Retorica

Per molti, per quasi tutti, l’icona di ciò che ricorre oggi è quel paio di lancette che, nonostante il quadrante in pezzi, hanno resistito ferme, lassù, inchiodate sulle 10.25. A me, invece, non c’è anno che non torni in mente lui, o meglio, la sequenza di pochi secondi che me l’ha reso indelebilmente, tristemente caro. Lo scenario è arcinoto, e nemmeno l’effetto seppia dei filmati originali può smorzarne l’orrore. Chi è morto giace; gli altri, tra infermieri, medici, vigili del fuoco, poliziotti, cercano di dare una mano; e c’è anche chi è vivo e, a smentita del detto, non si da pace. Sono accorsi sul posto, non possono rendersi utili ma gli operatori e le autorità hanno troppo da fare per mandarli via. Tra costoro c’è anche lui. Un bolognese d’altri tempi, te ne rendi conto subito: non deve essersi mai mosso troppo dalla sua città, nemmeno ad agosto; stempiato, camicia bianca un po’ aperta sul petto, pare lo zio che ai pranzi delle feste elargisce i regali per i nipoti e un sorriso, una battuta per tutti, anche per il cognato non proprio simpatico. Immagino vantasse un nome antico e importante nonostante le storpiature dialettali, che so, “Duèlli” (Duilio), “Uléss” (Ulisse); che qualche minuto prima, sdraiato in poltrona, avesse sentito il busso; che si fosse catapultato in strada gridando “”s’ai è suzest?”; magari nell’aria ancora squassata aleggiava, come un velo nero, un pulviscolo di ipotesi per cui “quelcdòn l’ha cazè onna bammba in staziàn”. E ora eccolo lì. Nessuno gli ha sbarrato il passo, nessuno gli bada. Si ritrova piantato in quel piazzale e non può muoversi, quasi fa parte anche lui delle macerie; i lineamenti non gli si stanno stravolgendo, stanno proprio colando giù dalla faccia per il caldo ed il dolore; i suoi mugolii attraggono la telecamera della tv locale arrivata per prima. Rimarrà dunque eterno in quella posa, una mano appena appoggiata su una guancia; inutile chiedersi cosa stia guardando: tutto e niente, ma soffre come se gli avessero detto che là sotto c’era tutta la sua famiglia. Sopraffatto dal poco che riesce a spiegarsi, alla fine cede: pian piano si volta, china la testa, si allontana. La telecamera, prima di dedicarsi ad altro e lasciarlo al suo destino, ci congeda da lui mostrandone la mano che adesso gli copre il viso e il simil-Rolex che gli scintilla al polso. Anche la pietà era morta sul serio, altro che Resistenza.
Ti ascolto, amico lontano; zittisci me ed ogni retorica, che di male ne fa sempre, e tanto.

 

 

 

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Grazie

Ieri 27.07.2017 lo scrivente Ministero ha raggiunto il numero massimo di visualizzazioni giornaliere dalla sua istituzione, poco più di tre anni fa. Non vorrei pensaste che mi sto imbrodando; solo, è qualcosa di abnorme per i miei standard. Quindi, mentre attendo ancora che mi passi l’esaltazione, intendo ringraziare, se mai leggerà queste righe, chi ha avuto il tempo e il buon cuore di contribuire al mio piccolo primato personale, si tratti di affezionati e/o occasionali. Un sito salutista portoghese è riuscito ad aggirare il filtro della monnezza di wordpress e a lasciare in calce a un vecchio post il seguente commento, in madre lingua: “Il rischio che tutto possa andare in malora è alto!” (niente che non si sapesse già, peraltro): perciò dovrei pensare che quello di ieri è stato solo un gigantesco “attacco spam” (benchè i contatti fossero tutti italiani). Ma siate carini: non svegliatemi, lasciate che mi culli nel mio bozzolo sbavacchiando come un pupo.
“Iors Fèizfulli” – T. C.

E non hai pietà, tu, di me

Vincenzo (così lo chiameremo) è ferrarese di città, ha sembianze garbate e distinte, era divorato sin dai tempi dell’asilo dal desiderio di sistemarsi e mettere su famiglia. Tanto tempo fa lo odiavo cordialmente, per queste ragioni (soprattutto la prima: campanilismo bieco e spicciolo, e poi sapete com’è finita). Ma è sempre stato l’amico che quando ti incontra ti bacia sulle guance non alla maniera dei parenti serpenti alla vigilia di Natale, ma con convinzione, quasi schioccandoti addosso le labbra, sorridendoti. E’ stato lui a volere così, perché rientra nel novero di persone che se ti prende in simpatia al primo approccio ti si affeziona tutta la vita; ma se ti annusa e l’odore non è quello giusto, povero te. Il non essere nati da queste parti rivierasche, dove tuttora resistono sacche di “mezzi amici”, dovrebbe aver un minimo influito. A lungo non ci siamo visti né sentiti; e tutto mi sarei aspettato tranne averlo davanti nel giorno più brutto della mia vita, in un territorio suo anagraficamente e mio per rinascita. Il sole spariva lentamente dietro la chiesa di Sabbioncello, io pensai che la vita si dimostrava ancora più vigliacca nel farci incontrare in quell’occasione e, abbracciandolo, attinsi a una scorta supplementare di lacrime che ignoravo di conservare.
Adesso ci ritroviamo qui a livello del mare ma in centro, in una presuntuosa enoteca senza la quale, duole dirlo, la piazza medievale perderebbe gran parte di fama e identità. Prendiamo una brodaglia ambrata che al mio dirimpettaio piace tanto, un miscuglio a base di Campari e sa-la-madonna, non è nemmeno uno spritz; io mi guardo bene dall’ordinare succo di luppolo perché, suvvia, proprio non è il luogo. Proviamo anche a fare il punto della situazione dopo che Vincenzo ha posto fine ad una convivenza che si protraeva anche sul posto di lavoro, dacché i due colombi svolazzavano insieme nello stesso istituto di credito. L’interruzione non mi impedisce di vuotare il sacco ed esternargli in faccia il liet motiv dei rosiconi: “Guarda, bella e tutto il resto, ma…”. Vincenzo, pur sempre un signore, nonostante tutto mi decanta la prodigiosa intesa sessuale che aveva con lei, che pure non sentiva – in fondo – come la regina del suo cuore. A rivestire detta ultima carica era la ragazza precedente, con la quale invece non era riuscito a raggiungere gli stessi eccellenti risultati sul campo di battaglia.
“E ora” prosegue lui “mi manca qualcosa. Che dico, mi manca molto. Il lavoro va bene, ma non mi basta. Io voglio qualcuno accanto, non riesco a star senza quel tipo particolare di contatto umano, dare me stesso in ogni singolo aspetto, da un sorriso al fare l’amore…”.
In breve sento già qualcosa di spiacevole appollaiato sul piloro. E pian piano capisco: ma certo! Trattasi di un “Vaffanculo”. Non rendo manifesto il concetto ma, prima ancora che possa rendermene conto, il mio musetto l’ha già scoccato addosso a Vincenzo. Vaffanculo te e la tua sicurezza economica, vaffanculo te e il tuo bisogno di calore, bestia che sei e che sei sempre stato. Vaffanculo, se non si è capito; e vaffanculo, in realtà, perché condividiamo questa situazione, questa mancanza: ma tu la affronti e la supererai con lo stile che io non ho e mai avrò. E lui mi ha già letto dentro: scemo non è.
“Quando fai così, ti prenderei a pugni. Ho sempre voluto farlo, sai”, dice lui serio scuotendo la testa. Oh, bene, mettiamoci comodi. Gentili ascoltatori, va ora in onda una nuova puntata della rubrica: ecco cosa non va di te. “Non puoi lamentarti se non fai niente per cambiare. Cosa ti costa seguire la moda, ogni tanto? Fatti crescere barba e capelli, non vedi il successo che hanno in giro? E il vestiario, poi… neanche sai che importanza può avere – per dire – una camicia portata nel modo giusto…oh, aspetta, fammi indovinare! se vai a comprare un paio di pantaloni e in negozio ti danno suggerimenti sull’altezza dei risvolti, tu scommetto che li minacci di morte, vero? Vai, vai pure avanti così, idiota”.
“Un hipster. Vuoi che mi tramuti in un hipster di merda quando tu stesso ti guardi bene dall’esserlo”.
“Io non ne ho bisogno”, è la disarmante replica.
Mi guarda sconsolato, stentando a credere che un essere umano possa avere così poco rispetto di sé. Per dargli un contentino, e pure un’altra occasione, gli faccio notare che mi prendo cura almeno della zona del viso in cima al naso e tra gli occhi. Ma lui, incontentabile: “Dovresti sistemarti anche il resto delle sopracciglia da scienziato pazzo che ti ritrovi”.
“Sì! un bel paio d’ali di gabbiano tipo amico di Maria de Filippi, e siamo a posto”. E siccome percepisce che stavolta il vaffanculo me lo sta tirando fuori di bocca con le tenaglie, mi butta lì: “Ripeto, tutto ciò che ti sto dicendo vale se vuoi piacere; altrimenti sopravvivrai semplicemente, tu con la tua birra…”. Quel che non riesco a riportare su questo schermo è il ghigno sdegnoso che attraversa il viso di Vincenzo durante le ultime cinque parole: se vuole farmi incazzare ci è riuscito. Si accorge di essere andato troppo oltre, tace. Gli dico: “Giù le mani dalla birra. Di me, di’ quello che vuoi”. E sottolineo il tutto con un fulmineo scatto delle mie non raffinatissime, ma almeno rasate nel mezzo, sopracciglia.
Dopodiché, per riportare la conversazione su sentieri che presume più sicuri, Vincenzo mi chiede cosa ho fatto negli ultimi fine settimana. Oh, guarda. Siccome alcuni erano impegnati a sbavare dietro a Tizio o Caia in separata sede, nell’illusoria convinzione di tenere nascosta la cosa al resto do mundo, ed altri si trovavano in locali dove non entri se non porti il paio di scarpe o la faccia appropriati, io ero al “Dylan Dog”. Come, non te lo ricordi? Ci andavamo ad Halloween, a cantare a squarciagola gli Iron Maiden e farci truccare la faccia da Brandon Lee nel Corvo, per portare una sana ventata di ribrezzo in luoghi come quelli in cui siamo seduti; ce l’hai presente ora o no, maledetto estense mangiazucca? Vincenzo elude la risposta che mi aspettavo e para il colpo con un’altra domanda: “Eri da solo?”. Al mio sì – “e del resto con chi cazzo dovrei andarci ormai in posti del genere?” – batte una mano sul tavolo e grida: “Male, perdìo!”. Si calma, toccia le labbra nel suo beverone e poi, guardando nel vuoto: “Non devi fare mai niente, da solo”. Grandioso guizzo attorale, devo riconoscerlo. E se costui mi volesse bene, dopotutto?
Al momento di alzarci, però, restiamo i soliti: da una parte un fighetto ferrarese incompleto ma con piucchediscrete aspettative; dall’altra uno sfigato incapace – povero lui – di apprezzare ciò che più conta nella vita: la barba lunga, i risvoltini ai pantaloni e i beveroni ambrati che giurano di essere un miscuglio di Aperol e Sa-la-madonna. A degno coronamento, Vincenzo mi congeda addirittura dicendo: “Però, il tempo vola quando conversi così bene con una persona; è sempre un piacere parlare con te, sai?”. Grazie tante, amico. A questo punto Nanni Moretti, nei panni del professore in “Bianca”, davanti all’alunno che gli snocciola per filo e per segno la soluzione al problema di matematica, implorerebbe: “…e non hai pietà, tu, di me?”.

 

Io sono quello sdraiato di fianco

Può ancora capitare di vederlo tra le pieghe del palinsesto estivo o di fine settimana della TV satellitare RAI. Magari c’è un filmato in bianco e nero che parla di tutt’altro, e d’improvviso ti s’infila sotto gli occhi Dino Sarti, lui soggetto fuori epoca e – soprattutto – sempre fuori posto, dovunque si trovasse. Esempio: un “bravo presentatore” anni 70 e relativo pubblico in sala raccolgono la testimonianza di questo tenero omarino non bello né alto, ma provvisto di lingua piuttosto sciolta, il quale agli esordi temeva di poter solo sognare di avvicinarsi ad una telecamera a causa di alcuni solertissimi funzionari che mal sopportavano certe cadenze troppo marcate. Cosicché – racconta sempre Dino, il cui accento non può esser cancellato nemmeno a colpi di pialla sulla lingua – non era infrequente che fosse costretto ad usare il microfono non per cantare, ma per ripetere davanti a un paio di “illuminati”, a mo’ di provino, parole rivelatrici come “Torquato Tasso seduto sopra un sasso…” per poi – cosa ancora più atrocemente idiota – essere giudicato in base alla pronuncia della “esse”. Il pubblico ci ridacchia anche sopra (“Ma va’, che tempi!”), degnando l’omarino di una qualche benevola attenzione. Ma forse che queste ghettizzazioni non possano ripetersi anche ai nostri tempi, nei quali romano, napoletano, toscano, lombardo equivale a “Bene” (sei popolare, metti allegria; a scanso di politici, hai mai sentito un toscano antipatico? Mai)? Tutto il resto, per contro, equivale a “Male”: dove credi di essere? Vai a parlare così a casa tua, tra i covoni di fieno.
Un’altra testimonianza filmata relativa ad un ferragosto di primi anni 80 sottolinea ancor più spietatamente aspetti come questi. Un volenteroso, su di un palco, cerca di intrattenere a mani nude, ma non vuote, una torma di milanesi accalcati davanti al Duomo. In un tale frangente, solo un pazzo potrebbe resistere improvvisando una personalissima cover di “New York New York” (“A vag a Neviòrc”), o reggendo una fetta d’anguria e cantando “I love you cucòmra”. Un pazzo, ovvero Dino Sarti. Il servizio non è troppo crudele, ma il commentatore è costretto a rilevare, in quei due minuti, come gli astanti non cerchino neanche di atteggiare una faccia divertita in reazione a quei buffi fonemi. Il pubblico gradì molto, invece, l’esibizione successiva anche se tutta “americana”. Che si trattasse dei Platters però (ai quali invece furono riservati dieci minuti di filmato, e grazie al cazzo), è questione che qui non ci occupa.
Se, come si dice, sono stati i Queen a girare per primi il video di una loro canzone, Dino poté comunque dire la sua a un livello molto meno internazionale e più consono a quello di noi bifolchi. Per degnamente accompagnare la sua “Tango Imbezèl” non esitò a farsi filmare all’interno di un “dènsing”, zampettando nel suo vestito della festa. “Vuoi ballare, Luisa?”, così recita il testo del ritornello; “Vut balèr con un dreg? Anc i pas piò difèzzil, ve’ mo! A’i cnoss com’al mi nes!”. Cosicché il nostro si scatena, in cerca di proseliti, finché l’orchestra non attacca col “Tango Gelosia”, l’unico ritmo che coglie impreparato l’avanzo di balera; pazienza, ché non si può esser perfetti. Ma il finale è già segnato, e così dopo innumerevoli pestate di piedi altrui e giri a vuoto, il nostro perde non solo la faccia ma anche – e definitivamente – la “vojia’d balèr”, onta indelebile per un padano d’altri tempi.
Non so se sia la prima sua incisione, ma la musicassetta a firma “Dino Sarti” è uno dei più vecchi cimeli di casa mia. In copertina c’è raffigurato un contadino addormentato sotto un albero, e all’interno della custodia sono ancora riportate tutte quelle scritte “retro” e irrispettose dell’intelligenza dell’ascoltatore come “Non capovolgere il lato prima che sia completato lo scorrimento del nastro”. Il prodotto è grezzo assai, e contiene perle di tenerissima bruttezza, massimamente “Professore, mi dà una pastiglia?”, che racconta le disfunzioni sessuali di un operaio con anni e anni di anticipo sulla famigerata Pfizer blu, nonché “Un biglietto del tram per Stella”, in cui in nostro si accorge che l’unico mezzo per aiutare una giovane drogata non è la tanto sbandierata affabilità “made in Bo”, ma il vilissimo denaro (memorabile in tal senso la battuta che decreta l’esborso a favore di lei: “Grazie per averlo accettato!”). Non mancano i capolavori di incongruenza come “Bologna Campione”, che come inno calcistico è anche gradevole ma racchiude nel titolo un tristissimo ossimoro, e soprattutto “La Fira’d San Zamièn”, il cui ritornello è un’incredibile bestemmia per chi ha un minimo a cuore il capoluogo (“Viva Modna e San Zamièn”? “Viva Modna e qui ch’i stan”? MA SCHERZIAMO?). A salvare la cassetta dall’oblio discografico è l’iniziale, assurda, ostica (quasi tutta in dialetto) “Zengia Blues”, in cui uno sventurato racconta senza vergogna alcuna di essersi fidanzato non per amore, ma al solo bieco scopo di farsi regalare da lei una cinghia nuova, massimo traguardo di un’esistenza costellata da cinture ereditate da parenti vari (“Me, a n’ho mai avò onna zengia nova int’la vetta!”, questa è poesia amici!). Finirà ovviamente male, ma ogni maschietto dentro di sé avrà solidarizzato almeno per due secondi col povero stupidone. Menzione finale per “La Donna in Estate”, sorta di lettera aperta scritta in spiaggia da Dino a una misteriosa, conturbante vicina di ombrellone. Non sapremo mai se il contenuto arriverà davvero all’orecchio della sconosciuta bagnante (“Che Dio’t bandèssa, sai anche nuotare!”). Solo l’attacco del ritornello può suggerire una risposta: quel bellissimo “Io sono quello sdraiato di fianco”, che fa balzare in testa non solo l’immagine di qualcuno che resta sulle sue, magari provvisto di un paio di occhialoni scuri a mascherare estenuanti giochi di sguardi (quanti ne ho visti fare così, per sfuggire alle ire della moglie lì a due passi), ma che rimanda anche a un atteggiamento gradevolmente superficiale verso la vita e tutti i suoi aspetti, siano essi belli o meno.
L’ultima volta che l’ho visto (vivo) in TV stava salendo con altre persone, presumo generalmente non troppo indaffarate, su un torpedone diretto da Bologna a Roma, alle 5 del mattino. Andava anche lui a patrocinare la causa di beatificazione di Padre Olinto Marella, il frate che chiedeva l’elemosina per i suoi ragazzi seduto per terra davanti al cinema Metropolitan o al Teatro Medica, anche e soprattutto quando la temperatura stazionava abbondantemente sotto lo zero. Ignoro l’esito del blitz, anche se immagino che la (presunta) santa madre accordi un minimo di preferenza a figure più istituzionali.
…ah, beh, certo: musica!

Ampelmann

(Ost Berlin, luglio).

Le Giamaiche per cui parto sono già viste e sempre nuove,
e anche stavolta parlo di te in lingue da inventare
e poi dimenticare,
per blocchi di immagini incoerenti
– “Vero che non bevete mai caffè senza accompagnarlo
al dolce? E ai figli, prima del parto
date un nome che non sarà quello effettivo?” –
in zone dai contorni che mi sfuggono:
l’Ampelmann, dai gettoni dei vuoti in cauzione
mi guarda sì, pur senza volto; ma a destra, sulla chiatta
una fiesta latina ha spire leste a stritolarti
in nome della vida che tanto è un carnaval,
e a sinistra il prato milonga non si muove al vento
ma alle note di Astor, ai ricami suoi di strazio.
E mentre parlo di te in riva alla Sprea
puoi già trovarmi a Weimar,  in forma di statua,
l’unica di carne.
Proietterò a terra non la mia ma la tua ombra vera,
meglio di come fanno i kappelmeister bronzei
con quella di Lutero, dipinta, povero artificio.

Album di Assùrdia – la legge del bar

C’era pure quel momento in cui vivere l’estate aveva ancora un senso, se non altro perché l’inverno era troppo lontano per essere annusato nell’aria con trasporto bamboccio e nella nostra Assùrdia, la stessa che tempo dopo avrebbe dato il “degno” benvenuto all’anno nuovo in diretta nazionale (“Siamo fortissssimi, noi, nel varietà!!!” – Nanni Moretti, tra la distruzione di una suppellettile e un’altra, ne “Il Portaborse”), aprivano i “bar”. Per qualche settimana, eh: per poi subito chiudere. Non per insuccesso commerciale, ma perché trattavasi di abitazione privata dalla quale i legittimi proprietari si assentavano per alcuni giorni: così restavano i figli che ancora vivevano con costoro e ospitavano, o meglio, erano costretti ad ospitare gli amici messi al corrente, a qualunque ora di giorno e di notte. Chiamavamo questa situazione per l’appunto con il termine “bar”, cui andava aggiunto il cognome della famiglia vacante. Tralasciando la “baracca” – leggasi casino – che veniva a crearsi, merita essere trascritto un copione di questo genere. (Notare bene: le righe che seguono denotano comportamenti addebitabili, in mancanza di migliori, più scientifiche e più dignitose spiegazioni, allo iodio che ci infesta sangue, polmoni e neuroni).
Esterno giorno. L’avventore suonava al citofono del “bar” del tutto inaspettatamente (ma forse che per andare al bar occorre annunciarsi?), mentre la titolare stava facendosi gli affaracci propri: magari stirando, o cercando di spostare qualche mobile perché il giorno successivo erano attesi gli imbianchini.
Barista: “Chi è?”.
Avventore (senza salutare né facendosi riconoscere – ma forse che per andare al bar occorre identificarsi?): “Oh. Salgo. Metti su il caffè”.
La barista, disorientata, sopprimeva in gola un “ma” sulla cui inutilità non starei nemmeno a perdere tempo. Per cui apriva il portone, e faceva andare la caffettiera.
Interno giorno, un minuto dopo. Le scarpe dell’avventore, grazie a due esemplari scatti di malleolo, erano finite ciascuna in due angoli distinti della sala ancor prima che l’ospite avesse varcato la soglia. Lui degnava di un distratto grugnito la barista, e quando si sedeva in poltrona era già praticamente in mutande. La barista sopportava in silenzio, avendo il cliente sempre ragione. Quest’ultimo, a sua volta, tollerava dolorosamente i necessari minuti di convenevoli da parte della titolare, finchè dalla cucina non si udiva il gorgogliare della caffettiera. Oh, finalmente.
Barista, dalla cucina, facendo tintinnare le tazzine: “Quanto zucchero?”.
Avventore: “Di che zucchero parli?”.
Barista: “Non volevi il caffè, scusa?”. (diceva anche scusa, la poveretta).
Avventore: “Eh, sì…”
Barista: “Ma allora lo bevi amaro?”
Avventore: “Che cosa?”
Barista: “IL CAFFE’, CAZZOOOO!” (mentre il fantasma di Ionesco cominciava a gigioneggiare nella stanza).
Avventore: “Aaah…ma chi t’ha detto che lo voglio bere? A me piace solo sentirne il profumo che lascia in casa, tutto qui”.
Il “vat a fè dè in te cul” che si nebulizzava tra le pareti del bar era quasi il fruscio di un sipario che si chiude sulla scena mentre il pubblico non sa bene se applaudire o meno, né come destreggiarsi su quel sottile confine tra idiozia e genio.
A proposito, la circostanza degli imbianchini non era stata citata a caso. Una notte, una barista ebbe davvero la malaugurata idea di confessare che il giorno seguente il tinello sarebbe stato totalmente ritinteggiato. E qualche minuto dopo l’annuncio gli avventori si dotarono di pennarello, e le pareti diventarono simili a quelle di una cella da manicomio non imbottita e il cui occupante, da uomo libero, fosse un artista ancora capace di spremere colori da qualche misteriosa fonte ignota ai guardiani. Fenomeno dagli esiti non descrivibili, dunque, neanche se io fossi Zeri, Bonito Oliva e Sgarbi reincarnati tutti in uno. Dovendo chiudere queste cronache, ricorderò l’unico frammento – ma un enorme frammento, a ben vedere – di cui le mie parole possano fornire una vaga idea. “Io andrò all’università bovina” era il proposito che campeggiava a caratteri cubitali da uniposca là dove poco prima aveva regnato un mobile pieno di cose nobili; nobili in modo stridente rispetto all’atmosfera così tragicamente degenerata: ad esempio un giradischi con un album di Richard Clayderman ancora sul piatto, che chissà se l’ultima volta aveva sfrigolato sotto la puntina tre quarti d’ora o trent’anni prima.
Sigla, se la volete.
https://www.youtube.com/watch?v=gfsgXJQ0ebU

Tromp l’oeil

(Le parole, anche se e anzi proprio perché sconosciute, piombano come gatti e lì resistono cocciute, senza rispetto, e allora non puoi che vezzeggiarle senza nemmeno poter sperare ti diventino amiche, anche solo per evitare che ti sfigurino a unghiate. Per questo, cioè per il fatto che ho adoperato concetti e termini di cui nulla so, confido nel perdono degli artisti. Ciao Svirgola!)

L’accidenti sospeso che si bea di penombra
e occhieggia lassù, perfido e consapevole, da un impreciso squarcio
fra il tuo primo e secondo piano, a darmi il buongiorno,
acchitterei il cervello a scuola d’arte, a galleria
e rapirei e vi assolderei un Daverio
solo per stabilire, una volta per tutte,
se è un’acquaforte o un tromp l’oeil.
Ma se poi indugio davanti al mistero, intatto
è perché altro non ci lega. E se non ti avrò mai,
almeno mi resti lui.