Empatia

Sigla iniziale. (E sareste pregati di cantare in coro, ‘nsommavero).

Ken non doveva affrontare un tragitto lunghissimo, buona parte del quale era già alle sue spalle: ma senza qualcosa da leggere all’infuori del biglietto del treno, gli sembrava che il viaggio stesse durando addirittura un po’ di più; oltretutto, la batteria del cellulare era ai minimi termini, tanto da impedire l’ascolto della radio se non a ridosso della destinazione. Sui vetri dei finestrini, il buio aveva cancellato ogni traccia di paesaggio: restavano riflessi unicamente i volti giallognoli e invecchiati degli altri passeggeri; anche lui, guardandosi, si vedeva sempre più somigliante a suo padre. La presenza più significativa non era umana: un cane cercava, invano, di restare accucciato tra l’ultimo sedile del vagone e la porta che introduceva allo spazio per salire e scendere. La padrona, sullo stesso sedile, era costretta a far spostare ogni tanto l’amico battendogli una lieve pacca sul fianco, imprecando a fior di labbra non tanto per quella sistemazione un po’ aggiustata, ma perché nessuno dei passanti mostrava il minimo segno di gratitudine quando la bestiolona faceva loro largo, e dunque non meritavano un tale riguardo. Dopo lo schiocco secco, da sobbalzo, prodotto dall’incrociarsi del suo treno con l’altro che percorreva la direzione opposta nel binario accanto, Ken si mise a ripensare al giorno precedente.
Il mal di testa lo aveva sempre colto sotto forma di cervicale, alla base del cranio: troppe volte lui si ostinava a uscire dalla doccia senza poi asciugarsi; oppure di sinusite, in corrispondenza delle sopracciglia. Stavolta era successo che il dolore si estendesse su tutta la fronte, delimitato con precisione quasi geometrica: ma era soltanto un’avvisaglia. Aveva preso un’aspirina, e in effetti il malessere se n’era andato, ma solo per trasferirsi successivamente alla bocca dello stomaco; cosicché a cena – vergogna! – Ken non era potuto andare al di là di una margherita, lui di solito dedito agli esperimenti più arditi, basati su impasti alti due dita in cui venivano buttati (ad esempio) fagioli messicani, mais, chili, ciccioli, e qualsiasi cosa concorresse a stracciare le budella. Invece, di quella pizza se n’era andato nel pattume un buon tre quarti; ma non era finita lì. Sempre a tavola, e per di più con gli altri, in Ken era sopravvenuta una sonnolenza invincibile, di quelle che ti fanno pencolare la testa a intervalli regolari, abbreviati da ogni tentativo di opporre resistenza. Lui addirittura era arrivato a rimanere a capo chino e palpebre murate per qualche istante: ma se ne accorgeva, e gli amici erano ammutoliti di fronte a quello spettacolo inedito, impotenti. Aveva dunque presto abbandonato la compagnia, senza riuscire a decifrare il mistero sull’origine di quel malessere. Non aveva preso freddo, e non era infrequente fosse vittima del mal di testa, ma c’era stata una strana escalation. A tavola, di fronte, era seduta una ragazza che non aveva fatto altro che lamentarsi, sbadigliando a ogni sillaba, di aver passato una settimana quasi insonne. Accanto, invece, si era trovato un altro che non riusciva nemmeno a muovere gli occhi per via di un’influenza non ancora smaltita. “Possibile” – si era chiesto Ken poco prima di salire sul vagone – “che io sia stato condizionato da quei due?” Sedendosi aveva concluso di sì, ricordando distintamente le volte in cui si era sentito male al solo sentire i dettagliati racconti di tizi che avevano patito malattie e prolungate degenze in ospedale. “Empatia, scioccone, questa si chiama empatia” sentiva nella testa la spiegazione della sua donna: “E dato che sei un essere umano, non puoi farci nulla, capita che ne sia affetto anche tu”.
Perfetto, non faceva una piega. Solo che adesso, durante il viaggio in treno, Ken era all’improvviso piegato in due fin quasi a sparire dall’immagine riflessa nel finestrino, reggendo il cellulare con entrambe le mani per piccolo che fosse. Via messaggio, un altro amico lontano lo aveva informato in modo lapidario di essere stato lasciato dalla ragazza. Dopo un paio di richieste di chiarimento, erano emerse anche le modalità, per sommi capi. La rottura si era consumata la sera precedente dalle otto circa e nell’arco delle tre ore successive: facendo un rapido calcolo, proprio il tempo compreso tra l’insorgere del mal di testa e la sonnolenza di Kenneth, con in mezzo la chiusura alla bocca dello stomaco. “Oh Gesù”, pensò lui senza potersi mettere in tasca il telefonino su cui apparivano in sequenza quelle informazioni: “…un momento, qui non si tratta di condizionamento…ma dico: è possibile che addirittura io abbia sofferto a mia volta, e fisicamente, per un dolore da separazione di cui non sapevo nulla, patito da un caro amico distante?”.
Altro che empatia. Ebbe paura non tanto di darsi una risposta. Ebbe quasi paura di sé stesso.
Dopo un numero imprecisato di minuti passati a rimuginare, finalmente Ken alzò la testa. Non molto era cambiato rispetto a prima, aleggiava solo un aumentato senso di abbandono: i neon rischiaravano un vagone un po’ più vuoto, e il cagnolone con annessa padrona erano scesi alla loro stazione. Era il momento di infilarsi gli auricolari ed accendere la radio, dando fondo alle residue, esigue risorse della batteria del cellulare: e pazienza se poi lo piantava in asso. Appoggiò la schiena alla poltrona e si abbandonò al pulviscolo di voci e note che gli ballava nelle orecchie: in sintesi, non c’era modo di beccare un’emittente in modo decente. Si sintonizzò sull’unica a diffusione nazionale che gli andasse a genio, se non altro perché programmava musica quasi sempre ultraventennale. Ken era incappato nella replica della rubrica settimanale condotta congiuntamente da Gino Castaldo ed Ernesto Assante, gli unici dai quali accettava di essere educato su cosa ascoltare o meno, anche se in quel preciso momento non era così convinto di essere felice di sentirli. E infatti. Dopo l’ennesimo battibecco benevolo, i due annunciarono il brano a chiusura del programma. Bastò l’attacco.
“No…Proprio questa…”
Ken non era mai andato pazzo per quel gruppo, di cui peraltro conosceva pochissimo: aveva sempre badato a soddisfare le pulsioni più animali, musicalmente parlando. In realtà, lui trovava insensato il solo pensare “loro mi piacciono”, perché gli sembrava equivalesse a dire “mi piace la Bibbia”: quale parte, ché la faccenda è un po’ vasta? E poi i loro dischi sono pieni di tutto, ci si potrebbe soffermare perfino sui passaggi tra una canzone e l’altra, figurarsi sul resto. Glieli fece conoscere, al di là della fama planetaria che accompagnava il nome del complesso, un suo compagno di classe alle scuole medie. A quel tempo la diffidenza del dodicenne, che spesso sconfinava nella pochezza mentale, induceva Ken a pensare che andare matti per qualsiasi cosa fosse un segno di debolezza, senza rendersi conto invece che imbattersi in un coetaneo spasimante di quella band era più che un evento: una fortuna. Un pomeriggio, a casa di quell’amico, smanettavano sul Commodore 64 a una scoreggina di videogioco programmata da David Crane; ma il padrone di casa, ritenendo il clic-clac dei joystick un ben misero sottofondo, durante una pausa raggiunse uno scaffale e tirò fuori un ellepi sulla cui copertina nera campeggiavano un triangolo e un arcobaleno che vi si rifrangeva. Il vinile finì sul piatto e la puntina sul solco numero quattro della facciata A, mentre l’amico, in cerca di proseliti, già si disegnava in volto l’occhietto che intende: senti che roba. Ken liquidò la pratica pensando: “Un classico”, già nel 1988. Ma “Time” quel remoto pomeriggio passò per lui come l’acqua sulle pietre: un po’ di bagnato, e nulla più.
Ma adesso, quelli di Radio Capital lo avevano preso davvero in contropiede. L’album era lo stesso, non il brano: che poi, chiamarlo così era tremendamente riduttivo. Ken aveva sentito definirla noiosa, oppure rassicurante: ma “Us And Them”, col suo andamento ipnotico e sinuoso, con quel cantato che echeggiava solo a tratti e a un certo punto restava sospeso lasciando spazio al tappeto sonoro fino alla fine, era come una trapunta da cucire a piacimento, così da avvolgercisi secondo necessità; era la cornice attorno a una tela libera, su cui si poteva dipingere qualsiasi cosa passasse per la testa, e con ogni stile. Ma in quel frangente, Ken non ebbe la forza di pensarlo. Spegnere la radio no, non sarebbe stato giusto: Ken quasi bramò che le batterie del cellulare si scaricassero il prima possibile; e invece, a occhi chiusi, ebbe perfino il tempo di ricordare a cosa aveva sempre associato “Us and Them”. A un addio, a un abbandono. Per il resto conosceva ciò che ne seguiva, tanto da rivolgere un sarcastico “bentornata!” a quella mano che, all’inizio dell’ascolto, sentiva soltanto appoggiata sul petto, ma minuto dopo minuto si faceva impercettibilmente sempre più pesante, finchè Ken non desiderò che qualcuno gli prendesse a martellate il torace, ormai sopraffatto in maniera insostenibile. E a un tratto, i suoi occhi si spalancarono sulle pareti, che addirittura trasudavano delle note di “Us And Them”, inondando tutto il treno.
Sui gradini, col cuore a mezza gola, Ken sentì la radio del cellulare zittirsi di botto durante il notiziario, a causa delle batterie a terra. Ma ormai era tardi. Il vagone, con all’interno la vita, i pensieri e il ritmo musicale a cui essi avevano viaggiato fino a poco prima, gli sarebbe rimasti nel cervello, come per effetto di un loop perenne.

A voi

Metti i Deep

La mia prima zanzara della stagione si è materializzata stamattina, all’improvviso, perfida e pasciuta, sopra l’etichetta di una bottiglia di Ballantines che dava sul bancone, a portata di pubblico: lì restava arrampicata e immobile, come a bearsi di ciò che del sole veniva schermato dai telai e controtelai, o come si chiamano, montati ai finestroni del bar. Per parte mia ho cercato di fare la stessa cosa – no, non attaccarmi al whisky alle dieci antimeridiane: parlo del godere del calore abbastanza da temprarmi le ossa in previsione del fine settimana, quando il sole diventerà mio avversario e già so che non uscirò di casa prima delle sette di sera, con la luce che non si arrende ma se non altro puoi venirci a patti. Ma al bar erano minuti tranquilli, cosa che permetteva a Gilberto – navigato titolare di quel porto di mare addomesticato – di trafficare tra la macchina per il ginseng e la parete di legno dove sono conficcate le cartoline attestanti le sontuose villeggiature dei colleghi, i quali però un saluto al vecchio Gilberto lo spediscono pur sempre. Lui sogghignava sotto i baffi, compiaciuti dall’invito che ogni tanto gli rivolgo: “Gibo, metti su i Deep!”, perché tempo addietro si sentirono Gillan & Co., seppur soffusamente, in quell’unico angoletto sensato di uno stabile dove invece regna l’assurdità; e io ero sicuro che non si trattasse della radio, no no, ma del caro vecchio “Made in Japan”, con tanto di sfrigolii vinilici e l’inizio in sordina, ovvero Paice e Lord che appena picchiettano sui rispettivi strumenti all’inizio di “Highway Star”, prima di far deflagrare il palco assieme a tutti gli altri. Consapevole delle mie fallaci aspettative, e dovendo pur consumare, ho poi chiesto a Gibo “mi macchi un latte?”, spingendolo definitivamente alla chiacchiera tra un cliente e l’altro. Ha preso a raccontarmi del concerto di Sua Funambolica Santità Steve Vai, degnatosi di scendere nel palazzetto locale, e io mi sarei anche abbeverato fino in fondo a una fonte così appassionata se non fosse stato per l’apparizione silenziosa di quella zanzara. Gibo ormai non poteva ignorare il mio profilo distratto e rivolto altrove da mezzo minuto: ha guardato a sua volta nella stessa direzione e, inaspettatamente, così mi ha esortato, allontanandosi nello sgabuzzino: “Dagli quattro legnate!”. Ma sapeva bene trattarsi di un proposito irrealizzabile: primo perché non potevo abbattere la mia furia su quella bottiglia di vetro, lì in bella mostra; e secondo perché ok, eravamo in un bar, ma pur sempre di un tribunale, dunque nemmeno dovevo provarmi ad allontanare la bestiolina puntuta dal Ballantines per poi darle la caccia andando su e giù, facendo cioccare al vento i palmi delle mani e rischiando di schiaffeggiare un pubblico ufficiale; una situazione che non sarebbe dispiaciuta a Cechov, ma un po’ di contegno, insomma. E infatti era come se la creaturina lo sapesse, restando incollata a quel riverito marchio: non a caso ho usato l’aggettivo “perfida”. In attesa di scoprire cosa mi avrebbero riservato di lì a poco le ore a venire, altro non ho potuto se non contemplarla, con i gomiti appoggiati al bancone; e trovavo strano bearmi insieme a lei di ciò che del sole veniva schermato dai telai e controtelai, o come si chiamano: forse perché io, a ben vedere, di solito quando c’è di mezzo la calura non riesco a bearmi di un beato niente. Con tutto l’impegno possibile, mi sono ostinato a credere che un po’ di colorito in faccia, in fondo, non fosse qualcosa di scandaloso; quindi ho lasciato che la luce mi allargasse per bene l’iride, augurandomi intanto, in uno slancio di altruismo e per la gioia dei miei concittadini, non arrivino i cicloni monsonici che certe rubriche meteo si divertono a chiamare “Summer Storm”, ogni volta, da fine maggio fino agli sgoccioli di settembre. Un piccolo compromesso con sé stessi, a volte, aiuta, o fa bene, o così si spera.

La nostalgia è dura, a Perticara

(Post breve stavolta, ché qualche minuto dovrete spenderlo ad ascoltare e non a leggere).

Se non fosse stato per i coperti apparecchiati, sarebbe potuta sembrare, per ampiezza, la taverna della casa di un facoltoso albergatore, incastrata in un viottolo sul confine tra Viserba e Viserbella. Invece si trattava di una pizzeria rustica, teatro di pantagruelici aperitivi domenicali in occasione dei quali veniva squadernato, su un tavolo enorme, ogni genere di portata (la cosa più impressionante erano i polli interi). La gente, come da tradizione, ci si avventava sopra non appena i piatti si staccavano dalle mani dei camerieri, che così dovevano lasciare frettolosamente spazio a una delle più sanguinose applicazioni del tagliafuori non praticato in una partita di basket: un disarmonico balletto di gomiti piantati nelle gabbie toraciche accanto. Nel frattempo, sul palco improvvisato a lato del bar, musici di varia provenienza ed estrazione si esibivano senza nemmeno sperare di ricevere quel po’ di attenzione che almeno un briciolo di buona educazione avrebbe raccomandato. Ma il Maestro, quando toccava a lui, sapeva aprire parentesi oniriche. Stralunato abbastanza da coniugare la poesia alla ben più prosaica realtà locale con graziosi tocchi di chitarra, sfoggiava anche nella vita un borsalino quasi sempre diverso, occhiali di una montatura tale da invalidare le fototessere per i documenti, e basette lasciate crescere da diverso tempo prima che andasse di moda. Era ed è l’unico coraggioso abbastanza da proclamare al mondo, seppur in forma di canzone, che quelle propinate da Capossela sono lagne fatte e finite. Ne ha fatta di strada, ma ai fini del racconto bisogna tornare al tempo di quella locanda rusticana, nella quale il Maestro era giunto a tre quarti della sua scaletta, a giusta distanza tra i brani dell’ultimo disco, eseguiti per primi, e dai possibili bis, comunque caldamente evitati: a istinto, il temuto momento delle richieste che dal pubblico si levavano come latrati canini.
Con tempismo perfetto si alzò Diegote, così chiamato perché ricordava un incrocio tra un Diego qualunque e un peyote (per maggiori informazioni evocare l’animaccia di Jim Morrison). Mise le mani a megafono attorno alla bocca e gridò:
“Facci ‘Pietracuta Stop’ !!!”.
Dai tavoli attorno si diffuse un angoscioso silenzio, sottolineato dal sopracciglio inarcato del Maestro.
“ ‘Pietracuta Stop’?…” replicò lui dubbioso. “…ma intendi forse ‘Rallentare a Pietracuta’?”
“…e che ho detto io?” ribattè Diegote. “Dai va’ là, che è lo stesso…”.
L’imbarazzo generale, stemperatosi già a quest’ultima battuta, si dileguò del tutto non appena Diegote aggiunse, dopo mezzo secondo e sempre gridando:
“E poi…neanche fosse ‘Letibbì” dei Bitols!!!”.
Nel tripudio che seguì, il Maestro sorrise, si aggiustò addosso la chitarra – impossibile deludere un’aspettativa di tal fatta – e attaccò con quegli accordi così inconfondibilmente italiani ma pur sempre parte integrante di una delle sue creazioni più belle, a parere di chi scrive. Dimenticatevi, se mai l’aveste sentita, la versione dei “Nobraino”, caratterizzata da un testo delittuosamente riadattato per il resto d’Italia che Perticara non sa dove e soprattutto cosa sia. La canzone cui vi rimando tra poco era nata diversi anni prima assieme a molte altre, al tavolo di uno dei locali che vanno a formare il cuore del centro ma anche nostro; e a ispirare musica e parole – si racconta – avevano provveduto prolungate e furiose ma anche romantiche sessioni di pernod, servito da un premuroso cameriere panciuto come un pinguino, tanto che quello divenne il suo soprannome.
https://www.youtube.com/watch?v=4ZCAKSOkq2o

A tutti voi, amore a mucchi.

L’ultimo questionario (una “pièceSSS”)

Agosto 2017 – esterno notte. Lui e lei potrebbero essere sdraiati su un prato lontano dalla città a godersi il San Lorenzo; o con la schiena appoggiata contro un pedalò spiaggiato, sempre sotto stelle e su un metro quadrato di arenile non lambito dalle luci artificiali. Poco importa. Inizia lei.

– Sai di cosa mi servo per saperne di più su qualcuno? E’ una specie di mania.
– Di cosa?
– Quasi mi vergogno a dirlo. Di questi stupidi questionari che trovi nelle ultime pagine dei settimanali, con cui si mettono sotto torchio le persone famose, magari per far vedere che in fondo sono come noi.
– La sola possibilità mi fa rabbrividire.
– Beh, allora mi limito a provare a vedere se con un animale come te si possa instaurare una semplice conoscenza. Posso?
– Sa un po’ di romanzo di Carofiglio, ma….va bene. Leggi pure.
– Ma non devi pensarci troppo, ok? Allora. Parto con la domanda da poco. Cos’è la felicità?
– Una festa in una casa in collina, nella quale dopo un po’ non riesci più a capire chi e quanti siano gli invitati e gli imboscati. Nel dopocena non siamo esattamente presenti a noi stessi e il mio amico Ian, mentre dallo stereo sgorga l’introduzione strumentale a “Shine On You Crazy Diamond”, dice al nulla: “Non c’è niente da fare, un classico è sempre un classico”; per poi rintanarsi a scopazzare da qualche parte. Alle sei del mattino, nel dormiveglia, puoi captare la padrona di casa che, dall’altra stanza, grida esasperata: “E allora va bene, bevetevi tutto, chi se ne frega!”
– Aspetta, ma tutto questo è successo?
– Secondo te?
– Cominciamo bene. Il personaggio storico in cui ti identifichi?
– Nessuno. “La Storia non è magistra di niente che ci riguardi”. Montale.
– La massima stravaganza della tua vita?
– Aver realizzato, insieme agli amici, un filmato sulla vita nell’universo, girato in realtà nell’entroterra con la vergognosa aggiunta di estratti da “2001, Odissea nello spazio”. Ci mettemmo dentro un mucchio di boiate, rese abbastanza credibili dal serioso doppiaggio del sottoscritto. Il risultato fu proiettato durante una lezione di geografia astronomica, e mi si giura che durante i primi minuti c’era gente a prendere appunti. E’ un richiestissimo pezzo da collezione, andrebbe benissimo su YouTube ma io non lo diffondo perché, durante le riprese e l’assemblaggio del tutto, la legge è stata violata e la fedina di qualcuno potrebbe risentirne. Ne ho un’altra, di stravaganza: il mio cellulare altro non fa se non inoltrare e ricevere telefonate e sms. Ma un giorno mi arrenderò e ne prenderò uno che fa la piada.
– Ecco. Il dono di natura che vorresti avere?
– Indurre le donne a strapparmi i vestiti di dosso, ovvio, in qualsiasi modo che non implichi l’uso di arma.
– Dai, scemo!….Di quale virtù ti piacerebbe disporre?
– Della creatività. Sempre che sia una virtù.
– Facciamo un intermezzo musicale. Beatles o Stones?
– Gli Who. E non dire: “ah quelli della canzone di Ligabue”.
– La più bella canzone italiana?
– Una qualunque degli Skiantos. Ora come ora, lieve preferenza per “Voglio un vitalizio”, che risale al 1999 ma era avanti di diversi anni; seguita da “Sono un ribelle mamma”, che mi fa piangere. E se te lo meriterai, ti spiegherò il perché.
– Miles Davis o Louis Armstrong?
– John Zorn.
– E chi è?
– Studia, capra!
– Daiiii! Il primo concerto a cui sei stato?
– Ero piccolo, i miei mi portarono a vedere Franco Battiato, periodo de “La Voce Del Padrone”. Perché?….Sai che forse mi piaceva? Ah, non chiedermi qual è l’ultimo. Non me lo ricordo.
– Ok. Qual è il primo disco che hai comprato?
– Con i miei soldi, quindi. Mh, dev’essere stato il vinile di “Led Zeppelin I”. Ricordo ancora distintamente quando mio padre mi colse nell’ascolto delle prime note di “Your Time Is Gonna Come”, suonate con il più classico organo anni ’70. Disse: “Adesso ci mancavano anche le messe da requiem”. Poi andò al cesso.
– Non mi dire che non ti ricordi l’ultimo?
– Dopo adeguato spulciamento di scaffali, “Cantare La Voce” di Demetrio Stratos.
– Mamma mia. Non è che puoi tirartela di meno, per favore?
– No. Almeno musicalmente, no.
– Se fossi un disco, quale saresti?
– “Disco Volante”, dei Mr. Bungle. In subordine, “King for a day, Fool for a lifetime”, dei Faith No More. Danno un’idea di come sono composto.
– Oddio, magari la prossima la salto…
– Non pensarci nemmeno.
– Va be’. Una canzone da suonare al tuo funerale?
– Pfff….”Fools” dei Deep Purple. Perché…perché nessuno la conosce, ecco.
– Direi che il campo musicale è stato adeguatamente esplorato. Andiamo avanti. Il tuo miglior amico?
– Dio me ne scampi e liberi.
– Ci avrei giurato. Il giorno più felice?
– Una volta avrei detto il 31.05.1998, circa alle sei di pomeriggio, in stazione a Bologna – per come si era messa, diciamo. Data poi superata dal 12 novembre 2011.
– Ah, quando cadde il governo Berlusconi?
– No; peraltro accadde in serata. Quel pomeriggio si posò sul mio cuore una mano di cui porterò per sempre l’impronta.
– Ora sì che mi stai facendo paura. Fiore preferito?
– …No, non mi freghi, so che hai fatto arrivare lo psicologo apposta da La Spezia…
– Sempre più idiota!…Aspetta, ce n’è un’altra, musicale. Cantante preferito?
– Mike Patton. O il Rob Halford dei tempi d’oro. Una volta ti avrei detto anche Philip Anselmo, ma solo per presenza scenica.
– La cosa più preziosa che possiedi?
– Beh, presumo che alcuni 33 giri che ho in casa inizino ad essere abbastanza preziosi.
– Non altro?
– Ti prego, non farmi arrivare a citare le lettere ricevute, a riprova del fatto che anch’io sono stato amato per un po’, e bla bla bla.
– Ce l’hai un motto?
– Vediamo. Chi non s’aspetta l’inaspettato non troverà la verità. Eraclito.
– E….lo stato d’animo attuale?
– Sto comodamente seduto sulla bocca di un vulcano. Spento, per ora.
– Mh….uh, guarda….la luna è davvero bella e vicina stasera, non trovi?
– Ma quale Luna…quello è Nibiru. Tra poco si schianterà contro di noi. Dico, non li hai letti i giornali?

(Stacco improvviso su quadro nero, alla Fratelli Cohen, mentre chi assiste ci resta malissimo e si chiede “Beh, mica sarà finita così?”).

Una borsa, la borsa

Qualche affezionato che magari sta leggendo e colgo l’occasione per abbracciare sin da queste prime righe, lo sa: non sono nato su questa piattaforma. Iniziai a pubblicare su un portale la cui home page è da tempo ridotta a un giornaletto di pettegolezzi di quart’ordine, ma almeno aveva il vantaggio di permettere, oltre all’apertura di un blog, la contestuale iscrizione a uno spazio per cuori solitari più o meno realmente esistenti: e io, animato da un misto di disperazione profonda e spudoratezza, ci cascai in pieno (oggi delle due mi è rimasta solo la prima, per cui non credo che rifarei esattamente tutto). Un giorno notai nella colonna delle visite un identificativo talmente bello da indurmi a sbirciare immediatamente nel relativo profilo. Vi lessi la frase – o meglio, l’elaborato – di presentazione, contenente tutto fuorché la spiegazione di quel nome (cosa che di solito indispone la gente che vuole capire a tutti i costi – brutta razza, quella; e non si riposa mai). Restai colpito, se non altro perché mancavano espressioni premasticate come “Sono una ragazza solare” o “Non mi descrivo, se no che gusto c’è”, presenti nella maggioranza dei profili di una comunità virtuale, e così presi coraggio pensando a una decente frase elogiativa da mandare alla visitatrice. Non feci in tempo. Due secondi, e da lei mi arrivò un messaggio privato: “Bella scheda. Complimenti”. Ciò che avevo scritto per meritarmi quell’elogio, s’intende, è andato perduto.
A sua volta, I. non era nata sul portale luogo del nostro incontro: vi aveva aperto un profilo solo per risultare tracciabile da un amico, spiegò. Capii subito che avere sue notizie in messaggeria rappresentava un privilegio. Si cullava nella scherzosa illusione che i versi di De Gregori sulla ragazza “lì al quarto piano, tranquilla, che fuma un’altra sigaretta” – ed ecco che ho poco furbescamente dissipato ogni dubbio sul suo nome, di cui ho riportato solo l’iniziale, ma chissenefrega – siano stati scritti appositamente per lei. Ma le piaceva anche la foto della mia scheda: il marchio di una birra con sopra raffigurato l’arcinoto bevitore baffuto la cui faccia, però, era sostituita da quella del Georgiano di ferro; e, al posto del nome della bevanda, la scritta “Addavenì Baffone”. Mi sentii in dovere di tempestarla, telematicamente, con le puttanate con cui di solito intontisco anche gli sconosciuti; lei a sua volta mi lasciò gustare il suo stile, il modo di assemblare i concetti, un po’ di atmosfera della sua Roma metropolitana. Si congedava da me con l’unico apprezzamento che la bontà d’animo può spingere a spendere col prossimo, a distanza e in mancanza di una fotografia, cioè “Bello leggerti”. E il fatto che questa frase possa essere letta e goduta con la stessa euforia con cui si accoglierebbe l’elezione a più bello del mondo (o anche solo del pianerottolo), è rimesso alla sensibilità individuale.
In breve mi dirottò sul suo blog, su un’altra piattaforma oggi scomparsa, inviandomi pure una foto in cui lei è ritratta con un bicchiere in una mano, uno stuzzichino nell’altra e, guardando nell’obiettivo, l’espressione che intende: “…proprio mentre mangio, eh? Ma sappi che mi vendicherò”. Sembrava la sorella maggiore del monello di Chaplin: anche lei in salopette, e con un guizzo birichino negli occhi caleidoscopici. Le scrissi che quello scatto mi infondeva fiducia, anche se non ero sicuro di aver fatto capire quanto ritenessi importante una cosa del genere.
Ci scambiammo altre foto, altre e-mail deliranti, nel miglior senso del termine. Soffriva – e temo che mentre scrivo i bruciori di stomaco non le siano passati – per il modo in cui questo Paese era diventato così brutto e cattivo, e per la sua Roma in particolare, invasa all’epoca da energumeni in giro per le strade a festeggiare con il braccio teso la vittoria alle comunali di Eia-Eia-Alemàn. Provai a consolarla e lei, meno male, riuscì a passare disinvoltamente sopra al fatto che tempo prima, altrettanto brutto e cattivo che non ero, mi fossi finto comunista solo per riuscire gradito a una ragazza, seppure cioè della caduta tendenziale del saggio di profitto non sapessi granché. Poi ogni tanto I. spariva e si rifugiava in posti cerebralmente lussuosi, che so, le parti più selvagge della Bretagna, le zone meno turistiche del Portogallo, lasciandosi sopraffare dal vento e dalle maree, magari con una birra d’abbazia in corpo, dunque non restava che aspettare i suoi ritorni e magari i suoi rimproveri, perché quanto a viaggi lei era sempre due piste più avanti. Ad esempio, in tema di esperienze lusitane, alle soglie dell’autunno partiva per l’isola di Funchal, e mi bacchettava perché io ad agosto ero stato in Algarve: “A Sud in estate, che sciocchezza”, salvo poi parzialmente ricredersi, bontà sua, leggendo i miei resoconti, e allora pensavo che lei era così, uno schiaffo e una carezza, non sarebbe mai cambiata, o almeno lo speravo.
Di I., oltre alle foto, mi è rimasto un indirizzo elettronico ma, per come vanno le cose più o meno in generale, non voglio importunarla e tantomeno annoiarla. Il suo blog – dopo l’ultima pubblicazione, la trascrizione di una densa pagina di Saramago – fu inghiottito con la chiusura della piattaforma che l’ospitava; anche la pagina dove ci conoscemmo, sparita. Per fortuna, come prefigurandomi quest’eventualità, avevo trascritto anch’io qualcosa per i fatti miei: l’unico post sopravvissuto al naufragio dei suoi scritti, uno dei più belli o almeno quello che io mi sono goduto di più. Mettetevi comodi, quindi. Voglio condividere il piacere della riscoperta del manifesto programmatico di I., della sua vita. Si intitola “Vuoi giocare con me?”. Spero non ti arrabbierai, sorella, ovunque tu sia.

Io c’ho da aggiustare una borsa, la borsa, a cui tengo e non lo faccio e non me ne importa nulla, perché ne ho trovata una qualsiasi e va bene così, giro con quella; io che mi piace il caldo quando deve fare caldo e il freddo quando deve fare freddo e che mi piace tanto prendere la pioggia in faccia e che però giro con un ombrello giallo con le pecore stanche solo per il gusto di farlo. E mi fanno schifo le farfalle, i pesci e le cavallette. E che sogno di volare. Io che c’ho la casa che è un casino, perenne, e che il casino però sta fra mobili d’antiquariato, tappeti, bicchieri bellissimi e un letto arrivato direttamente dal Giappone in nave e però non riesco a mettere i lampadari. Non mi piacciono, i lampadari, evidentemente non sono necessari. Io che mi capita sempre di pensare sette pensieri contemporaneamente, e di questi pensieri almeno tre prevedono una qualche azione in simultanea che cerco di fare nello stesso istante e allora picchio la testa, i gomiti e le ginocchia e sono sempre piena di lividi. E non mi piacciono i preti, non mi piace come parlano, i preti. Io che se mi dici che sono bella mi incazzo e se mi dici che sono intelligente penso che mi stai prendendo per il culo; e occhio, però, che sono capace di starti a parlare tre ore sullo stato dei rapporti fra fiamminghi e valloni con le braccia rigide e lo sguardo assente. Io filosofeggio, che cosa inutile. E fumo e fumo e fumo. Che cazzo mi fumo. E leggo e leggo e leggo, soprattutto libri improbabili; io che i libri fra un po’ li devo mettere in terrazzo. Io che se mi incontri per strada e mi chiedi “ti ricordi di me?” e io non mi ricordo ti dico di no, non sto lì a fare finta. E non so suonare, non so disegnare, non riesco a pettinarmi e se non sono depilata ci passo sopra con indifferenza; io che però parto con un paio di mutande e buona la prima. Che scrivo e leggo quattro alfabeti, summa dell’inutilità. Io che se mi si rompe una cosa la aggiusto, forse, quando ne ho voglia, che devo disfare una valigia da maggio, che ricomincio una frase di punto in bianco, una frase di un discorso di una settimana prima. Che non so scrivere poesie e continuo a farlo, che mi piacciono le terme, il viola il surrealismo Pazienza il maiale il fango quando piove i frikkettoni cantare e un sacco di altre cose. Io che tutti gli amici quelli buoni me li porto tatuati addosso, anche se non li vedo da anni, a distanza di continenti, certe volte e che ci starei abbracciata un’ora e un po’ di più se la cosa non risultasse fastidiosa; io che se ci ripenso mi viene ancora da prenderli a testate, lui e lei. Ancora. Io che sono cinque anni che mi devo iscrivere in piscina e che ieri sera pensavo “Micio, ti devo portare a Via Tasso e alle Fosse Ardeatine, cazzo si, come quando ti ho portato a vedere i Musei Vaticani e tu eri piccolo e che però poi ci devi badare tu, a me, perché poi a me lì mi viene da piangere”. Io che mi viene da piangere, per un sacco di cose. E che certi vecchi mi commuovono, io che se c’è la luna piena puoi anche dimenticarmiti, io mi metto lì a ridere a guardare e sono contenta così. Io che mi piace quando i negozianti mi riconoscono. Io che fosse per me, a potermi prendere due giorni, domani starei a Lisbona, a prendere il vento di Portela, bere una bottiglia di porto e poi tornare a casa, chi viene con me? Io che proprio non mi so vestire.
Io e un bel po’ di altre cose, e queste sono solo sciocchezze.
Sei ancora sicuro che vuoi continuare a giocare con me?

Angherà epiphanies

Se di sera non mi tira fuori casa qualcuno, il che accade sempre meno anche di sabato e domenica, il mio percorso televisivo (satellitare e digital terrestre) tende a ripetersi. Una volta sulla Fox c’era poco più del Dr. House, ai pazienti del quale scoppiavano testicoli, bulbi oculari e budella assortite; ma la diagnosi ipotizzava ogni volta la sarcoidosi o al più il lupus. Su Rai Storia, Minoli cianciava del tempo andato con le sue classiche alzate di sopracciglio e il mascellone Stas Gawronski, nella sua rubrica dei libri, leggeva e leggeva e leggeva finché prendeva a fissare lo spettatore negli occhi, in primo piano, prima di arrivare al punto fermo della frase. Cose del genere, ecco. Oggi l’offerta, negli intenti di Murdoch e compagnia, dovrebbe essersi ampliata; oppure tutto è semplicemente rimescolato, e si sa, certa roba più la mischi e più puzza. Di sicuro, adesso come allora, a un certo punto della serata finisco la benzina e resto impantanato nei canalacci delle retrovie, senza nemmeno sapere se ho la forza per (o davvero voglio) venirne fuori. Di recente l’indecisione mi ha lasciato con il telecomando a mezz’aria, inoculandomi un’epifania quasi come fossi stato una cavia da esperimenti.
Via Angherà era la via del vecchio Tribunale: oggi ci arrivi sbattendo contro il portone dell’università, ed è strategica perché puoi trovarci un paio di posti macchina gratuiti e non troppo lontani dallo struscio cittadino, benché leciti solo di sera e nei giorni festivi. Trattasi di zona a traffico limitato; non lo era quando frequentavo la casa del momentaneo sodale di stronzate, incastrata sopra un portone finto-antico ai lati del quale energumeni pettoruti cercavano di divincolarsi dalla pietra in cui erano scolpiti ma senza riuscirci del tutto, infatti le braccia restavano invisibili. Di solito io e il mio ospitante consacravamo il sabato pomeriggio alla preparazione dei modi più acconci a sciupare la susseguente nottata. Quella volta però ero in anticipo, portato lì da un invito su un bigliettino vergato dalla mia affezionatissima dai capelli rossi – rossi davvero, ché siamo tutti dei coglioni di Charlie Brown – e clandestinamente assicurato in mattinata al portapacchi della mia bici: vediamoci lassù da Tizio, i suoi sono via, ti devo parlare. E’ così che da tempo prendiamo in giro non solo chi ci guarda, ma anche noi stessi: un periodo scandito dalla formula che recita: “ma che dite? mica stiamo insieme”. Tacitamente intendendo: è solo l’anticamera, diamine, la parte più divertente (almeno per quell’età). Gli adolescenti innamorati, così insopportabilmente ipocriti.
In verità, identiche “convocazioni” erano rivolte in precedenza dalla stessa persona a un mio compagno di banco, stracciamutande patentato, che però non ne voleva mezza e arrivava a chiedere a me in che modo potesse togliersela dai piedi e per giunta elegantemente, senza risultare offensivo. Sono quindi una misera riserva? Beh, sì, è un ottimo punto di vista per considerare la faccenda.
Ed ecco lo scrivente di fronte alla sua affezionatissima e al padrone di casa che, dopo qualche convenevole, così sbottò: “Devo andare al Fumettificio a prenotare l’ultimo Dragonball”, col tono di una fanciulla che si ricorda all’ultimo momento di prendere la pillola – “Ma torno subito, ciao ciao”, e corse via come se gli avesse preso fuoco il divano in salotto. A distanza di anni penso al mio amico costretto a vagare per la città tutto il pomeriggio come uno scemo, e ancora mi dico: cosa ho fatto, che persona orrenda sono.
Tutto secondo programma: lei cinse i miei fianchi, io incrociai i polsi dietro la sua nuca. Per un solo ultimo istante ci fu quel volto vicino, vicinissimo, e…va be’, non credo di dover registrare molto altro, se non una battuta del piccolo-grande “patacca” che alberga in ognuno di noi (versione ultra-ignorante del fanciullino pascoliano): “allora è così che si fa tra gli umani!”. Oh bella, rispose l’altro me che intanto volava nella ionosfera: qui si insinua forse che io non appartenga alla categoria, non avendo mai fatto nulla del genere? Va be’, conclusero entrambi: ci pensiamo dopo. Ma un momento. A questo punto, non dovrebbe esserci un degno accompagnamento da ricordare anche ad anni di distanza, più o meno felicemente? Come la mettiamo?
Solo alcuni secondi dopo il taglio del traguardo riconobbi uscire dalle casse “Dissident”, il brano dei Pearl Jam che forse meglio si addice a siffatta occasione: melodico quanto basta, apprezzabile anche facendo “altro”, come spesso succede quando si è alle prese con l’unico gruppo superstite (del quale continuo a prediligere “Vitalogy”, il loro album meno ruffiano) di quel lotto andato a male in partenza. Nell’impianto stava girando una cassetta casereccia di AA.VV. – come si diceva negli anni ’80 per le compilation di autori vari, non necessariamente del Festivalbar – e il pezzo di Vedder e soci arrivò a coronare gli eventi con una precisione inquietante. Stregoneria? Beh, certo. “Amore mio, non ci lasceremo mai, vero? No, mai”. E non ci lasciammo mai. Per tre mesi. Poi, a poco a poco, lasciammo atrocemente seccare la storia tra gli straniti sguardi altrui, e in realtà nemmeno ricordo perché sto raccontando tutto questo.
Perché, casualmente, ho una dannata tastiera sotto le dita? Ok, ma non basta. Ah, aspetta. Ecco, si diceva: “Dissident” dei Pearl Jam, melodica quanto basta, apprezzabile anche eccetera eccetera, quindi anche mentre la cogli molti anni dopo, a mezzanotte circa, in televisione, in sottofondo a un’altra scena d’amore, di tutt’altro amore, tra due esperte di suzione mammaria reciproca con contorno di promettenti costellazioni di nomi femminili e prefissi, esotici gli uni e gli altri, in ogni angolo del video.
Che giochìno, la vita.
https://www.youtube.com/watch?v=3hQJevDR1ZQ

Lady Cristina

Qui ad Assùrdia, un faro ci sarebbe anche
ma è inutile a chi va per mare
incastrato com’è lungo la stretta darsena,
come una spina mortale nella trachea
di un gatto.
Quel bianco che svetta a fendere l’azzurro
serve più a me che resto a terra
per credere d’essere ancora in Portogallo.
Ma se dai ricordi arriva l’aria di Belem
lì, dietro Lady Cristina attraccata
misere spoglie già galleggiano
in un trolley.