Variazioni sul Fumo dell’Eugenio

Quante volte m’hai atteso alla stazione nel freddo, nella nebbia; anche se non passeggiavi tossicchiando: ti mantenevi al centro esatto dell’atrio, gli occhi al tabellone, a perfetta equidistanza tra il bar a sud, la biglietteria ad est, l’edicola a nord e il negozio di sbagiuzza a 99 centesimi a ovest, tutti inesorabilmente chiusi, avvolti dal buio come da un lugubre pacco regalo; anche se non compravi giornali innominabili: e mi chiedo come possa confessare in questi tempi grami, senza cioè essere additato a sessista, che il mensile di culinaria te lo portavo io e per soddisfare una tua passione; anche se non fumavi Giuba soppresse da un ministro balordo e nemmeno le Winston cantate da un contemporaneo detestabile, bensì le Benson Blu, che a volte sarei ancora tentato di lasciarti se ciò non implicasse invadere i tuoi confini, sporcarli con un gesto buono solo a ricamare il tuo ricordo di un effimero svolazzo blu; anche se a quell’ora in stazione non si potevano sbagliare treni né per doppione né per sottrazione né per ritardi; anche se non c’erano carriole di facchini da scrutare, e seppure ci fossero state non avrebbero contenuto miei bagagli, visto che usavo stipare me tutto dentro un Invicta, proprio lo stesso di scuola, facendolo tracimare. Poi apparivo, ultimo. È un ricordo tra tanti altri, ma i sogni perseguitati sono rimasti i miei soltanto.

(P.S. il detestabile contemporaneo è lui, ovviamente. Non condividiamo quasi nulla: non ho un pianoforte, non fumo, non ho mai tifato Senna – stavo dalla parte di Prost e Mansell – né ho mai riso con i vicini, tanto meno parlando di determinate mancanze, fisiche e no. Ma la mia fase “Marmellata 25” prosegue ininterrotta. E non so perdonarmelo)

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Frammenti di Laure’

Laure’: non ne fanno più così. Non la incrocio da ventidue anni: tanti ne sono passati dal rompete-le-righe scolastico. Alcuni di quell’annata li frequento ancora per motivi di colleganza; altri, lungi dall’essere scomparsi, non salutano più; altri ancora sono cresciuti e con loro c’è rimasto ben poco di cui parlare dopo i convenevoli da bacio al pupo (non mio, ovviamente). Con Laure’ invece mai più nulla, neanche una foto, neanche un’eco lontana; non so se è sposata, se ha figli. E il benedetto dono della sintesi che da sempre mi fa difetto ben avrebbe potuto suggerire, al posto di queste ciance (epperò “frottole vere”, diceva uno), l’uso di due semplici spaventose paroline: mi manca. Alla fin fine devo fare i conti con il mio eterno e irrisolto sbrodolare, cui nemmeno voglio far finta di porre rimedio. E allora, cosa mi manca davvero?
Quando mi maceravo nel tentativo di trovare e usare le formule più rispettose nei confronti degli adulti; poi lei incrociò mia madre per la prima volta e le sparò in faccia un semplice “ciao!”; cazzo, ma allora…
Quando faceva i quiz per la patente durante le ore di lezione, a scuola, e gioiva a bassa voce se commetteva 4 errori o meno a pagina; e si arrabbiava se superava i 5, scrivendo imprecazioni sopra le schede.
Quando mise in moto la macchina attivando anche la radio nel preciso momento in cui James Brown attaccava “I Feel Good” (urletto iniziale compreso).
Quando l’insegnante di Inglese ci assegnò da comporre una poesia che conteneva una dozzina di parole stabilite a caso, tra cui ricordo solo “sea”, “fish” e “supermarket”, e lei la fece bellissima, e come compito a casa dovemmo commentarla, mettendo da parte Wordsworth e Coleridge.
Quando mandava a tutta l’aula i bigliettini con su scritto “Yesterday, love was such an easy game to play. Tu sei d’accordo?”. (A me non lo chiese mai. Era evidente come non avessi né uno ieri, né un amore a cui giocare).
Quando coltivava l’insana passione per le intramuscolo sugli altrui avambracci con le punte delle matite appena temperate.
Quando esultavamo per i canestri di Sasha Danilovic, perché vestiva una canotta con la V nera sul petto (io), e perché era il principe zingaro per la cui giostra mollare tutto e fuggire via (lei).
Quando mi concesse una prova d’appello chiedendomi se di sera usassi guardare il cielo. Risposi che la geografia astronomica mi stava facendo odiare luna e stelle, e lei si sentì come se avesse provato a spiegare a un boscimano come funziona un computer.
Quando estese alla classe la proposta di andare a casa sua la sera della vigilia di Natale per cantare le carole. Non ricordo le risposte che raccolse, tranne una, muta, che traspariva dalle altrui occhiate: e che diamine dovrebbe essere una carola?
Quando mantenevamo il nostro rapporto epistolare-clandestino, trasformandoci in pipistrelli notturni, con tanto di pseudonimo: “Vai Rufus, vola nel buio della notte, e sta’ attento a non andare a sbattere (lo so, è terribile!)”.
Quando andammo col traghetto in Sardegna e la mattina dell’attracco, alle sette, mi corse incontro allucinata e gridando: “Non ho dormito, mi hanno fregato la coperta, ho freddo, siamo in Sardegna a giugno e piove, ci ho i capelli come una matta e tu mi chiedi cosa c’è che non va?”.
Quando io e un altro paio di fancazzisti scelti andavamo a studiare per la maturità a casa sua, sulla Consolare per San Marino, col pastore tedesco che ci accoglieva al cancello e tentava d’azzannarci non appena scesi dalle macchine. Le ore passate a mangiare e bere, tra Bismarck e la Comune; poi arrivava sua madre a cucinare e diceva: “Ragazzi, non angustiatevi. Tanto è già tutto deciso”. Così, adeguatamente indotti alla rassegnazione, chiudevamo i libri e affrontavamo un Trivial Pursuit da tavolo che forniva nozioni inutili per l’esame ma ugualmente stimolanti (domanda – chi ha dichiarato pubblicamente: il mio corpo va a pezzi? Esatto, Sharon Stone – quanti erano? Ah, sì, sempre ventidue anni fa).
Ma soprattutto, quando rideva e da ridere non c’era un cazzo (o almeno così pareva a me semplicione).
Il lato singolare della faccenda è che grazie a Whatsapp e alla chat di classe, potrei annotare il suo cellulare e Laure’ potrebbe fare altrettanto con il mio. Ma se da una parte io di certo non le manco, vorrei che lei continuasse a mancarmi negli esatti termini sopra esposti: e vivo con troppa apprensione il rischio che questi ultimi possano essersi dissolti nel frattempo.

La pista satanica

Aspetto al varco i cronisti di “nera”, e rimango puntualmente con un palmo di naso. Eppure una volta, quando gli inquirenti annaspavano di fronte a una sparizione inspiegabile, a una catena di omicidi o ad altri fenomeni caratterizzati dall’umana crudeltà e imponderabilità (finanche i trafugamenti di salme care e illustri), si parlava sempre, prima o poi, di “pista satanica”. Ovviamente era il modo in cui se ne faceva cenno a mandarmi nei matti. Come l’arsenale deve essere sempre “vero e proprio” e la pagina “decisamente” voltata, così per il giornalista medio-tipico la pista satanica “spuntava”, invariabilmente. Quando il mistero pareva insolubile, eccola lì “spuntare” d’improvviso, birichina, come se ci fosse sempre stata davanti alla faccia, e un po’ eravamo miopi noi a non trovarla subito, un po’ era lei a camuffarsi, magari nella boscaglia e in penombra.
Che poi, in che cacchio consiste questa pista satanica? A me fa venire in mente un manipolo di dopolavoristi burloni con addosso tute da diavolo che si accalcano attorno a una Polistil per giocare con le macchinine, lanciando bestemmie dello stesso calibro di certi obici della prima guerra mondiale.
Ma certo è un’interpretazione poco suggestiva, nulla avendo a che fare con quei trucidi zozzoni che anni fa si dettero con discreto successo ai sacrifici umani, al ritmo di un determinato genere musicale. E per colpa dei quali, tra l’altro, chi adocchiasse la mia vecchia collezione di CD sentirebbe l’irrefrenabile tentazione di chiamare la polizia.
Non sarà mica che la “pista satanica” conduca – anche – a casa mia?
Fortuna che non ho conservato giocattoli in soffitta.

Kiss my blood

Si può parlare di un naso senza rischiare di scimmiottare Gogol o l’inizio di “Uno, Nessuno e Centomila”? Del resto devi soltanto spiegare in che termini detesti il tuo, non scriverci sopra un romanzo. Dopo la prima parte in mezzo agli occhi, ha il setto che va letteralmente a strapiombo, ed è pure privo di punta: davanti alle narici si arrotonda e si ingrossa in modo sgraziato e disarmonico. Si trattasse solo di una questione estetica, poi. Certe volte sei costretto, usando un polpastrello, a spostare la pelle del viso in corrispondenza dello zigomo; la gente pensa che fai così per un fastidio a un molare, e invece è perché ti capita di non respirare bene da una narice. Riassumendo: funziona male ed è brutto, ma non lo tocchi, perché ti rappresenta benissimo. E non è finita. Il naso ti fornisce una piccola – diograzia – ma concreta esemplificazione di come quella macchina perfetta che pretende di essere il corpo umano, a un bel momento si indispettisca e si inceppi capricciosa. Le prime volte, da bambino, non potevi di certo accorgerti in anticipo di quando stava per succedere. Non era necessario starnutissi. Dopo un primo respiro più difficoltoso rispetto al consueto e una sensazione strana e fulminea giù per la gola, abbassavi appena gli occhi e notavi con orrore il rivolo che già si avviava alla punta del mento. Presto avresti imparato a riconoscere il friccicore ai vasi dentro alla narice, sempre più esteso e a sinistra; e iniziato a seguire l’istinto, gridando la tua richiesta d’aiuto con estremo anticipo. La gente attorno guardava stranita, non avvedendosi di nulla, e ti voltava le spalle credendo che stessi scherzando, o in vena di esibizionismi. Invece indovinavi sempre: e le chiazze, di un bel rosso carico, immancabilmente irrompevano sul tuo vestituccio brutto degli anni Ottanta.
Erano immaginabili gli esercizi di fantasia in cui gli adulti erano in grado di prodursi sulla tua pellaccia. Prima, sciagurata regola: mettere il marmocchio con la testa all’indietro, cosa che – come sanno anche i sassi – non bisogna fare. Poi, dipendeva. Se si era dalle parti di un bar, oppure se il padrone di casa era accomodante a sufficienza, si avvoltolava un tovagliolo attorno a due cubetti di ghiaccio, e la borsa improvvisata ti veniva schiacciata sul centro della fronte. Altrimenti, dio solo sa cosa dovevi temere. Hai un netto ricordo di te stesso, durante una gita scolastica: seduto sul pullman, costretto – per non si sa quale mala arte da praticoni – a tenere un pugno sollevato come dovessi salutare il sol dell’avvenir, solo che il mignolo era puntato verso l’alto, stretto da un elastico che lo rendeva cianotico. A seconda dei casi, guardavi il cielo, o il soffitto di casa o dell’aula, o il tettuccio di una macchina, sempre sentendo il sinistro fluire dietro al pomo di adamo e, su di te, gli altrui sguardi schifati, come se avessero davanti una balena in putrefazione; per non parlare delle continue constatazioni su quanto, evidentemente, gradissi scaccolarti. Tua mamma, se era lì accanto, non sapeva più in che lingua darsi la colpa di tutto ciò, ma allora non avevi molta familiarità col concetto di “ereditarietà”. Le lasciavi accarezzarti la fronte e raccontare di quando, bambina, era costretta a gettare via la bici e a sdraiarsi dovunque capitasse: un marciapiede o un fosso di campagna, non importava; anche lei guardava in su sperando che quello strazio si arrestasse il prima possibile. Ben altro ti taceva; ad esempio il rimedio che adottarono per risolvere il suo problema: la cauterizzazione. A cui lei però non ti avrebbe mai costretto perché, anche se ne erano passati di anni, le restava nella memoria il non gradevolissimo lavoro dello scannacristiani che gliela praticò.
Col passare del tempo il fenomeno si è quasi azzerato: ma ora, oltre a riconoscere quando sta per arrivare (i capillari si svegliano e li senti perdere al pari di una tubatura rotta), hai imparato anche a convivere con ciò che l’accompagna e ne consegue. La sensazione che, all’interno, la narice ti si stia scollando; gli sputi di sangue neanche fossi un tubercolotico; le budella che protestano per la robaccia che non sei riuscito ad evitare di fargli arrivare; le confezioni di ovatta imbevuta di Tranex che hai spinto a tocchi interi su su fino al cervello; la paura di fare mezzo respiro; e le pagine macchiate di vermiglio in tutte le riviste musicali e sportive d’annata cui eri tanto affezionato e che hai rovinato tuo malgrado.
Quando si è verificato in bagno, al mattino, hai potuto rimirarti cadere vittima del tristo spettacolo. Hai assistito, immobile, al vecchio amico rivolo che prima occhieggia birichino dalla narice, poi attraversa i baffi, intridendoli; e infine scende sul labbro inferiore. L’hai sfidato a proseguire oltre, ma si è fermato. Forse lui stesso ha avuto pietà dello scemo che si rifletteva nello specchio: una via di mezzo tra un pugile suonato e un pagliaccio stranito, per giunta mal truccato.

Reparto sovvertimento profezie

Per tutto quell’anno – essendo il titolare volato in Liechtenstein all’ombra di qualche cattedra-cattedrale del pensiero interplanetario, altro che la scuoletta rivierasca – in storia e filosofia ci fece lezione un supplente, dal sopracciglio sempre in su e un angolo di bocca – di contro – sempre in giù. In più sfoggiava il riporto, un alone (vero e non mistico) mai sparito dal suo maglione bordò, e la parlata lenta e solenne con cui esplicitava le sue doti divinatorie. Alle soglie di giugno gli chiedemmo: “ ’Sto giro chi vince i Mondiali, Prof.?”; e lui, rispondendo con la faccia e i modi di sempre: “….Brazzzzil”. Proprio così, con almeno quattro zeta. Non saprei dire tuttora se fosse una risposta dettata dalla legge dei grandi numeri: i brasiliani non vincevano dal ’70 e dunque da ventiquattro anni. Nessuno gli dette molto credito, ma lui niente, nessuna spiegazione, sempre quei dannati lineamenti e un lampo beffardo negli occhi come a dire: “Vedrete se mi sbaglio”.
Ci aveva preso gusto. Il giorno dopo, di fronte alla classe tutta e visto che eravamo nel giocondo finale d’annata, il supplente così mi apostrofò: “Dei maschi di quest’aula, tu sarai il primo a sposarti. Con una ragazza di Napoli”. Gelo. E molto più gelo un mesetto più tardi, nei minuti successivi all’errore dal dischetto di Roberto Baggio a Pasadena.
Non importava che tra le mie conoscenze non rientrassero pulzelle anche solo di vaga origine campana: per qualche tempo immaginai le mie imminenti nozze laggiù, quasi disperato. I miei compagni di classe per un po’ mi aspettarono al varco, per sincerarsi dell’avveramento della profezia. Alla fine uno di loro si stufò e provvide a sovvertirla, cosicché a me il Brasil poté tornare a ispirare non più timore ma unicamente rime sconce con l’usel che pesa un chil. Non vogliatemene. Epperò a volte sarebbe bello cullarsi ancora in illusioni senza fondamento ma elargite così, per puro spirito di liberalità.

Color che un dì partirono

…e là rimasero. Parrebbe quasi un canto alpino, o un girone dantesco mai scoperto. In realtà, per “là” si intende la nuvoletta di disagio mentale che ciascuno di loro si è scelto come dimora.
Riccardino coltiva con fierezza la propria particolarità. E’ famoso per le sue comparsate allo stadio, in occasione delle quali si segnala sugli spalti. Gli piace attaccar briga con gli arbitri, ma non in modo malevolo. Una volta, durante il riscaldamento della terna designata prima di una partita importante, non smise un solo secondo di richiamarne l’attenzione sbraitando: “TAGLIAVEEEEENTOOOOO!!!!”…il quale ultimo non fece una piega, nonostante le urla di Riccardino sovrastassero qualsiasi coro e rumore, come la sirena che preannunciava i bombardamenti nei conflitti mondiali. Successivamente, spiegò di avere scommesso che l’arbitro, a furia di richiami “discreti” come quelli, alla fine si sarebbe girato e gli avrebbe rivolto un cenno di saluto. Cosa che non successe. Chissà se Tagliavento, oggi uno dei più quotati in serie A, ricorda l’episodio almeno con un sorriso di compassione. Per il resto, Riccardino ama spiegare a ogni pie’ sospinto, anche a chi già lo conosce, che lui da piccolo era gravemente malato, al punto che il dottore aveva fatto una diagnosi impietosa: o il bambino moriva, o diventava scemo. Della serie: traete voi le conseguenze. Senza contare il suo irrinunciabile vezzo ossia, su richiesta, rigirare ogni frase ripetendola alla rovescia. Ma subito, senza pensarci; e tu o ti fidi o ti metti lì a controllare, impiegandoci un’eternità. Il suo cavallo di battaglia è “Margherita” di Cocciante, ovviamente con il testo tutto al contrario. Nemmeno Leonardo Da Vinci, che pure si gingillava in cotali amenità, ne sarebbe stato capace.
A me capita spesso di incrociare a piedi “la pia nonna” lungo Via Gambalunga, sebbene lei finisca per girare in bici dappertutto in città. E’ una signora che veste per lo più di bianco, con una vistosa acconciatura giallo pannocchia. Non si sa esattamente cosa faccia nella vita, se non pedalare su e giù reggendo in equilibrio, davanti al petto, un ritratto formato-poster del volto di “gesucristo” nella raffigurazione più classica: testa lievemente di sbieco e faccia di chi non scherza, come a voler dire: “Basta con le seghe, t’ho visto, ti tengo d’occhio”. Da notare che il ritratto è double-face, e dunque ogni tanto può essere voltato in modo che venga ostentata la beatasempreverginemaria. Secondo me, quando sta a tavola, la pia nonna piazza l’icona nella sedia accanto, come ospitando un commensale; e fa anche in modo che un altro posto rimanga sempre vuoto, perché lì poi si accomoda il padreterno, e cieco sei tu se non lo vedi.
“Fredastèr” io l’ho sempre visto al Rockisland, il pub-ristorante-discoteca costruito su una specie di palafitta proprio a ridosso dei frangiflutti con vista sul mare aperto, alla fine di quella che noi chiamiamo “palata”, la camminata fino alla punta del molo della vecchia darsena. “Fredastèr” invece veste sempre di nero, sia la polo che i pantaloni; i pochi capelli ai lati della testa sono scarmigliati, e lo sguardo vaga in qua e in là senza vedere assolutamente nulla. Si fa costantemente largo tra le note sparate dagli altoparlanti, fendendo la folla del venerdì e sabato notte, e non si ferma nemmeno per mezzo secondo. Lo diresti assoldato dal locale in veste di raccoglitore di vuoti dai tavoli: qualche dubbio ti viene quando ti avvedi che non trasporta mai nulla e, anzi, mentre girovaga ha lo strano vezzo di toccarsi il palmo di una mano con la punta delle dita dell’altra, uno alla volta. La sua appartenenza a color che un dì partirono è sancita dal fatto che, non appena riesce a ritagliarsi un po’ di spazio, “Fredastèr” si ferma (solo allora), si afferra un piede, fa estendere la gamba in verticale proprio come Heather Parisi nei primi “Fantastico”, e conclude con una piroetta sul perno; tutto questo con fulminea rapidità, in pochi attimi. Poi, come se niente fosse, riprende il suo peregrinare fino alla replica successiva del passo di danza. Che però non sai esattamente quando ci sarà.
Ma il più in vista tra color che un dì partirono è Magic Voice, che non descrivo; magari avrete la bontà di aprire il link più oltre. Non è nato da queste parti. Dalla Puglia, il nostro cambiò aria, arrivò qui e si autoproclamò cantante. Apparve all’onor del mondo in occasione di una puntata della Corrida in cui, prima di dare corpo alle movenze di un Mauro Repetto sotto anfetamine e tavernello, disse a Corrado: “Qui davanti a lei c’è un uomo capace di tutto”. La sua “Ciao ciao Lulù” fu una sorta di inno cittadino, per qualche tempo: lo stesso tempo che con lui non è stato galantuomo. Oggi ha smesso di cantare, la sua barba bianca e lunghissima lo precede sempre di qualche passo; e di muoversi tipo lavatrice in centrifuga non sarebbe più capace. Prende di mira i locali del centro, girandone le tavolate più numerose e nutrite di sconosciuti (infatti dai cipigli habituè mio e dei miei amici, che ha ben presente, si tiene a distanza). Arriva di soppiatto, si fa dire i nomi dei presenti e li inserisce ciascuno in un disastroso haiku con rima improvvisato lì per lì, che viene trascritto e consegnato alla tavolata. Unitamente al conto, peraltro. “Per l’artista” dice lui, ed è inutile precisare come intanto gli avventori si chiedano tra loro chi e dove sia, l’artista. Se non a scrivere versi, spero abbia imparato a contenere la sua insistenza quel tanto che basta a evitargli le sgabellate nei denti che gli hanno fatto guadagnare il ruolo di parte lesa in un paio di processi penali: definiti bonariamente prima di arrivare a sentenza, peraltro. Perché il nostro un dì partì e mai più tornò, ma in fondo non sa portare rancore.
In coro.

Sogni d’oro dall’avamposto

(Ciao Riccardo, questa è per te. Un giorno sarà di nuovo gran festa: intanto preparaci un bancone, ovunque tu sia finito).

Non era nemmeno più in grado di dire con esattezza da quanti anni si trovasse nel suo avamposto, a vario titolo di responsabilità e nonostante i cambi di gestione: ma di sicuro, in assenza dei titolari che d’estate si occupavano del distaccamento sul mare, era addirittura il barman con più esperienza, benché quasi senza età (nel senso che facevi fatica a dargliene una). Ora che ciondolava divertito sulla soglia, con la sola pancia a sporgere sulla pubblica piazza, i suoi pensieri restavano i soliti anche se tramortiti, nelle ore precedenti, dal tempo che anche lui detestava: non tanto quello piovoso, pur fastidioso anche per motivi “commerciali” in una città di mare, quanto l’alternanza continua di nuvole e sole in cielo, con i relativi, ravvicinati cambiamenti di intensità della luce a pochi secondi di distanza. Adesso invece era notte, e sicuramente il distaccamento laggiù in spiaggia era già chiuso perché faceva anche un bel fresco settembrino. Lì in città, dell’avamposto resisteva la parte al coperto, ma pur non essendo tardissimo la gente aveva girato i tacchi verso casa: si trattava dei nuovi clienti, essendo ben lontana l’epoca in cui in quel luogo gravitavano fin verso le prime luci dell’alba gli originaloni che, pur di avere un pubblico da compiacere, erano capaci di tutto, fino all’autolesionismo. Niente da fare, l’unica preoccupazione del barman era assistere premuroso al capezzale della serata morente, badando solo di non ricevere un altro gavettone di sciacquatura di lavello dal collega più giovane e tartassato, a titolo di vendetta. Il solo accenno di vita che poteva captare nella piazza dalla soglia dell’avamposto, spipacchiando la paglia del dovere compiuto, erano echi di voci dall’osteria quasi attigua, illuminata come fosse prima serata. Fatto piuttosto strano, questo, visto che lì (un’“osteria” nella moderna accezione di mangiatoia pretenziosa) il sabato sera vigeva la legge del “mangia&smamma”, e inoltre non si poteva pretendere che la cucina stesse aperta fin oltre l’una: quindi dovevano esserci degli ospiti eccezionali. Il barman ebbe appena il tempo di pensarci, che dalla porta del ristorante uscì la diva. Scortata da un tizio che non si capiva bene chi fosse (troppo esile per esserne la guardia del corpo, ma all’apparenza anche troppo anonimo per sembrarne la fiamma attuale), indossava un vestitino che si sarebbe notato anche da un centinaio di metri, essendo di un sobrio rosso-aragosta catarifrangente. In pochi passi arrivò dall’osteria all’altezza dell’avamposto, sicché il barman ebbe poco tempo sia per ricomporre e indossare la sua miglior maschera spavalda, sia per sopprimere il senso di disagio che gli dava la schiena infradiciata dal gavettone poco prima subito. Ma ci riuscì, ed anzi poté perfino atteggiarsi in maniera da ostentare la pancia nel modo più simpatico, e disegnarsi in volto un sorriso maliardo e a suo modo seducente, neanche fosse “anfribogart” a sfumacchiare quella paglia. Sui porfidi per terra, davanti all’avamposto, i tacchi della diva saettavano esperti (solo una come lei era capace di non restarvi incastrata e di non farsi così saltare via il tendine d’Achille come un frisbee scagliato in aria); e in quel momento lui, nel suo improvvisato aplomb, le scoccò addosso da vicino un impeccabile “Buonasera, Simona”. Quest’ultima, con la sua vociaccia famosa in tutta Italia, gli mandò in risposta un “buonasera” volante che, pur gracchiato, sbatté contro gli edifici che incorniciavano la piazzetta chiusa. Di certo, non si aspettava l’aggiunta confidenzial-affettuosa che arrivò dal barman mentre lei tagliava l’angolo per riaffacciarsi sul corso.
“Sogni d’oro…”
La diva si voltò appena prima di sparire e, non cogliendo la sfumatura ammiccante con cui il barman aveva connotato quell’auspicio, disse un “Eh, speriamo…” che nell’abituale pubblico dell’avamposto avrebbe scatenato un effetto comico dirompente.
Avrebbe, già. Dal ventre dell’osteria, ancora illuminato, provenivano altre voci non meno famose, che invece sembravano restie a farsi carne come nel caso della diva. L’autore del gavettone, alle spalle, trafficava indifferente in cucina. Per il resto, attorno, nessuno. Chissà dov’era finito lo scemo che, nelle serate più ispirate, per bere usava le proprie scarpe al posto del bicchiere. Al solitario guardiano dell’avamposto non restò che ricordare il modo in cui aveva promesso, tre mesi prima, di celebrare l’eventuale vittoria dell’Italia nella finale dei campionati europei contro la Spagna. Della partita sapete tutti il risultato, comunque non infausto abbastanza da scoraggiare il nostro, che fino all’87esimo minuto aveva blaterato della nostra superiorità figlia del coraggio dei gladiatori. Dopo il fischio finale, visto lo sconforto generale, aveva proclamato: “Sapete cosa? Manterrò comunque la mia parola, chi se ne frega della sconfitta”. Poco dopo, nessuna Pubblica Autorità si affacciò sul corso principale mentre lui lo percorreva con le sole mutande addosso tra due ali di amici ululanti. Doveva succedere: e la Nazionale dunque aveva perso due volte, contro la Spagna e contro il destino.