Liste nozze alla Casa del Coltello – ovvero, dell’irreparabilità delle sei di sera

Pigri appigli agostani, ovvero: aggrapparsi al poco che si sa e al tanto che si ignora; eventualità, quest’ultima, decisamente più frequente e probabile per quanto mi riguarda, con buona pace del detto felliniano “nulla si sa, tutto s’immagina o s’inventa”, cioè dell’unico parto creativo che il Maestro avrebbe dovuto farsi perdonare.
So che continuano a piacermi le sei di sera, anche se d’estate è una fascia oraria un po’ perfida perché ti illude che il caldo stia mollando la presa prima che la persistente umidità ti riporti bruscamente alla realtà. Ma i motivi per cui le sei mi piacciono sono gli stessi per tutto l’anno, e dunque anche quando è buio pesto: in primo luogo, gradisco soffermarmi sulla posizione che assumono le lancette dell’orologio quando segnano quell’ora; mi trasmettono una sorta di equilibrio visto che, sul quadrante, sembra di guardare un ginnasta stilizzato che sta eseguendo una verticale perfetta. Mica come a mezzogiorno e mezzo, quando invece la giornata sa ancora di incompiuto e le lancette altro non ispirano se non un tizio qualunque, secco secco, fermo in piedi come aspettasse l’autobus, altro che ginnasta o atleta sotto sforzo: roba che son buono anch’io. E poi, orologio o meno, le sei di sera mi piacciono perché è il punto del giorno in cui cominci a tirare le somme sulla produttività di ciò che hai combinato a partire dalla sveglia. E non importa se avete salvato il mondo (che magari nemmeno lo sa) o, più verosimilmente, inferto colpi tremendi ai vostri entusiasmi vitali (magari in piena consapevolezza): è comunque tardi per rimediare, o per iniziare qualsiasi altra “impresa”. Ecco l’irreparabilità delle sei di sera.
So che mi piacciono le Olimpiadi, e che quest’anno mi mancano: non perché io sia patito delle varie discipline che prevedono il consueto copione, stando al quale nessuno se le fila per quattro anni, finché un italiano conquista l’oro e lo dedica alla mamma/nonna/patria ferita e benedetta, auspica che “questa vittoria possa far scoprire ai ragazzi che oltre al pallone c’è un fioretto/una sciabola/una carabina/un archibugio/un kriss malese”, e alla fine è costretto a pregare che a “ballando con le stelle” ci sia ancora un posticino. Anzi, da questo punto di vista le Olimpiadi, come te le servono le TV, talvolta ispirano pena profonda. E non mi riferisco, a mero titolo di esempio, alle vicissitudini di uno Schwazer che lacrima sconsolato, apre bocca e fa ridere come Villaggio quando impersonava il Professor Kranz con il peluche di cammello (“chi fiene foi atessooooo???”). No: in proposito mi torna in mente certa dabbenaggine (umana ancor prima che giornalistica) con cui vengono approcciati gli atleti che partono coi favori del pronostico e invece falliscono il bronzo per un soffio: si può fare ben altro che chiedere, in sostanza, “ci sei rimasto male, eh? Ma quanto ci sei rimasto male? Dai, su, sfogati che ti fa bene” e mostrare al rallentatore il pianto che ne segue. Credo si tratti degli stessi che piazzano un microfono sotto il naso della gente per domandare: “Perdonerà mai l’assassino di sua figlia?”…Ecco, dicevo, più semplicemente ciò che mi piace davvero degli eventi come le Olimpiadi è il senso di importanza che impegna contemporaneamente tutto il mondo e a tutte le ore: una volta tanto non si tratta di guerre o di cronache luttuose, e io posso metterci il naso quando mi va ed altrettante volte andare via solo schiacciando un tasto, senza provare particolare affezione per vicende o personaggi, così, per pura curiosità.
Ancora: so che non so nulla di economia, e che non sono in grado di sostenerne una conversazione. Due miei maledetti amici ogni giorno discettano pubblicamente sui mali che affliggono la salute dei conti del Paese. Entrambi pensano che ne abbia colpa Monti (Monti e Fornero sono come la matta al sette-e-mezzo), ma ognuno dalla propria posizione: una del “berlusconiano-pentito-e-i-cinquestelle-sono-bestie-ignoranti-ma-comunque-tutto-va-bene-purchè-non-governi-il P.D.-al-più-sono-d’accordo-coi-radicali-su-alcune-cose-peccato-che-Oscar-Giannino-si-sia-bruciato”; l’altra del connazionale che però vive e lavora all’estero e proclama, grazie al cazzo, che l’unica soluzione per l’Italia ormai è fallire per poi ripartire dall’aratro e dal baratto e in ogni caso, beh, sono affari nostri visto che siamo rimasti qui a crogiolarci nell’ignoranza e nel “tutto va bene, madama la marchesa”. Ciascuno mira a mostrare bonariamente l’insipienza dell’altro, ma in modo pur sempre brillante, con scambi di battute sapide, scoppiettanti, argomentate, di fronte alle quali io arretro, alzo le mani e provo tremenda invidia, pensando agli effetti tragici che avrebbe un mio contributo alla discussione sulla base dei relitti del mio naufragio scolastico, chessò, un laissez faire-laissez passer (che se detto nel modo “giusto” è quasi romagnolo!) buttato a caso e solo per darmi un tono. Ma mi dovete spiegare una cosa, capoccioni cari. Per far capire come l’Italia sguazzi nel guano, i telegiornali mostrano le stesse immagini per dare corpo alla questione. Ebbene, di grazia, perché io dovrei tremare alla visione di quei tizi, in maniche di camicia e si direbbe prossimi all’infarto, seduti a scrutare giorno e notte cataste di monitor ultrapiatti su cui scorrono cifre e numeri senza senso per gran parte del mondo? Voglio dire, se costoro si alzano a pisciare una volta di troppo, mica si impennerà lo spread? Capoccioni miei, non è che la Scuola di Friburgo può venire in soccorso?
Ah, e poi, da ultimo, so che alla Casa del Coltello, giù in città, sono ancora aperte le liste nozze – già, come se ci fosse mai stato il rischio di una loro chiusura. Non basta, ma aiuta. E temo si tratti del concetto più lucidamente espresso in questo post, tanto da ispirarne il titolo. Non vogliatemene, e passate bei giorni.

Creva

Non c’è modo di non sentire la mancanza della mia piccola “Creva”, nemmeno con le correnti, proibitive condizioni climatiche i cui nefasti effetti, nella Bassa, si amplificano anche. Uscita della tangenziale in salita, a Borgo Panigale; striscia d’asfalto intervallata dalle rotonde, un tempo merce sconosciuta; Bargellino, Calderara, il capannone industriale della Farmac Zabban; sulla destra il casone che una volta era la “pesa pubblica” (o almeno così c’era scritto sopra), e poi il laghetto per la pesca più o meno sportiva. L’inespugnabile Persiceto, uno svincolo per Zenerigolo e Lorenzatico, che solo a sentirle nominare ti hanno mosso al riso per tutta l’infanzia. Ultima manciata di chilometri, la carreggiata non è stata ampliata di un millimetro: immagino non sia raro godersela tuttora completamente invasa, d’inverno, da una nebbia tale che puoi trovarti a vagare per i campi senza nemmeno accorgertene; e forse andrebbe anche grassa, se si ripensa alla schifosa fine del figlio di Gigi (e ovviamente qui Gigi è uno solo, Simoni). Il torreggiante stabilimento della Mignini, mangimi e pastoni assortiti; Amola, sul cui cartello di benvenuto qualcuno aggiunse con lo spray una “V” e un accento sull’ultima lettera, a ottenere uno spiritoso “Vamolà”; Crocetta, con quello che era il tremendo ristorante-pizzeria-bocciodromo. E queste sono solo sciocchezze: la mia memoria di bambino sarebbe capace di ricostruire ogni curva, ogni anfratto dal casello di Bologna-San Lazzaro in qua, dove non  mi avventuravo da vent’anni e oltre.
Fatte le debite proporzioni, là dove abito capita di vedere o ricordare una zona in un modo per poi ritrovarla un anno dopo completamente trasfigurata: palazzoni, rotonde, sfruttamento selvaggio del metro quadro; al posto di stradine con vista su campi di sterpaglie, improvvisi viali a tripla corsia che collegano un quartiere all’altro. Ora invece giro fieramente con il naso per aria, e realizzo che a Creva non è cambiato nulla. Il terremoto qui è stato relativamente clemente; la campagna resiste; nessun mostro edilizio è sorto attorno ai primi due condomini che vedi dopo il cartello d’ingresso in città. Colorati a tre strisce orizzontali con inspiegabili accostamenti cromatici, bianco nella parte superiore, giallo nella centrale e marrone nell’inferiore, mi appaiono sempre enormi anche se hanno solo quattro piani, forse perché sono le case intorno a essere irrimediabilmente “nane”. Mi sembrano identici perfino i minuscoli garage a schiera lì accanto, in grado di ospitare solo i “ciappinari”, coloro che si rinchiudono a fare oscuri lavori potenzialmente in grado di sovvertire l’ordine mondiale, avendo però cura di appendere la bici sul soffitto, altrimenti spazio proprio non ce n’è. Distribuiti in questi due stabili vivevano i miei parenti, da mia nonna in giù, prima delle inevitabili vicissitudini e dispersioni del tempo. Oggi c’è rimasta solo una zia: la mamma di colei che sta per sposarsi, mia cugina.
La macchina nuziale, una candida Mercedes “cabrio”, parte proprio dal vialetto incastrato tra quei due palazzi; noialtri ci uniamo al corteo, un brevissimo tragitto che costeggia la biblioteca, il centro commerciale in miniatura “Crevalcore 2” e l’Ospedale Barberini. La chiesa è a metà del corso che unisce Porta Bologna e Porta Modena, sorvegliata dalla statua del Malpighi. Lì mi ritrovo, tra gli altri, con due superstiti di quello che una volta era il nutrito clan dei miei zii. Al è un baffo naturale di Sant’Agata, luogo che può vantare Nilla Pizzi ma non una ferrovia (cosa per cui lo prendiamo sempre in giro); un tipo tutto così speciale e “alfabeta”, tendente all’enciclopedico, culturalmente imbevuto del cabaret di razza, quello milanese degli anni 70. E’ come se ci fossimo visti la sera precedente. Da lontano scorgo Renzo, fratello di mia mamma, spigliato giovanottino ultrasettantenne, Renzo il Compagnissimo (come tutta la famiglia del resto) che non solo sta varcando il sacro portone, ma addirittura scortando la sposa fino all’altare. Se me l’avessero raccontato, non ci avrei mai creduto. Mia madre va in chiesa con gli altri, mi chiede se poi faccio un salto dentro almeno per lo scambio dei consensi, io dico: beh, dopo; sì, molto dopo, mi fa eco Al, prendendomi bellamente per il culo.
Io e Al restiamo per un po’ all’ombra del campanile, siamo in quella fase di conversazione che io chiamo “scambio dei gagliardetti” e di per sé dura poco, ma nel nostro caso viene troncata dall’uscita repentina dell’accompagnatore dalla chiesa. “Guardalo là” mi fa Al, “mi sa che il film non gli piace, dev’essergli bastato il trailer…E al fomma!”. In effetti Renzo ha la sigaretta fumante in bocca ancor prima di finire quei tre scalini che lo separano dal sagrato. Ora tutto torna ad avere una certa logica.
Noi tre quindi siamo gli unici a disertare la cerimonia, piazzandoci in un bar da dove si può dominare la scena-esterno giorno. La chiacchierata non riesce a sbarrare il passo ai miei pensieri arruffati. Proprio di fronte alla chiesa c’è il municipio, da sempre oggetto delle schiaccianti preferenze dei cittadini di Creva la Rossa per quanto riguarda la celebrazione dei matrimoni, un contesto ideale per Guareschi. Lì “convolarono” i miei nel dicembre del ’71, e c’ero quando toccò ad Al una trentina d’anni or sono. Quindi si può dire che oggi sia stata infranta una tradizione, ma certo. Intanto capto che i due discoli stanno prendendo spunto dalle mie vicende professionali per chiedersi se il patto di quota lite l’è proibì dala làz o nà (proibito dalla legge o no).
Mi si obietterà che non ho indugiato sulla sposa. E’ il punto di vista a fregarmi: mi sono bastati pochi secondi per rivedere, dietro i “paramenti” ufficiali, l’adolescente che si trastullava sullo stereo di famiglia con i dischi dei Bros (“When, When I, When I’ll be famous?”); non avevo bisogno d’altro. Ho rifiutato ragguagli anche sulla funzione, ma non sono riuscito ad evitare di sapere che il prete non ha detto “puoi baciare la sposa”, causando così qualche delusione, e che non è mancato il momento del messo finto-trafelato che interrompe il rito verso la fine per annunciare l’arrivo del telegramma di benedizione dal Vaticano. Questo no, fingo di indignarmi tra me e me: a tutto c’è un limite. Eccheccazzo.
Non ho ricordi particolari del dopo cerimonia in una villa di Nonantola: definirei celestiale la visione di un immane prosciutto servito per l’aperitivo a tocchettoni e in punta di coltellaccio direttamente dentro alle crescentine appena tolte dalla friggitrice. Prima di attaccare le ostilità alimentari vere e proprie gli sposi, giunti in villa accompagnati della marcia tradizionale, fluttuano per qualche minuto in mezzo agli ospiti al ritmo dell’altro classico “A te” cantata da coso lì, con le sibilanti sventrate (“A te che fei, foftanfa dei fogni miei…”). A tavola metto il pilota automatico: mi sottopongono all’inevitabile radiografia, dal mio cosiddetto “status” (a cinquant’anni come a dieci mi chiederanno sempre della “filarina”) alla mia fede sportiva (“Ah, sei virtuSino!” mi fa qualcuno usando una sola, durissima “esse”, come in “tesoro” o “esame”, forse per canzonarmi), passando per la mia professione. Il copione è pienamente rispettato anche stavolta. “Uuuuh, voialtri!” – e giù una sequenza standard di bonari improperi. Non ho avuto la prontezza di giocare il mio consueto asso, cioè di menzionare i mestieri  su cui fantastica il compianto Ragionier Fantozzi mentre viaggia sul tetto del 37 nero-barrato delle collinari: “batterista ad Harlem! Croupier a Casablanca! Hippie nel Nepal!”. Non se ne esce. Anche perché, combinazione fottuta, alla sposa si sono appena rotti i tacchi “in sincrono”, roba che neanche a provarci appositamente; e ora deve rimediare un paio di scarpe di fortuna mentre quelle da cerimonia, che invece una fortuna sono costate, si rivelano assemblate con due scaracci. Va da sé che non sono calzolaio, ma vengo comunque additato da più parti: io mi schermisco, e mi limito a suggerire – wow! non ci sarebbe arrivato nessuno! – di mandare due righe in proprio al rivenditore non appena possibile. Mi verrà fatto sapere, promettono. Attendo spasmodico, dico tra un brasato e un tortellone. Tutto sommato, i discorsi che impegnano i commensali ben possono essere condensati in un botta e risposta tra mia mamma e il discolo-Renzo. Lei, per la prima volta in vita sua, ha assaggiato del sushi come antipasto, e non è stato esattamente amore: “Era così disgustoso che, se non fossi una signora, l’avrei sputato”. “Se tu fossi una signora”, replica furbetto Renzo, “questo non l’avresti nemmeno detto”. Fratelli coltelli…
Alle sei e mezza, trangugiato un pezzo della torta a tre piani mentre gli sposi coinvolgono i presenti nelle danze, decido che è ora di prendere il lungo sentiero che mi porterà al salmastro prima che calino le tenebre. Durante il viaggio, provando a strizzare la giornata come un mociovileda, quel po’ di bagnato che ne esce è un’unica considerazione: al di là di tutto, per qualche ora sono tornato noto come “Il figlio della Graziella”. E son soddisfazioni. E’ la mia piccola Creva. A presto.

Retorica

Per molti, per quasi tutti, l’icona di ciò che ricorre oggi è quel paio di lancette che, nonostante il quadrante in pezzi, hanno resistito ferme, lassù, inchiodate sulle 10.25. A me, invece, non c’è anno che non torni in mente lui, o meglio, la sequenza di pochi secondi che me l’ha reso indelebilmente, tristemente caro. Lo scenario è arcinoto, e nemmeno l’effetto seppia dei filmati originali può smorzarne l’orrore. Chi è morto giace; gli altri, tra infermieri, medici, vigili del fuoco, poliziotti, cercano di dare una mano; e c’è anche chi è vivo e, a smentita del detto, non si da pace. Sono accorsi sul posto, non possono rendersi utili ma gli operatori e le autorità hanno troppo da fare per mandarli via. Tra costoro c’è anche lui. Un bolognese d’altri tempi, te ne rendi conto subito: non deve essersi mai mosso troppo dalla sua città, nemmeno ad agosto; stempiato, camicia bianca un po’ aperta sul petto, pare lo zio che ai pranzi delle feste elargisce i regali per i nipoti e un sorriso, una battuta per tutti, anche per il cognato non proprio simpatico. Immagino vantasse un nome antico e importante nonostante le storpiature dialettali, che so, “Duèlli” (Duilio), “Uléss” (Ulisse); che qualche minuto prima, sdraiato in poltrona, avesse sentito il busso; che si fosse catapultato in strada gridando “”s’ai è suzest?”; magari nell’aria ancora squassata aleggiava, come un velo nero, un pulviscolo di ipotesi per cui “quelcdòn l’ha cazè onna bammba in staziàn”. E ora eccolo lì. Nessuno gli ha sbarrato il passo, nessuno gli bada. Si ritrova piantato in quel piazzale e non può muoversi, quasi fa parte anche lui delle macerie; i lineamenti non gli si stanno stravolgendo, stanno proprio colando giù dalla faccia per il caldo ed il dolore; i suoi mugolii attraggono la telecamera della tv locale arrivata per prima. Rimarrà dunque eterno in quella posa, una mano appena appoggiata su una guancia; inutile chiedersi cosa stia guardando: tutto e niente, ma soffre come se gli avessero detto che là sotto c’era tutta la sua famiglia. Sopraffatto dal poco che riesce a spiegarsi, alla fine cede: pian piano si volta, china la testa, si allontana. La telecamera, prima di dedicarsi ad altro e lasciarlo al suo destino, ci congeda da lui mostrandone la mano che adesso gli copre il viso e il simil-Rolex che gli scintilla al polso. Anche la pietà era morta sul serio, altro che Resistenza.
Ti ascolto, amico lontano; zittisci me ed ogni retorica, che di male ne fa sempre, e tanto.

 

 

 

Grazie

Ieri 27.07.2017 lo scrivente Ministero ha raggiunto il numero massimo di visualizzazioni giornaliere dalla sua istituzione, poco più di tre anni fa. Non vorrei pensaste che mi sto imbrodando; solo, è qualcosa di abnorme per i miei standard. Quindi, mentre attendo ancora che mi passi l’esaltazione, intendo ringraziare, se mai leggerà queste righe, chi ha avuto il tempo e il buon cuore di contribuire al mio piccolo primato personale, si tratti di affezionati e/o occasionali. Un sito salutista portoghese è riuscito ad aggirare il filtro della monnezza di wordpress e a lasciare in calce a un vecchio post il seguente commento, in madre lingua: “Il rischio che tutto possa andare in malora è alto!” (niente che non si sapesse già, peraltro): perciò dovrei pensare che quello di ieri è stato solo un gigantesco “attacco spam” (benchè i contatti fossero tutti italiani). Ma siate carini: non svegliatemi, lasciate che mi culli nel mio bozzolo sbavacchiando come un pupo.
“Iors Fèizfulli” – T. C.

E non hai pietà, tu, di me

Vincenzo (così lo chiameremo) è ferrarese di città, ha sembianze garbate e distinte, era divorato sin dai tempi dell’asilo dal desiderio di sistemarsi e mettere su famiglia. Tanto tempo fa lo odiavo cordialmente, per queste ragioni (soprattutto la prima: campanilismo bieco e spicciolo, e poi sapete com’è finita). Ma è sempre stato l’amico che quando ti incontra ti bacia sulle guance non alla maniera dei parenti serpenti alla vigilia di Natale, ma con convinzione, quasi schioccandoti addosso le labbra, sorridendoti. E’ stato lui a volere così, perché rientra nel novero di persone che se ti prende in simpatia al primo approccio ti si affeziona tutta la vita; ma se ti annusa e l’odore non è quello giusto, povero te. Il non essere nati da queste parti rivierasche, dove tuttora resistono sacche di “mezzi amici”, dovrebbe aver un minimo influito. A lungo non ci siamo visti né sentiti; e tutto mi sarei aspettato tranne averlo davanti nel giorno più brutto della mia vita, in un territorio suo anagraficamente e mio per rinascita. Il sole spariva lentamente dietro la chiesa di Sabbioncello, io pensai che la vita si dimostrava ancora più vigliacca nel farci incontrare in quell’occasione e, abbracciandolo, attinsi a una scorta supplementare di lacrime che ignoravo di conservare.
Adesso ci ritroviamo qui a livello del mare ma in centro, in una presuntuosa enoteca senza la quale, duole dirlo, la piazza medievale perderebbe gran parte di fama e identità. Prendiamo una brodaglia ambrata che al mio dirimpettaio piace tanto, un miscuglio a base di Campari e sa-la-madonna, non è nemmeno uno spritz; io mi guardo bene dall’ordinare succo di luppolo perché, suvvia, proprio non è il luogo. Proviamo anche a fare il punto della situazione dopo che Vincenzo ha posto fine ad una convivenza che si protraeva anche sul posto di lavoro, dacché i due colombi svolazzavano insieme nello stesso istituto di credito. L’interruzione non mi impedisce di vuotare il sacco ed esternargli in faccia il liet motiv dei rosiconi: “Guarda, bella e tutto il resto, ma…”. Vincenzo, pur sempre un signore, nonostante tutto mi decanta la prodigiosa intesa sessuale che aveva con lei, che pure non sentiva – in fondo – come la regina del suo cuore. A rivestire detta ultima carica era la ragazza precedente, con la quale invece non era riuscito a raggiungere gli stessi eccellenti risultati sul campo di battaglia.
“E ora” prosegue lui “mi manca qualcosa. Che dico, mi manca molto. Il lavoro va bene, ma non mi basta. Io voglio qualcuno accanto, non riesco a star senza quel tipo particolare di contatto umano, dare me stesso in ogni singolo aspetto, da un sorriso al fare l’amore…”.
In breve sento già qualcosa di spiacevole appollaiato sul piloro. E pian piano capisco: ma certo! Trattasi di un “Vaffanculo”. Non rendo manifesto il concetto ma, prima ancora che possa rendermene conto, il mio musetto l’ha già scoccato addosso a Vincenzo. Vaffanculo te e la tua sicurezza economica, vaffanculo te e il tuo bisogno di calore, bestia che sei e che sei sempre stato. Vaffanculo, se non si è capito; e vaffanculo, in realtà, perché condividiamo questa situazione, questa mancanza: ma tu la affronti e la supererai con lo stile che io non ho e mai avrò. E lui mi ha già letto dentro: scemo non è.
“Quando fai così, ti prenderei a pugni. Ho sempre voluto farlo, sai”, dice lui serio scuotendo la testa. Oh, bene, mettiamoci comodi. Gentili ascoltatori, va ora in onda una nuova puntata della rubrica: ecco cosa non va di te. “Non puoi lamentarti se non fai niente per cambiare. Cosa ti costa seguire la moda, ogni tanto? Fatti crescere barba e capelli, non vedi il successo che hanno in giro? E il vestiario, poi… neanche sai che importanza può avere – per dire – una camicia portata nel modo giusto…oh, aspetta, fammi indovinare! se vai a comprare un paio di pantaloni e in negozio ti danno suggerimenti sull’altezza dei risvolti, tu scommetto che li minacci di morte, vero? Vai, vai pure avanti così, idiota”.
“Un hipster. Vuoi che mi tramuti in un hipster di merda quando tu stesso ti guardi bene dall’esserlo”.
“Io non ne ho bisogno”, è la disarmante replica.
Mi guarda sconsolato, stentando a credere che un essere umano possa avere così poco rispetto di sé. Per dargli un contentino, e pure un’altra occasione, gli faccio notare che mi prendo cura almeno della zona del viso in cima al naso e tra gli occhi. Ma lui, incontentabile: “Dovresti sistemarti anche il resto delle sopracciglia da scienziato pazzo che ti ritrovi”.
“Sì! un bel paio d’ali di gabbiano tipo amico di Maria de Filippi, e siamo a posto”. E siccome percepisce che stavolta il vaffanculo me lo sta tirando fuori di bocca con le tenaglie, mi butta lì: “Ripeto, tutto ciò che ti sto dicendo vale se vuoi piacere; altrimenti sopravvivrai semplicemente, tu con la tua birra…”. Quel che non riesco a riportare su questo schermo è il ghigno sdegnoso che attraversa il viso di Vincenzo durante le ultime cinque parole: se vuole farmi incazzare ci è riuscito. Si accorge di essere andato troppo oltre, tace. Gli dico: “Giù le mani dalla birra. Di me, di’ quello che vuoi”. E sottolineo il tutto con un fulmineo scatto delle mie non raffinatissime, ma almeno rasate nel mezzo, sopracciglia.
Dopodiché, per riportare la conversazione su sentieri che presume più sicuri, Vincenzo mi chiede cosa ho fatto negli ultimi fine settimana. Oh, guarda. Siccome alcuni erano impegnati a sbavare dietro a Tizio o Caia in separata sede, nell’illusoria convinzione di tenere nascosta la cosa al resto do mundo, ed altri si trovavano in locali dove non entri se non porti il paio di scarpe o la faccia appropriati, io ero al “Dylan Dog”. Come, non te lo ricordi? Ci andavamo ad Halloween, a cantare a squarciagola gli Iron Maiden e farci truccare la faccia da Brandon Lee nel Corvo, per portare una sana ventata di ribrezzo in luoghi come quelli in cui siamo seduti; ce l’hai presente ora o no, maledetto estense mangiazucca? Vincenzo elude la risposta che mi aspettavo e para il colpo con un’altra domanda: “Eri da solo?”. Al mio sì – “e del resto con chi cazzo dovrei andarci ormai in posti del genere?” – batte una mano sul tavolo e grida: “Male, perdìo!”. Si calma, toccia le labbra nel suo beverone e poi, guardando nel vuoto: “Non devi fare mai niente, da solo”. Grandioso guizzo attorale, devo riconoscerlo. E se costui mi volesse bene, dopotutto?
Al momento di alzarci, però, restiamo i soliti: da una parte un fighetto ferrarese incompleto ma con piucchediscrete aspettative; dall’altra uno sfigato incapace – povero lui – di apprezzare ciò che più conta nella vita: la barba lunga, i risvoltini ai pantaloni e i beveroni ambrati che giurano di essere un miscuglio di Aperol e Sa-la-madonna. A degno coronamento, Vincenzo mi congeda addirittura dicendo: “Però, il tempo vola quando conversi così bene con una persona; è sempre un piacere parlare con te, sai?”. Grazie tante, amico. A questo punto Nanni Moretti, nei panni del professore in “Bianca”, davanti all’alunno che gli snocciola per filo e per segno la soluzione al problema di matematica, implorerebbe: “…e non hai pietà, tu, di me?”.

 

Io sono quello sdraiato di fianco

Può ancora capitare di vederlo tra le pieghe del palinsesto estivo o di fine settimana della TV satellitare RAI. Magari c’è un filmato in bianco e nero che parla di tutt’altro, e d’improvviso ti s’infila sotto gli occhi Dino Sarti, lui soggetto fuori epoca e – soprattutto – sempre fuori posto, dovunque si trovasse. Esempio: un “bravo presentatore” anni 70 e relativo pubblico in sala raccolgono la testimonianza di questo tenero omarino non bello né alto, ma provvisto di lingua piuttosto sciolta, il quale agli esordi temeva di poter solo sognare di avvicinarsi ad una telecamera a causa di alcuni solertissimi funzionari che mal sopportavano certe cadenze troppo marcate. Cosicché – racconta sempre Dino, il cui accento non può esser cancellato nemmeno a colpi di pialla sulla lingua – non era infrequente che fosse costretto ad usare il microfono non per cantare, ma per ripetere davanti a un paio di “illuminati”, a mo’ di provino, parole rivelatrici come “Torquato Tasso seduto sopra un sasso…” per poi – cosa ancora più atrocemente idiota – essere giudicato in base alla pronuncia della “esse”. Il pubblico ci ridacchia anche sopra (“Ma va’, che tempi!”), degnando l’omarino di una qualche benevola attenzione. Ma forse che queste ghettizzazioni non possano ripetersi anche ai nostri tempi, nei quali romano, napoletano, toscano, lombardo equivale a “Bene” (sei popolare, metti allegria; a scanso di politici, hai mai sentito un toscano antipatico? Mai)? Tutto il resto, per contro, equivale a “Male”: dove credi di essere? Vai a parlare così a casa tua, tra i covoni di fieno.
Un’altra testimonianza filmata relativa ad un ferragosto di primi anni 80 sottolinea ancor più spietatamente aspetti come questi. Un volenteroso, su di un palco, cerca di intrattenere a mani nude, ma non vuote, una torma di milanesi accalcati davanti al Duomo. In un tale frangente, solo un pazzo potrebbe resistere improvvisando una personalissima cover di “New York New York” (“A vag a Neviòrc”), o reggendo una fetta d’anguria e cantando “I love you cucòmra”. Un pazzo, ovvero Dino Sarti. Il servizio non è troppo crudele, ma il commentatore è costretto a rilevare, in quei due minuti, come gli astanti non cerchino neanche di atteggiare una faccia divertita in reazione a quei buffi fonemi. Il pubblico gradì molto, invece, l’esibizione successiva anche se tutta “americana”. Che si trattasse dei Platters però (ai quali invece furono riservati dieci minuti di filmato, e grazie al cazzo), è questione che qui non ci occupa.
Se, come si dice, sono stati i Queen a girare per primi il video di una loro canzone, Dino poté comunque dire la sua a un livello molto meno internazionale e più consono a quello di noi bifolchi. Per degnamente accompagnare la sua “Tango Imbezèl” non esitò a farsi filmare all’interno di un “dènsing”, zampettando nel suo vestito della festa. “Vuoi ballare, Luisa?”, così recita il testo del ritornello; “Vut balèr con un dreg? Anc i pas piò difèzzil, ve’ mo! A’i cnoss com’al mi nes!”. Cosicché il nostro si scatena, in cerca di proseliti, finché l’orchestra non attacca col “Tango Gelosia”, l’unico ritmo che coglie impreparato l’avanzo di balera; pazienza, ché non si può esser perfetti. Ma il finale è già segnato, e così dopo innumerevoli pestate di piedi altrui e giri a vuoto, il nostro perde non solo la faccia ma anche – e definitivamente – la “vojia’d balèr”, onta indelebile per un padano d’altri tempi.
Non so se sia la prima sua incisione, ma la musicassetta a firma “Dino Sarti” è uno dei più vecchi cimeli di casa mia. In copertina c’è raffigurato un contadino addormentato sotto un albero, e all’interno della custodia sono ancora riportate tutte quelle scritte “retro” e irrispettose dell’intelligenza dell’ascoltatore come “Non capovolgere il lato prima che sia completato lo scorrimento del nastro”. Il prodotto è grezzo assai, e contiene perle di tenerissima bruttezza, massimamente “Professore, mi dà una pastiglia?”, che racconta le disfunzioni sessuali di un operaio con anni e anni di anticipo sulla famigerata Pfizer blu, nonché “Un biglietto del tram per Stella”, in cui in nostro si accorge che l’unico mezzo per aiutare una giovane drogata non è la tanto sbandierata affabilità “made in Bo”, ma il vilissimo denaro (memorabile in tal senso la battuta che decreta l’esborso a favore di lei: “Grazie per averlo accettato!”). Non mancano i capolavori di incongruenza come “Bologna Campione”, che come inno calcistico è anche gradevole ma racchiude nel titolo un tristissimo ossimoro, e soprattutto “La Fira’d San Zamièn”, il cui ritornello è un’incredibile bestemmia per chi ha un minimo a cuore il capoluogo (“Viva Modna e San Zamièn”? “Viva Modna e qui ch’i stan”? MA SCHERZIAMO?). A salvare la cassetta dall’oblio discografico è l’iniziale, assurda, ostica (quasi tutta in dialetto) “Zengia Blues”, in cui uno sventurato racconta senza vergogna alcuna di essersi fidanzato non per amore, ma al solo bieco scopo di farsi regalare da lei una cinghia nuova, massimo traguardo di un’esistenza costellata da cinture ereditate da parenti vari (“Me, a n’ho mai avò onna zengia nova int’la vetta!”, questa è poesia amici!). Finirà ovviamente male, ma ogni maschietto dentro di sé avrà solidarizzato almeno per due secondi col povero stupidone. Menzione finale per “La Donna in Estate”, sorta di lettera aperta scritta in spiaggia da Dino a una misteriosa, conturbante vicina di ombrellone. Non sapremo mai se il contenuto arriverà davvero all’orecchio della sconosciuta bagnante (“Che Dio’t bandèssa, sai anche nuotare!”). Solo l’attacco del ritornello può suggerire una risposta: quel bellissimo “Io sono quello sdraiato di fianco”, che fa balzare in testa non solo l’immagine di qualcuno che resta sulle sue, magari provvisto di un paio di occhialoni scuri a mascherare estenuanti giochi di sguardi (quanti ne ho visti fare così, per sfuggire alle ire della moglie lì a due passi), ma che rimanda anche a un atteggiamento gradevolmente superficiale verso la vita e tutti i suoi aspetti, siano essi belli o meno.
L’ultima volta che l’ho visto (vivo) in TV stava salendo con altre persone, presumo generalmente non troppo indaffarate, su un torpedone diretto da Bologna a Roma, alle 5 del mattino. Andava anche lui a patrocinare la causa di beatificazione di Padre Olinto Marella, il frate che chiedeva l’elemosina per i suoi ragazzi seduto per terra davanti al cinema Metropolitan o al Teatro Medica, anche e soprattutto quando la temperatura stazionava abbondantemente sotto lo zero. Ignoro l’esito del blitz, anche se immagino che la (presunta) santa madre accordi un minimo di preferenza a figure più istituzionali.
…ah, beh, certo: musica!

Ampelmann

(Ost Berlin, luglio).

Le Giamaiche per cui parto sono già viste e sempre nuove,
e anche stavolta parlo di te in lingue da inventare
e poi dimenticare,
per blocchi di immagini incoerenti
– “Vero che non bevete mai caffè senza accompagnarlo
al dolce? E ai figli, prima del parto
date un nome che non sarà quello effettivo?” –
in zone dai contorni che mi sfuggono:
l’Ampelmann, dai gettoni dei vuoti in cauzione
mi guarda sì, pur senza volto; ma a destra, sulla chiatta
una fiesta latina ha spire leste a stritolarti
in nome della vida che tanto è un carnaval,
e a sinistra il prato milonga non si muove al vento
ma alle note di Astor, ai ricami suoi di strazio.
E mentre parlo di te in riva alla Sprea
puoi già trovarmi a Weimar,  in forma di statua,
l’unica di carne.
Proietterò a terra non la mia ma la tua ombra vera,
meglio di come fanno i kappelmeister bronzei
con quella di Lutero, dipinta, povero artificio.