, dove non  mi avventuravo da vent’anni e oltre.
Fatte le debite proporzioni, là dove abito capita di vedere o ricordare una zona in un modo per poi ritrovarla un anno dopo completamente trasfigurata: palazzoni, rotonde, sfruttamento selvaggio del metro quadro; al posto di stradine con vista su campi di sterpaglie, improvvisi viali a tripla corsia che collegano un quartiere all’altro. Ora invece giro fieramente con il naso per aria, e realizzo che a Creva non è cambiato nulla. Il terremoto qui è stato relativamente clemente; la campagna resiste; nessun mostro edilizio è sorto attorno ai primi due condomini che vedi dopo il cartello d’ingresso in città. Colorati a tre strisce orizzontali con inspiegabili accostamenti cromatici, bianco nella parte superiore, giallo nella centrale e marrone nell’inferiore, mi appaiono sempre enormi anche se hanno solo quattro piani, forse perché sono le case intorno a essere irrimediabilmente “nane”. Mi sembrano identici perfino i minuscoli garage a schiera lì accanto, in grado di ospitare solo i “ciappinari”, coloro che si rinchiudono a fare oscuri lavori potenzialmente in grado di sovvertire l’ordine mondiale, avendo però cura di appendere la bici sul soffitto, altrimenti spazio proprio non ce n’è. Distribuiti in questi due stabili vivevano i miei parenti, da mia nonna in giù, prima delle inevitabili vicissitudini e dispersioni del tempo. Oggi c’è rimasta solo una zia: la mamma di colei che sta per sposarsi, mia cugina.
La macchina nuziale, una candida Mercedes “cabrio”, parte proprio dal vialetto incastrato tra quei due palazzi; noialtri ci uniamo al corteo, un brevissimo tragitto che costeggia la biblioteca, il centro commerciale in miniatura “Crevalcore 2” e l’Ospedale Barberini. La chiesa è a metà del corso che unisce Porta Bologna e Porta Modena, sorvegliata dalla statua del Malpighi. Lì mi ritrovo, tra gli altri, con due superstiti di quello che una volta era il nutrito clan dei miei zii. Al è un baffo naturale di Sant’Agata, luogo che può vantare Nilla Pizzi ma non una ferrovia (cosa per cui lo prendiamo sempre in giro); un tipo tutto così speciale e “alfabeta”, tendente all’enciclopedico, culturalmente imbevuto del cabaret di razza, quello milanese degli anni 70. E’ come se ci fossimo visti la sera precedente. Da lontano scorgo Renzo, fratello di mia mamma, spigliato giovanottino ultrasettantenne, Renzo il Compagnissimo (come tutta la famiglia del resto) che non solo sta varcando il sacro portone, ma addirittura scortando la sposa fino all’altare. Se me l’avessero raccontato, non ci avrei mai creduto. Mia madre va in chiesa con gli altri, mi chiede se poi faccio un salto dentro almeno per lo scambio dei consensi, io dico: beh, dopo; sì, molto dopo, mi fa eco Al, prendendomi bellamente per il culo.
Io e Al restiamo per un po’ all’ombra del campanile, siamo in quella fase di conversazione che io chiamo “scambio dei gagliardetti” e di per sé dura poco, ma nel nostro caso viene troncata dall’uscita repentina dell’accompagnatore dalla chiesa. “Guardalo là” mi fa Al, “mi sa che il film non gli piace, dev’essergli bastato il trailer…E al fomma!”. In effetti Renzo ha la sigaretta fumante in bocca ancor prima di finire quei tre scalini che lo separano dal sagrato. Ora tutto torna ad avere una certa logica.
Noi tre quindi siamo gli unici a disertare la cerimonia, piazzandoci in un bar da dove si può dominare la scena-esterno giorno. La chiacchierata non riesce a sbarrare il passo ai miei pensieri arruffati. Proprio di fronte alla chiesa c’è il municipio, da sempre oggetto delle schiaccianti preferenze dei cittadini di Creva la Rossa per quanto riguarda la celebrazione dei matrimoni, un contesto ideale per Guareschi. Lì “convolarono” i miei nel dicembre del ’71, e c’ero quando toccò ad Al una trentina d’anni or sono. Quindi si può dire che oggi sia stata infranta una tradizione, ma certo. Intanto capto che i due discoli stanno prendendo spunto dalle mie vicende professionali per chiedersi se il patto di quota lite l’è proibì dala làz o nà (proibito dalla legge o no).
Mi si obietterà che non ho indugiato sulla sposa. E’ il punto di vista a fregarmi: mi sono bastati pochi secondi per rivedere, dietro i “paramenti” ufficiali, l’adolescente che si trastullava sullo stereo di famiglia con i dischi dei Bros (“When, When I, When I’ll be famous?”); non avevo bisogno d’altro. Ho rifiutato ragguagli anche sulla funzione, ma non sono riuscito ad evitare di sapere che il prete non ha detto “puoi baciare la sposa”, causando così qualche delusione, e che non è mancato il momento del messo finto-trafelato che interrompe il rito verso la fine per annunciare l’arrivo del telegramma di benedizione dal Vaticano. Questo no, fingo di indignarmi tra me e me: a tutto c’è un limite. Eccheccazzo.
Non ho ricordi particolari del dopo cerimonia in una villa di Nonantola: definirei celestiale la visione di un immane prosciutto servito per l’aperitivo a tocchettoni e in punta di coltellaccio direttamente dentro alle crescentine appena tolte dalla friggitrice. Prima di attaccare le ostilità alimentari vere e proprie gli sposi, giunti in villa accompagnati della marcia tradizionale, fluttuano per qualche minuto in mezzo agli ospiti al ritmo dell’altro classico “A te” cantata da coso lì, con le sibilanti sventrate (“A te che fei, foftanfa dei fogni miei…”). A tavola metto il pilota automatico: mi sottopongono all’inevitabile radiografia, dal mio cosiddetto “status” (a cinquant’anni come a dieci mi chiederanno sempre della “filarina”) alla mia fede sportiva (“Ah, sei virtuSino!” mi fa qualcuno usando una sola, durissima “esse”, come in “tesoro” o “esame”, forse per canzonarmi), passando per la mia professione. Il copione è pienamente rispettato anche stavolta. “Uuuuh, voialtri!” – e giù una sequenza standard di bonari improperi. Non ho avuto la prontezza di giocare il mio consueto asso, cioè di menzionare i mestieri  su cui fantastica il compianto Ragionier Fantozzi mentre viaggia sul tetto del 37 nero-barrato delle collinari: “batterista ad Harlem! Croupier a Casablanca! Hippie nel Nepal!”. Non se ne esce. Anche perché, combinazione fottuta, alla sposa si sono appena rotti i tacchi “in sincrono”, roba che neanche a provarci appositamente; e ora deve rimediare un paio di scarpe di fortuna mentre quelle da cerimonia, che invece una fortuna sono costate, si rivelano assemblate con due scaracci. Va da sé che non sono calzolaio, ma vengo comunque additato da più parti: io mi schermisco, e mi limito a suggerire – wow! non ci sarebbe arrivato nessuno! – di mandare due righe in proprio al rivenditore non appena possibile. Mi verrà fatto sapere, promettono. Attendo spasmodico, dico tra un brasato e un tortellone. Tutto sommato, i discorsi che impegnano i commensali ben possono essere condensati in un botta e risposta tra mia mamma e il discolo-Renzo. Lei, per la prima volta in vita sua, ha assaggiato del sushi come antipasto, e non è stato esattamente amore: “Era così disgustoso che, se non fossi una signora, l’avrei sputato”. “Se tu fossi una signora”, replica furbetto Renzo, “questo non l’avresti nemmeno detto”. Fratelli coltelli…
Alle sei e mezza, trangugiato un pezzo della torta a tre piani mentre gli sposi coinvolgono i presenti nelle danze, decido che è ora di prendere il lungo sentiero che mi porterà al salmastro prima che calino le tenebre. Durante il viaggio, provando a strizzare la giornata come un mociovileda, quel po’ di bagnato che ne esce è un’unica considerazione: al di là di tutto, per qualche ora sono tornato noto come “Il figlio della Graziella”. E son soddisfazioni. E’ la mia piccola Creva. A presto.