A14

Io non so dove finisca l’infanzia
ma so che un giorno, mentre la dilati ancora un po’ in mancanza di meglio,
nella pancia del mondo un ingranaggio
(uno solo ma il più stronzo di tutti
e letale come a proteggere il graal)
scatta e ti scopre capace di imparare,
se solo volessi oppure per disgrazia,
cosa c’è dietro “Emoscambio”, il premio che aspettavi
sul muraglione riarso, a colpi di rullo netti,
l’iniziale sbagliata solo a un occhio triste: esotica, invece
la sigma che da sola inquietava più dell’intera scritta
come il fruscio improvviso nel prato dei giochi,
o una nota che stravolge la sinfonia tutta
E intanto sempre uguali i fiori impazziti
di vento, tra le corsie
E sempre male si mangiava al “Carro”
E i viadotti, con te sopra, violentavano la roccia
con brutale, sinuosa, reiterata voluttà
per poi offrirti, in riparazione, la striscia di mare
abruzzese, lontana, di lato.
“Emoscambio” è lì stinta, ormai inerme
la vita me ne ha messo da parte i segreti,
saprei dove trovarli
potrei farli miei anche solo voltando lo sguardo
ma non basterebbe, non più, a fare me migliore.

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Dikembe

Andavamo pazzi per Paj Roberto. Gli consacravamo intere prime serate, usando la sua striscia televisiva su Telemare, dopo le interviste di Paolo Teti alle puttane sulla Romea, come l’antidoto definitivo alle amarezze del lunedì. Paj Roberto era un sedicente santone imbevuto di cultura mistica brasiliana: indossava una magliettona bianca, capiente sì ma non abbastanza da inglobare del tutto il suo addome batraciano; e prediceva il futuro scossando tra le mani una dozzina di gusci di conchiglia e gettandoli dentro una coroncina aperta a cerchio, sul tavolo a cui sedeva. In base alla caduta e successiva disposizione dei gusci, Paj Roberto era in grado di biascicare all’interlocutore telefonico l’esito vuoi dell’attività commerciale da intraprendere, vuoi della relazione sentimentale (clandestina o meno) da imbastire, vuoi dell’intervento chirurgico da affrontare: tanto, qualunque fosse l’argomento della chiamata, il colloquio si concludeva invariabilmente con un “mi venga a trovare” – “anche in galera, a portarmi le arance” aggiungevi, prima che sullo schermo apparisse anche Maj Virginia, che invece aveva il compito di agitare una sorta di scopettino per la polvere sopra le conchiglie sparse, in attesa di corroborare la previsione del Gran Maestro. Una sera i due conclusero la diretta bruscamente e molto prima del previsto senza addurre motivo alcuno; tu dicesti, in uno scatto di palpebre fisse al televisore e col guizzo del bomber silente: “Dev’essere arrivata la Finanza”, e io userei questo spicciolo spaccato familiare per illustrare l’assurdità dei meccanismi che muovono al riso, se mai se ne parlasse a qualche convegno.
Il vecchio decoder Telepiù ci schiudeva percorsi televisivi pioneristici per l’epoca: come l’emittente pugliese sulla quale andava in onda un telegiornale letto completamente in dialetto tarantino. Restare lì, ammaliati dalla cadenza forse già sentita in un filmato sui riti esoterici, senza poter cambiare canale, era il meno. L’impresa era approcciare la rubrica del meteo, chiamata “ ‘u timbe” (il tempo), sentirmi dire con la stessa imperturbabilità di cui sopra: “…dev’essere un parente di Dikembe Mutombo”, ed impedire a me stesso di chiedermi, in quella occasione come in altre: “Perché, perché non ho ereditato nemmeno un mezzo grammo del tuo dannatissimo genio? No dico: Dikembe Mutombo e tu che me lo nomini, e in che modo”.
Ma tante cose non ho ereditato, di te. Solo la fronte, e lo scatto che fa il malleolo sinistro se piego il piede all’interno. Ne sentivi il rumore e dicevi: “Ecco, ora sì che sei figlio a me”.

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A margine

Tornando in qua, sul treno, e precisamente su una delle poltrone a qualche metro da me nel lato sinistro del vagone, era seduto un tizio di cui potevo vedere con esattezza soltanto il braccio destro, essendo il resto del corpo nascosto dallo schienale. Era salito alla stazione dopo la mia, e nient’altro di lui mi aveva colpito, di sfuggita peraltro, se non la figura imponente, l’abito scuro e – quello doveva essere il tocco “latente” dell’artista, un po’ come nel caso di Allevi – le scarpe sportive. Trascorso giusto qualche secondo di viaggio ha tirato fuori dalla sua borsa alcuni spartiti, a cui ha dato una sommaria sistemata; poi lo status d’artista si è pienamente manifestato. Ancor prima che potessi fare in tempo a chiedermi da dove lui l’avesse tirata fuori, un incantesimo gli ha fatto apparire tra le dita della mano destra, quella che ero in grado di scorgere, una bacchetta; e sull’orecchio una cuffia enorme, di quelle sfoggiate oggi – se notate – dai calciatori di serie A quando ostentano sé stessi davanti alle telecamere, scendendo dal pullman tra due schiere di microfoni e camminando fino all’imbarco in aeroporto. Io nemmeno vedevo l’armamentario che lui aveva fatto partire: la mano che reggeva la bacchetta ha preso a muoversi con tutto il braccio a ritmo di quell’accidenti che passava in cuffia, ora lenta, ora veloce; ora in su, ora in giù; ora sinuosa a disegnare ellissi nel vuoto, ora decisa come a infilzare l’unico boccone da un piatto prima che lo facesse qualcun altro. Insomma, non so dire se il tizio fosse davvero un direttore d’orchestra o un musicista alle prese con comuni esercizi, certo è che non avrebbe potuto sfogare la sua gestualità se il treno fosse stato appena più pieno. Ho perfino pensato, approfittando dei sedili vuoti, di piazzarmi davanti a lui e godere meglio di uno spettacolo del genere, in particolare avrei voluto vedere come cambiava la faccia dell’uomo a seconda dei passaggi che “dirigeva”; ma il timore di essere invadente mi ha frenato. Restando quindi al mio posto, e fissando solo quel braccio in movimento perenne, si è rafforzata la consapevolezza che non ci sarà mai nessuno così paziente da illuminarmi su uno degli interrogativi stupidi della mia vita: con quali criteri scientifico-musicali, quando l’orchestra suona “da-dadàn!” piuttosto che “Po-popopom!”, il tizio sul podio muova sé stesso e la bacchetta così invece che cosà. Altrettanto ovvio, però, che nessuna spiegazione in merito, per quanto esauriente, possa sedurre come il caro vecchio mistero.

La pietra parlante di Fantaghirò

(Avvertenza preliminare: il titolo è “leggermente” fuorviante. Ma non mi è venuto in mente altro di meglio, data la banalità dell’argomento trattato).
Dunque no, stavolta non ci saremo neanche in cartolina. Dopo tre edizioni, di cui due immonde e una, la prossima, proprio mancata, stiamo mettendo a repentaglio l’esistenza di programmi tipo “Sfide”, che ormai campano solo delle urla di Tardelli e Grosso: una rendita a serio rischio di svalutazione. Poco male, direi.
Illo tempore, dopo l’Ucraina, decisi che era necessaria un’esperienza – almeno una! – di terza classe assieme al popolo, davanti al maxischermo montato alla vecchia darsena, dove si usava celebrare la visione collettiva della Nazionale prima che quell’immondizia di ruota panoramica prendesse il sopravvento sul molo. Non soffrii contro la Germania, perlomeno mi ero imposto di non farlo: non per questione di fiducia nella vittoria, ma perché avrei tranquillamente accettato di uscire contro i padroni di casa, che mi sembravano addirittura i più forti, proiettati alla vittoria del torneo. In verità trascorsi  il primo tempo sbranando con sguardi ravvicinatissimi e appena al di qua della decenza una pollastra teutonica, certo non tra le più belle mai avvistate in riviera, ma il clima internazionale e le DuDemon facevano il loro effetto. Lei cambiò posto dopo l’intervallo, e allora fui costretto a “ripiegare” sullo schermo, stentando a riconoscere i nostri in quegli esagitati in azzurro che – miracolo – non mettevano in atto nemmeno un secondo di catenaccio. Il resto è parte della storia, anche un’amica lì presente che dopo il gol di Del Piero sembrava non riuscire a smettere di urlare. Ma non si trattava di gioia: le si era inchiodata la mandibola.
Contro la Francia, invece. Durante la cerimonia pre-partita quasi non notai nemmeno il corpo di Shakira che, in movimento, a quel tempo trovavo fosse una delle cose per cui valesse la pena non dico vivere, ma andare a letto due minuti più tardi, quello sì. Era cambiato non solo il mio approccio all’evento ma anche il sentimento nei confronti degli avversari: se ho sempre avuto rispetto dei tedeschi nonostante l’amore-ma-non-stima che sentono per noi, adesso avrei disprezzato pure la meglio dama d’Oltralpe, anche se fosse stata lì accanto a pregarmi in ginocchio di concederle i pezzi che addosso a me sono poco pregiati (del resto trovarne, parti di me pregio-munite).
Alle otto e dieci, con quel rigore un po’ così, lo scenario mi appariva chiaro: ma sì, vogliono far finire la carriera in bellezza al marsigliese: e quel pallone caduto dietro la linea dopo aver baciato la traversa sembrava parte di un destino stronzo. Poi arrivò il terzo tempo con sorpresa di Materazzi, e allora: forse no, forse dobbiamo cercare di rubarla – ecco il verbo giusto visto il predominio gallico sul campo – e poi alla fine morire, non prima.
E’ appena il caso di precisare che dopo i supplementari non vidi più nulla, un po’ perché davanti a me si era materializzata una muraglia fatta di corpi ammassati l’uno sopra all’altro, un po’ per scelta. Non volevo andarmene, ma non avevo più cuore. Un’ipotetica foto scattata in quei minuti avrebbe immortalato una miriade di facce invasate e di occhi iniettati di sangue fissi verso l’infinito; unica eccezione, un imbecille che non ha vergogna di tenere le braccia dietro la schiena e lo sguardo a terra e forse ha scambiato il momento dei rigori con il minuto di raccoglimento: io. Decisi di confidare in silenzio, fino in fondo, nelle reazioni di quegli animali a cui avevo scelto di mischiarmi. Giusto così.
Quando “intuii” che Grosso alle 22.45 aveva fatto il dover suo, subito aggredii ciò che riuscivo a vedere del corpo di un armadio straniero – vai a capire di dove cazzo – impazzito di gioia: se per il resto del modo siamo parassiti, mafiosi e mammoni, l’antipatia per i francesi – giusta o meno che sia – spesso supera ogni bandiera. Centinaia di gole tutt’intorno suggellarono il momento ruggendo il riff malandrino di “Seven Nation Army” dei White Stripes, che dunque potrebbero riunirsi anche solo per chiederci una parte dei diritti e mettere così in ginocchio lo Stato italiano. Continuavo ad annaspare nel nulla: mi ero spinto là dove nemmeno la Garnier ha ancora osato sperimentando su me stesso uno shampoo agli estratti di luppolo (da non rifare). E mentre teneva banco nel delirio il pianoforte di “Uiardecempions”, mi sentii puntati addosso gli occhietti a fessura e acquosi di un ragazzotto il cui viso, letteralmente grondante lacrime, era stravolto al punto da ricordare a livello espressivo la pietra parlante di Fantaghirò, solo con una nota di allegria in più. Con tutta la gente che c’era, pareva proprio voler festeggiare con me: va be’, assecondiamolo. E invece lui, gettando la maschera, si avvicinò al mio orecchio e dichiarò: “Non ti arrabbiare, ti prego, sono troppo felice, non ti arrabbiare”. Io risposi: “?” e quello continuò: “La tua ragazza è bellissima, le ho solo detto di amarti, non te la prendere se l’ho stretta a me, scusa ancora”. Stavo già per farmi partire di bocca un improvvido “La mia ragazza? Mi pigli per il culo?” quando per fortuna incrociai  lo sguardo dell’amica di cui sopra, già offesa nella mandibola, che mi fece intendere, fulminea come una rasoiata: “non fiatare”. Capii in ritardo ma capii, e il tizio vide la sua sincerità premiata con un mio abbraccio e piccole frasi consolatorie. “Perché, amico mio, non sai quanti sono i coglioni della nostra specie”. Ma questo non glielo dissi. Certo però che essere usati per cotali nobili scopi, è sempre una soddisfazione.
Un paio di sere dopo, mi sintonizzai in TV sul baraccone di piazza preparato a Roma per accogliere il ritorno degli iridati. Pur tenendo il volume bassissimo, dopo un po’ ero talmente stordito dal macello che mi tornò in testa un poetico adagio del beneamato Roberto Antoni, che mi piace tantissimo ancora oggi: un sempreverde, ecco. E dunque: “Un eroe vero, ma vero per davvero, una volta fatto quello che fanno gli eroi, dovrebbe tornarsene a casa, e farsi i cazzi suoi”.
Insomma, per chiudere il cerchio aperto all’inizio: siamo così eroici che stavolta da casa non ci muoviamo.

Stoppid ‘tla piova

(maggio 2012)

“Pronto…pronto?!…non si sente nulla…”
Per un attimo mi sono sentito alle prese con uno di quei film in cui a un certo punto lo schermo è buio e una voce fuori campo chiama disperatamente un nome; poi si apre una fessura di immagini sfocate ma poco a poco sempre più nitide, fino a mostrare la faccia di colui o colei che prima invocava e adesso guarda sorridente in camera (il nostro punto di vista è quello del moribondo che riprende conoscenza). Ma stavolta solo io potevo sentire la voce fuori campo, che risuonava dagli auricolari del mio cellulare: “Sono la Francesca…sei tu?…”. Dopo aver scosso leggermente la testa, ho rivisto la poltrona su cui ero stravaccato, l’interno del vagone attorno a me e la notte dai finestrini, e ho articolato qualcosa come “Ciao zia…sì, sono io…accidenti, scusami…ho sbagliato numero, mi spiace averti disturbato a quest’ora…”. Erano le undici e mezza di sera, e in realtà non capivo come diamine fossi riuscito, fatto più unico che raro, a chiamare mia zia Francesca, turbandone la quiete domestica. Preso atto dell’errore, lei mi ha congedato rimproverandomi bonariamente per averla fatta così spaventare: pensava fosse successo qualcosa di brutto, accidenti a me; io, mentre cercavo di metterci una pezza, guardavo il quadrante del cellulare, pian piano ricostruendo l’accaduto. La botta di sonno era arrivata qualche minuto prima, mentre ero preso sia a mandare sms che a manovrare la sintonia della radio sul telefonino: scivolando in catalessi avevo continuato a premere lo stesso pulsante, sbagliato, visualizzando la rubrica e facendo partire una chiamata a casaccio: Francesca, appunto. Ma porca puttana. Salutandola, mi sono meglio adagiato sullo schienale: giusto il tempo di pensare che avevo avuto, e ignorato, una significativa avvisaglia pure all’inizio del viaggio. Stavano per finire le ultime due (decisive) partite della giornata, anzi serata, di campionato: ero appena salito sul regionale e con la memoria ero tornato a un afoso pomeriggio estivo in cui la squadra più titolata d’Italia si affacciava timida, bastonata e vergognosa nello stadiolo di una città di mare: l’esordio della Juventus retrocessa d’ufficio tra i cadetti. Tuttora non dimentico il popolo che passò la nottata accampato fuori dai cancelli per accaparrarsi un biglietto. Nel corso della partita, rimasta storica, al gol di un certo Paro seguì un pessimo disimpegno difensivo sulla tre-quarti juventina: Adrian Ricchiuti – furetto di Lanus, stessa patria di mister orecchino pignorato – ne approfittò, si impadronì del pallone e trottò fino all’area piccola, dove sganciò un diagonale che il portiere fresco campione del mondo non riuscì ad intercettare. Buffon, Nedved, Del Piero e altri pezzi da novanta, che avevano constatato come le strade di quella città fossero in uno stato indegno di un Paese civile, se ne andarono con uno striminzito uno-pari in saccoccia, e i tifosi piegarono le bandiere mormorando: “Due mesi fa festeggiavamo un campionato e ora non siam capaci di battere dei bagnini”. Io, al gol del pareggio, uscii dal locale dove trasmettevano la partita e presi a correre e ad urlare come nemmeno Tardelli nella finale contro la Germania…e ora, sul treno, non stavo semplicemente ricordando ma proprio sognando tutto questo, ronfando anche della grossa. L’Italia nel frattempo faceva festa e io cadevo preda del successivo rimbambimento e del disguido telefonico di cui sopra.
Ho riattaccato proprio mentre il treno entrava a strattoni nell’ultima stazione, la mia, quasi a mezzanotte: tempo di alzarsi e guadagnare l’uscita. Dopo aver oltrepassato una sottospecie di creatura mitologica metà turista metà balenottero spiaggiato, che se la dormiva disteso per terra a pancia in su all’ingresso della stazione, ho captato gli echi dei clacson provenienti delle macchine festanti in transito per il viale. Pioveva e l’aria era non solo fresca ma pure leggera, proprio come la mia camminata. Per nulla stanca, quest’ultima, finanche agile. Troppo, ho pensato una volta all’altezza delle rastrelliere per le biciclette. Così ho rallentato, rendendomi conto di essere effettivamente un po’ “spoglio”, oltre che leggero. Lo zaino. Porcaputtanalozaino, accidenti a me e al mio sonno di merda. Brusca inchiodata delle suole al terreno, seppure bagnato; i pensieri come scosse elettriche. Il treno da cui ero sceso moriva a Rimini, ok, torno indietro o no? Ma no deficiente, tu adesso non corri, VOLI indietro. Nuovo salto sopra quel che rimaneva dell’uomo-balenottero, discesa nel sottopassaggio a rotta di collo, e via sulla piattaforma 4, da dove ero venuto. Il convoglio era ancora sul binario; vai, che botta di culo. Mi sono fiondato a bordo, cercando di individuare il vagone dove mi trovavo fino a qualche minuto prima. Ne ho attraversato uno a caso, poi un altro, entrambi deserti; ma dello zaino nessuna traccia. Al momento di entrare nella terza carrozza, una mano ignota ma amorevole ha azionato l’interruttore generale facendo piombare il treno nel buio. D’impulso ho afferrato la maniglia rossa della porta e sono saltato giù, più che altro per la paura di restare bloccato a bordo e finire chissà dove: e infatti, due secondi dopo la mia discesa, ho visto il convoglio avviarsi in direzione sud. D’improvviso privo di giudizio, ho preso a sgranare il rosario più profano di cui disponevo, tale da impressionare un controllore di passaggio: “Che succede?”, mi ha chiesto. “Ho lasciato lo zaino là sopra”, ho risposto, alludendo al treno con un cenno della testa. “Ah, io non ti posso aiutare” ha aggiunto lui, in luogo di un ‘bravo coglione’ assolutamente più opportuno, “ma tieni conto che lo stanno ricoverando solo qualche metro più in giù…”. Il controllore ha avuto giusto il tempo di finire la frase, di me non era rimasta più di una nuvoletta di polvere: come nei cartoni animati del Road Runner, quando scappa e al Coyote imbambolato non resta che seguirne la scia. Il treno si muoveva verso Riccione e io a corrergli dietro sotto l’acqua battente, neanche lassù ci fosse il mio unico e ultimo bene su questa terra. Appena prima che finisse la piattaforma i vagoni si sono fermati, sempre bui e inaccessibili, e mi sono chiesto: bravo, e ora? E ora, un cristo che ha manovrato quest’ammasso di ferraglia fin qua esisterà pure.
Il macchinista è sceso dalla coda con l’ombrello spianato e di buon cammino verso il prossimo “ricovero”: non granché intenzionato, sembrava, a darmi udienza mentre gli esponevo la faccenda, seguendolo come un’ombra. Quando si è deciso ad aprire bocca, mi ha incoraggiato così: “Ah, no, ora non si può più salire, devi aspettare che gli inservienti vengano a pulire, non so quando…sinò non so cosa dirti…sempre che poi la tua roba non se la sia già presa qualcheduno…sinò puoi sempre guardare all’ufficio oggetti smarriti…o sinò, se nello zaino c’era qualcosa di prezioso, ti tocca fare denuncia alla Polfer…”. Sinò, sinò…la parola continuava a risuonarmi in testa: gradevole, in quel momento, come i denti del giudizio in “concerto” notturno, e sì che di solito mi mette allegria, trattandosi della storpiatura locale di “sennò”; ma adesso mi sapeva soltanto di amara beffa. Non c’era verso di fermare l’uomo, tantomeno di vederlo in faccia, forse mi credeva una specie di vagabondo il cui vero scopo fosse sostare in una carrozza non in uso per asciugarsi un po’ – così a un tratto ho smesso di seguirlo, e lui dev’essersene accorto perché non percepiva più lo scalpiccio dei miei passi sulla piattaforma zuppa. Solo allora si è girato, trovandosi davanti a un’altra scena di film mediocre in cui, mentre l’inquadratura si allontana, la comparsa è ferma sotto la pioggia a guardare per terra senza dir niente ma facendo intendere: va bene, è tutto inutile, però sto soffrendo, sai. Si è fermato per un momento, sempre sotto al suo ombrello, e mi ha scoccato addosso un sospiro. Nel buio, e dietro le mie lenti madide, mi è parso di vederlo attraversare il binario e salire a ricoverare altre carrozze, crescente il timore che non l’avrei più rivisto. Mi sono almeno riparato sotto alla tettoia, ripensando, nel frattempo, a come quello stesso pomeriggio avessi sentito parlare della ricorrente necessità di tornare indietro a prendere le cose che servono, e che magari per questo, credevo io, sembra si dimentichino  addirittura con una sorta di perverso piacere.
Non so dire esattamente dopo quanto tempo quei fischi alla pecoraia avessero squarciato la notte e raggiunto (certo, non subito, ché ce ne son voluti diversi) le mie orecchie: il macchinista mi era comparso alle spalle senza che nemmeno potessi comprendere come avesse fatto ad arrivare lì dall’altro capo della stazione, dove era diretto poco prima. Né capivo cosa volesse da me, visto che il suo atteggiamento era stato quello di chi ritiene di aver fatto abbondantemente il proprio dovere, per quel giorno. Poi ho visto che reggeva qualcosa di lercio tra le mani. Il tono volgeva al “paterno” ora, roba da non credere. “Era sulla carrozza numero quattro. La prossima volta stai più attento, sinò se lasci della roba lassù potresti non essere così fortunato da ritrovarla…”. Che avrei dovuto replicare? “Grazie, è la prima volta che mi capita, ti assicuro che non si ripeterà”? Beh, comunque era proprio così che mi sentivo, ridicolmente colpevole e idiota. Il briciolo di pudore che mi restava mi ha indotto a girare i tacchi dopo aver detto la prima parola, nulla più. Uscito di nuovo dalla stazione l’Italia era sempre in festa e la pioggia non dava tregua; ma in me ormai albergava la convinzione che non sarebbe bastata tutta la caffeina-teina-simpamina-taurina del mondo a evitarmi, prevenendole, situazioni come quelle. Tanto valeva convivermi.
Ah, volete sapere cosa c’era in quello zaino di tanto importante? Niente, proprio niente. Ma mi tirava il culo, ecco.

Macanno

Non lo nego, mi sono sentito come Francesco Nuti in uno dei suoi primi film da “solista” dopo la carriera nei Giancattivi; quello in cui, dopo una giornata intera di stralunatissime peripezie, si ritrova di notte in un bar aperto solo per lui, a sproloquiare attorno alla quiete nel frattempo calata sulla scena: “Mmmmadonna, che silenzio c’è stasera….c’è un silenzio che uno non dice ‘Madonna che silenzio c’è stasera’, no, dice ‘Mmmmmmadonna che silenzio c’è stasera’….metti che ci fosse un indiano seduto qui, anche lui direbbe: ‘Mmmmmmadonna che silenzio c’è stasera’….” e via farneticando, il tutto prima di lanciarsi nella disputa su come debba essere completato il detto “chi tace…” con il barista (il grande Novello Novelli), che nel frattempo gli spazza attorno e altro non desidera che l’ultimo avventore si tolga dai maroni (“Chi tace acconsente!” “No, chi tace sta zitto!” – scambio che si prolunga fin oltre la chiusura della serranda).
A dire la verità mi è tornata in testa anche l’inizio di una delle brevi prose lasciate da Kafka (poi sono andato a controllare, è “La Gita in Montagna”): “ ‘Non so’, esclamai senza suono, ‘non lo so. Se non viene nessuno, vorrà dire che non viene nessuno. Non ho fatto niente di male a nessuno, nessuno mi ha fatto niente di male, ma nessuno vuole aiutarmi”.
Tutt’al più potevo essere capitato anche nella copertina di “In Through The Outdoor” dei Led Zeppelin, non fosse stato per la sfavillante luce del mattino.
E’ che in quel bar dove mi trovavo non c’era davvero nessuno-nessuno. E’ nell’ultimo tratto di Via Macanno, quello che dà sulla statale (quindi a contatto con un traffico quasi insostenibile), tra il Centro di Liquidazione Danni di una famoserrimo colosso assicurativo e l’Agenzia delle Entrate: un cristo doveva pur esserci. E invece no. Stavo sbrigando le mie quisquilie mattutine extra-ufficio: in particolare, avevo da poco finito di contrattare per un sinistro, combattendo tra la soglia di una franchigia e una perizia che non ti è mai del tutto favorevole. Prima di affrontare il resto, avevo deciso di concedermi un cappuccino seduto lì dentro, guardando tutto e niente. Il traffico sulla Statale c’era ancora, ma non faceva rumore: se avessi tenuto la testa sempre china avrei giurato che le auto si fossero trasferite di colpo su Marte. La moracciona dietro al registratore di cassa si affaccendava con movimenti impercettibili dentro alla felpa della Billa-Bong, lei tranquillissima nonostante i capelli crespi sparati in tutte le direzioni. Era come vivere un fermo immagine, impressione accentuata dalla miracolosa colonna sonora diffusa dalle casse, la voce di Eddie Vedder sopra un ukulele e nient’altro: ci ha costruito un intero album, se non sbaglio.
Possono venirti in mente tante cose, in frangenti come questi. Nulla di tremendamente esistenziale, ma un paio di pensieri puntuti sulla tua condizione forse sì. Il giorno precedente avevi fatto un salto in libreria, i tragitti verso la quale ormai sono naturali quasi come quelli dal letto al cesso e viceversa, alle due del mattino, quando neanche ti scappa da pisciare epperò non riesci a dormire e qualcosa bisogna pur fare. Avevi acchiappato e aperto a caso due-libri-due: il primo è quello scritto da Marco Presta, “Un calcio in bocca fa miracoli”, e la prima riga captata recita più o meno così: “Che stupido: aspettarsi una reazione umana da un avvocato”. Hai riposto il volume e agguantato “Zia Antonia sapeva di menta”, di Andrea Vitali, riveritissimo dalla critica. Altra apertura, altro passo balzato all’occhio: “….Non si era mai imbattuto negli avvocati, ma aveva l’impressione che fossero personaggi da cui tenersi alla larga: del resto, la sola idea di entrare e trovarsi in uno studio legale gli dava una stretta alla bocca dello stomaco…”. Chiudendo il libro ti eri detto: “Va be’, facciamo che non è il pomeriggio più ispirato”. E uscendo avevi mormorato: “Del resto, posso dargli torto?”.
Pagato il cappuccino, ho infilato il sentiero per l’Agenzia delle Entrate. “Perché quegli ‘F23’ e ‘F24’, che non sono né missili né coordinate di una battaglia navale abnorme, non si consegneranno certo da soli, caro mio”.
Iors fèizfulli.

 

L’appiglio che resta

Ovvero un doveroso, indegno omaggio ai sublimi inventori del titolo di queste pagine di contro strazianti, nel senso letterale dello strazio.

Qualcuno ha scritto che il martedì è il giorno più stupido della settimana, e magari proprio di martedì (per la precisione nella parte di notte che lo separa dal mercoledì) può capitare di pensare: a) che l’unica cosa a cui aggrapparsi è un finale di film dei Monty Python; b) a quanto sarebbe bello se in televisione passassero film dei Monty Python, qualche volta. Chi obietta che basterebbe scaricarli clandestinamente da Internet, o comprarne i DVD, forse mira a risolvere il problema, ma di certo non arriva al nocciolo della questione. L’umorismo dei Monty Python può non piacere, o sembrare tremendamente fuori luogo in Italia o fuori dal tempo in generale: ma cosa costerà mai dedicargli un minimo di spazio, anche solo sulla TV satellitare, rubando perfino – arrivo a dire – qualche ora all’ennesima replica della puntata dei Simpson sulla monorotaia, o ad altre che ormai sappiamo a memoria?
Le volte che sono riusciti a strappare pezzi di palinsesto, le conservo gelosamente in VHS sul cui buon funzionamento ormai non mi sentirei di giurare. Anni fa, su Italia 1 (credo fosse di lunedì a mezzanotte dopo i migliori “Mai dire Gol” di sempre, nell’annata in cui Simona Ventura era ancora rimirabile ad incisivi conficcati nel labbro) programmarono le prime stagioni di “The Monty Python Flying Circus”, sequenze di scenette assurde e inframmezzate dai disegni animati di quel pazzo visionario di Terry Gilliam. Sullo stesso meccanismo si basavano “E ora qualcosa di completamente diverso” e il fulminante “Il senso della vita”. E se mai nessuno si è sognato di dedicare una serata al loro “Sacro Graal”, fu un vero e proprio evento il passaggio, stavolta su RaiTre, di “Brian di Nazareth” (sciagurato adattamento di “Life of Brian”), film che non lesina sberleffi al cristianesimo e quindi doppiamente apprezzabile. Tralasciando scene madri come quelle di Marco Pisellonio e le varie peripezie del protagonista, arrivo direttamente agli ultimi minuti, in cui quest’ultimo finisce su una croce al pari di altri disgraziati. Dopo due o tre irruzioni solo in apparenza salvifiche, tra cui quelle della madre megera (quasi contenta di vederlo lassù a prendere il fresco), dei suoi ex compagni di lotta politica anti-romana (che altro non sanno fare se non votare una mozione urgente per cantargli “perchè è un bravo ragazzo”), e del fronte popolare giudaico (i cui componenti dopo pochi secondi fanno harakiri), Brian capisce che tutti l’hanno abbandonato e nessuno ha la minima intenzione di salvarlo. Allora interviene, accanto a lui, un compagno di sventura. Così.

E se approcciarlo da ottimo motivetto per fischiettare sotto la doccia, o – in alternativa – da uno dei sottofondi più richiesti per le cerimonie funebri (come appurato), a voi la scelta.
“…Ricorda che l’ultima risata è su di te”.