Maledetto d’un gatto

Lo avevo trascurato per tanto, troppo tempo: così sono tornato nel centro sociale in periferia dove doveva esibirsi seppure il repertorio di quella sera gliel’avessi già visto e sentito recitare.
Anche se nella realtà quotidiana è anche giullare, clown, giocoliere, sputafuoco, artista di strada, fine dicitore e altre belle cose, sul suo profilo “sociale” figura semplicemente come “attore”, forse perché la parola è in grado di racchiudere tutto quanto sopra, chi lo sa. Quando lo conobbi, Checco aveva l’età dell’innocenza, quel nomignolo rasato a caratteri cubitali greci (kappa-eta accentata-kappa-kappa-omega, anticipando di gran lunga il cantante dei Modà) dietro la nuca, un sottile ciuffo decolorato che da quest’ultima gli andava a finire in mezzo a scapole quasi attaccate l’una all’altra, l’aria stralunata e macilenta di chi la carne non voleva vederla nemmeno in cartolina. Al primo impatto bastarono queste caratteristiche per indurci a riempirlo sistematicamente di botte, s’intende quelle date allegramente nelle ammucchiate da campeggio; lui peraltro aveva già l’ossatura per ribellarsi ma era anche un apostolo della nonviolenza verso ogni creatura, anche la più meschina: lo notai perfino lasciarsi pungere dalle zanzare senza battere ciglio, ma per molto tempo tenni la cosa per me perché non volevo vedere mortificata la sua reputazione, oltre che il suo fisico. Non nasconderò invece che si divertiva a tifare contro l’Italia per partito preso nelle manifestazioni calcistiche, soprattutto quando si giocava contro compagini africane, e che non provò alcunché al suo esordio più o meno ufficiale (nientemeno che lo squillante tre a zero alla Spal di Donigaglia, roba da trasecolare al solo ricordo) sugli spalti del Rimini, di cui ora incarna il tifoso inguaribilmente ottimista, di quelli che se la squadra sbaraglia il campionato ma inutilmente perché si sa già che non ci sono i soldi per iscriversi alla serie superiore e bisogna ricominciare da capo, embe’, pazienza, “basta che tu esista”.
Forse lo avete visto nel film “Radiofreccia” di Ligabue: vi appare nella sequenza dei provini radiofonici, è colui che afferma – cuffia sull’orecchio e validamente spalleggiato dal fratello, suo fratello vero – che la “musica deve averci le palle”. Potrei dire di essermelo goduto al meglio sulle tavole di quel centro sociale (Campanile recitato in solitaria, incluse le tragedie in due battute) e dei circoli culturali cittadini; potrei dirlo e non sarebbe vero.
L’eccellenza l’aveva infatti raggiunta durante la suddetta età dell’innocenza, in un campeggio scolastico in Puglia cui partecipavo in veste di alunno ormai al congedo. Irruppe in camerata uno dei preti accompagnatori gridando: prepariamo un letto, si è fatto male Checco. In effetti, in quei giorni, Checco si divertiva spesso a camminare su e giù, con un’abilità felina fuori del comune, sul bordo della balconata del casermone che ci ospitava: due piani, ma abbastanza per sfracellarsi. Io avevo assistito di sfuggita pensando che non sarebbe mai e poi mai caduto neanche a spingerlo, e anzi: più gli astanti gli gridavano di smetterla, per carità di dio, in pena non tanto per l’integrità fisica di lui quanto per le proprie palpitazioni, più lui faceva l’asino circense. Stupefacente. Poi quell’irruzione e un nuovo distinto pensiero, di segno diametralmente opposto: ecco, così lo stronzetto impara. Fu fatto distendere in camerata questa specie di giunco sgraziato, le gambe sporche di rivoli di sangue già rinsecchito, la testa fasciata alla bell’e meglio compresa la mandibola, che sembrava gli fosse rimasta attaccata per un lembo a giudicare dai lamenti con cui il malconcio ci straziava le orecchie. Io ero, con altri, spettatore imbambolato: riuscivano a scuotermi solo una ragazza, che mi abbracciava emettendo singulti la cui autenticità era però minata da un angolo di bocca un po’ piegato all’insù, e le sparate di un altro dei nostri che urlava all’indirizzo del malconcio: “ma lasciatelo perdere, non avete visto che coglione? Se l’è meritato, io l’ambulanza non la chiamerei” e altre carinerie assortite, cui devo aver reagito a mia volta in maniera non troppo urbana. Dopo ulteriori scene degne dei medici in prima linea, il prete ordinò a me ed altri di trasportare Checco con tutto il letto sul ciglio della strada, così che l’ambulanza in arrivo potesse caricarlo senza difficoltà. Così facemmo, e ovviamente non arrivò alcuna ambulanza e il presunto moribondo balzò in piedi come nemmeno Lazzaro dal sepolcro spernacchiando gaio e compagnone me e le altre vittime (altrettanto facevano i complici: la ragazza – “ma non ti accorgervi che ridevo?” – e l’altro tizio – “cazzo, a un certo punto ho temuto che mi menassi sul serio!”), leccandosi via di dosso il sanguefinto, maledetto d’un gatto che non era altro.
Mi piace ricordarlo anche in “Non pensarci”, versione per la TV dell’omonimo lungometraggio sempre con Mastandrea – dolente e pindullo, dicono le mie gocce di sangue emiliano – e il prode peso massimo Battiston. Interpreta Franco, il soldato di guardia non si sa bene a che cosa, che non si muove mai dalla garitta e si esprime unicamente a urli spesso improvvisi e perciò alla fine si becca un risoluto “Hai rotto il cazzo!” da Mastandrea stesso. Un onore, direi. Follemente disciplinato Checco, come al solito.
Dicevo: non era la prima volta, un paio di domeniche or sono, che assistevo ai suoi Campanile e Queneau; tuttavia era proprio quello il motivo che mi ci spingeva di nuovo. Nel repertorio, tempo fa, mi colpì l’adattamento di “Due vasi di Ortensie”, una novella del Sor Achille in cui un uomo dalla fedina penale immacolata viene fermato in commissariato per aver rubato nottetempo due vasi di piante da un elegante caffè all’aperto. In breve si scopre quale deviazione abbia animato il furto: davanti a quel bar l’uomo passava di domenica con sua moglie, che chiedeva sempre di sedersi lì per prendere un gelato circondati dalle ortensie piantate tutt’attorno; e altrettante volte lui le negava quel piacere, portandola in luoghi meno belli ma più economici e con un gelato anche migliore, a suo dire. Ovviamente non era questione di bontà del prodotto: quel locale rappresentava per lei l’unica idea di bello a cui potesse aspirare, di piccola elevazione da una vita di sacrifici dalla quale evadere, seppur momentaneamente, assieme a chi amava. Ma l’uomo se ne rende conto tardi, in preda alla solitudine e al rimorso: infatti i due vasi di ortensie rubati dal caffè erano destinati alla tomba della donna, per una tardiva riparazione. La rivelazione è introdotta dalla battuta “Signor Commissario, lei non sa che cosa terribile sia il pomeriggio della domenica”. La prima volta che la sentii da Checco, un lustro fa, i miei sensi furono ovattati dallo stesso indefinibile straniamento che coglie mezzo secondo prima che il sole venga oscurato da una nuvola passeggera. Ora no. Quelle parole mi sono cadute addosso come un sipario, da cui a ben vedere non volevo fuggire né divincolarmi: avevo messo in conto di piangere, e puntualmente è successo. A fine spettacolo sono andato ad abbracciare il gatto malefico e a raccogliere un grazie (il suo a me!) per aver condiviso quell’emozione che mi si leggeva ancora in volto; di più: lui sapeva che a quella novella le mie ciglia non sarebbero rimaste asciutte; le aveva viste, anzi, pur nel buio della sala; come io avevo reagito in modo differente, così lui aveva recitato con un’altra parte di sè, una parte in più.
Mi sono congedato banalmente, strappandogli la promessa di passare prima o poi una mezza serata con noi altri, i suoi vecchi “picchiatori”. Se mai la rispetterà, di sicuro ci farà notare, come già accaduto, che le nostre teste sono giulive allo stesso modo di venticinque anni fa. Affermazione un po’ “pretesca”, questa: ma a lui – proprio perché prete non è – la perdono più che volentieri.

Sportello anti offesa

(Pubblico quanto segue ben consapevole che solo Fellini era legittimato a parlare dei suoi sogni in tutta tranquillità, perdipiù guadagnandoci applausi, fama e soldi).

L’altra notte ho sognato Girolamo Cardillo. Si chiamava proprio così, e viveva nella Napoli degli anni Settanta. L’ho visto, questo rude omone di cinquant’anni circa, nel pieno della sua attività di commerciante d’ortofrutta. Aveva la carnagione scura, i lineamenti da totem che parevano istoriati da un esperto cesellatore sudamericano, le labbra carnose, i capelli attaccati quasi a metà fronte. Ho assistito alle sue fatiche, le centinaia di casse di sammarzano, peperoni e melanzane caricate sul furgone in tanti anni di lavoro; le traversate continue da mercato a mercato e in quelle strade che noialtri – muniti di povera e distorta immaginazione – non possiamo proprio fare a meno di figurarci strette, coi panni stesi da un palazzo all’altro, brulicanti di creature scalze e feroci che ballano su una montagna di scorze di melone o sulla sella di un motorino truccato, per poi filare a rotta di collo chissà dove. Poi l’ho visto, Girolamo, tornare a casa sua: appiccicate alla porta c’erano quattro foto raffiguranti – nell’ordine – Sant’Antonio, San Gennaro, un ciuccio mascotte calcistica e Bruno Pesaola, chè l’avvento di Sua Santità da Lanus deve ancora compiersi. Ha baciato prima la moglie più larga che alta, con in mano la tazzulella ‘e cafè schianta coronarie, poi i sette figlioli; e scusate di nuovo tutta questa orrida massa di stereotipi, ma i sogni sono sogni, non ci si può far niente.
A un certo punto Girolamo si è appartato in una stanzuccia tutta sua e si è seduto ad una scrivania prendendo carta e penna, l’aria visibilmente corrucciata. Ho avuto giusto il tempo di vederlo poggiare la punta della biro sul foglio, poi un sofisticato fermimmagine ha interrotto bruscamente il sogno. E’ passato qualche secondo: macchè, impossibile andare avanti. Non mi è rimasto che aprire gli occhi, ma ho comunque percepito la risata con cui Girolamo ha accompagnato il mio risveglio. Come se mi volesse dire: e mmo’?
Cosa avrei dovuto fare, da bravo pagliaccio italiano quale pur sempre sono? Probabilmente ricavare da tutto questo dei numeri da giocare al lotto. Invece ho accettato quella che mi era parsa una sfida: e anche considerato che di solito se sollevo mezza palpebra non riesco più a restare a letto, ho intrapreso un massacro di carte (come li chiama Garcia Marquez), di quelli che ogni tanto occorre perpetrare per tenere l’essenziale ed eliminare il superfluo nel proprio studio, constatando alla fine di aver ottenuto il risultato esattamente opposto. Ecco cos’è saltato fuori: ricevute di pagamento delle tasse universitarie, una certificazione medica attestante l’appartenenza del sottoscritto al gruppo sanguigno 0+, biglietti di concerti e partite di calcio (con ogni conseguente ricordo di vicende legate a ciascuno), testi di versioni tradotte a scuola, perfino fotocopie di foto (ma sì!) della comitiva di chissà quale campeggio (com’era verde la mia valle), rinvii di un servizio militare che mai avrei svolto e, dulcis in fundo, una lettera scherzo con sopra il marchio dell’Agenzia delle Entrate che un amico mi mandò per ricordarmi che gli dovevo tot soldi. Solo alla fine è riemerso dal cumulo di cartaccia un foglio ingiallito e spiegazzato, regalo di un finanziere ai miei genitori tempo addietro. Ho dato un’occhiata alla calligrafia infantile, incapace di andare dritta, e alle righe composte di non più di quattro parole, scritte larghe larghe. Mi ci sono tuffato, riempiendomi la bocca e la testa di quella prosa terribilmente “vera”. L’avevo trovato. Il mio sogno si era fermato proprio lì.

Centilisima compagnia di a sicurazione Colombo,
In tata 27.07.71 il mio forcone tarcate NA 117*** mentre scindeva Via Cupa Santa Maria Del Pianto si storgellava improvisamente e si inficava con il musso sotto il musso ti unaltra machina che stava fermato per i cazzi suoi.
Il patrone tella machina è andato in cattivanza e antava truvanno scè scè. (*)
Tico io stesso: se la sicurazione è in forza perchè il patrone della machina non si è aquietato e andava truvanno scè scè?
Una risposta ci sarebbo, il signore tice che voi tella Colombo fato schife e che non pacate a nisciuno neanche a Cesù Griste. Pirciò quanto la mia poliza si sfiata io mi a sicuro con unaltra sicurazione che paca subito e non fa pertere o’ tempo e ca nun va truvanno paglia per cento cavalli.
Con la aucurio che lavocato del signore che cercava scè scè non mi manta a citazione, vi esequio.
Vostro Aff.mo
Girolamo Cardillo

(*) cercava rogne, litigi.

Mi rendo conto solo ora che rischio di incorrere nelle ire del sindaco De Magistris, e dunque di beccarmi una querela. Non credo che questo neoistituito sportello anti offesa possa interferire con i sogni; ma pazienza. Cercherò di mangiare e bere un po’ meno prima di coricarmi.
Grazie comunque, Girolamo.

M. (un frammento)

(Si tratterebbe di un baluginio residuo e tardivo, ma tant’è).

Ci si andava perché te lo proponeva l’amico pataca, quello tradizionalmente più incontenibile, irrecuperabile, ma anche imperscrutabile tra tutti: ”Andiam nel pub di M.” esortava una sera in mezzo alla settimana, ché di venerdì e sabato si cercava tutti di avere di meglio da fare.
(N.B.: quella lettera puntata in realtà prelude a un soprannome che non mi azzardo a scrivere per intero perché comunque non vivo a Rio de Janeiro o a Città del Messico. Sono un buffone? Ebbene sì, buffonissimo).
“L’idea non mi convince” si rispondeva la prima volta, appurato che l’omonimo negozio di home-video giù in città non c’entrava nulla: ”Mica mi porterai in un posto di froci?”. “No”, era la replica: ”E’ il posto di UN frocio. Gestito da lui. Dai, vieni, non c’è nulla di cui preoccuparsi, poi ti devo parlare di una cosa delicata e non conosco un posto più tranquillo”. E ci si andava dunque perché l’estensore dell’invito sarà stato irrimediabilmente pataca, ma anche vittima di cronici attacchi di malinconia sentimentale. Così si finiva là per una mera questione di fiducia amicale, e inoltre la riservatezza era davvero garantita – il pub di M. pareva proprio essere frequentato dai classici quattro gatti, e nemmeno tutti assieme. “Però attenzione” era l’ultimo avvertimento, ”non azzardarti a chiamarlo M. là dentro: è il suo nome d’arte”. Quale arte? Lasciamo perdere.
Da M. ci si arrivava in due su un booster (come in uso alla beata gioventù scapestrata), facendo un buon tratto di lungomare contromano perché l’amico pataca che scarrozzava si era già scolato tre pinte di birra rossa per i fatti suoi. Si trattava né più né meno di un buco di pub con le panche di legno, di fronte a una delle più grandi sale giochi della zona; certo, era l’epoca in cui queste ultime pullulavano ancora e solo di videogames, mica di videopoker e mangiasoldi di natura varia. M. salutava: un omone con i capelli castani lunghi e gli occhi azzurri: a dispetto della corporatura, non un mostro di virilità. Ci si guardava attorno, e in effetti non si trovava nulla di strano o deviato: il cameriere era un nipote dello stesso M., occhialuto, dall’aria compita e regolarissima. Certo, poi ci s’imbatteva nel tono di voce e nelle movenze del gestore, e di botto cadevano le braccia.
M. prendeva le ordinazioni, magari adocchiava addosso a qualche altro cliente una t-shirt sgargiante a rievocare paradisi esotici, e domandava garrulo: oh, sei davvero stato in Florida? non riuscendo così a distinguere un souvenir autentico da una semplice maglietta del mercato. Arrivata la birra, l’amico di solito tanto ridanciano sfogava del tutto l’amarezza: non ne posso più, c’è una ragazza che mi fa morire, lei però non mi considera, mi sento bloccato, non so che fare. L’interlocutore, messo alle strette, era tentato di replicare qualcosa come: “…E tu mi ha portato qui per raccontarmi queste idiozie da scolaretti?”, ma per quieto vivere farfugliava che insomma, alla fine a nessuno è vietato buttarsi e provarci, nella vita. Ma il dialogo non portava a nulla. L’amico si passava una mano sugli occhi e, lasciata a metà l’odiosa Murphy, riconosceva che l’alcol non era in grado di lenire i dolori del cuore. Dopo tre pinte e mezzo di birra, se ne accorgeva. Bravo pataca.
M., da lontano, captava tutto. Arrivava con passo felpato e si aggregava, l’aria premurosa. L’amico si scuoteva un po’, cambiava faccia, gli chiedeva: allora, come ti va? E M., dopo il bene di circostanza, riferiva di un paio di sue avventurette e travestimenti con tanto di reggicalze e tacchi a spillo; robe pietose, non si poteva che abbozzare. Eppure, non lo fregavi. All’improvviso diceva al sofferente: non me la racconti giusta, spiegami cos’hai.  Quello allora si decideva a vuotare il sacco una seconda volta, ma non riuscendo a compiutamente esprimere il “dramma” personale. M., infatti, ascoltava roteando la lingua sulle labbra; l’amico pataca (pentito) continuava il discorso, ridacchiando ogni cinque o sei parole, ma la solennità era ormai andata a farsi friggere.
M., sentita la storia, scuoteva la testa; ormai era troppo tardi per porgli freno. Diceva: ”No, non ci siamo. Mi fai parlare coi tuoi? Devo chiedergli se posso farti da tutore, così non va”. L’amico rabbrividiva alla sola idea, ma M. aveva preso la ruzzola. “Ascolta, io conosco un rito d’amore per convincere quella ragazza. Ti interessa? Bene. Però…” e qui diventava furtivo “…però mi devi portare due paia di tuoi indumenti intimi. Usati, s’intende.”. Al che, sorpassati i limiti dell’umana decenza, l’amico firmava la propria resa. Certo, come no, il rito. Inutile opporsi con un “ti ringrazio, lascia stare, non fa nulla”, magari sperando di arrestare il flusso delle susseguenti porcate. M. continuava a sibilare irriferibili puttanate a fior di labbra; l’amico pataca guardava la bottiglia e se la rigirava tra le mani, all’apice dell’imbarazzo. Però ridacchiava, di nuovo. E al cantinero, che aveva già raggiunto il suo scopo, probabilmente importava solo questo.

….Uh, siete ancora lì?
Grazie per l’attenzione, siete fantastici!

Resa in partenza

Avrei voluto – perché non anch’io? ingrossare le fila
dei condannati a scontarti come pena,
che per te, sorridendo, non tanto annullano
ma ingoiano e digeriscono sé stessi, crudi
fin nel punto più profondo, un boccone via l’altro.
Ma tu non mi aiuti; e più che illecito è inutile guardarti
(figuriamoci parlarti), i tuoi sensi
captano solo il sublime
e se in disparte ti pensassi, misero mezzuccio!
te ne accorgeresti: ti troverei nel buio
delle palpebre abbassate,
scuoteresti la testa e chiederesti
chi sto prendendo in giro: solo me (poco male)
o anche te (dio ne scampi).
Non puoi almeno far finta di distrarti,
di lasciare un momento incustodito
il tuo nome? Concedimelo, se non in comodato,
in locazione agevolata
e nemmeno tutto intero, ne bastano due sillabe
quelle a cui meno tieni, o irte di “i”
Mi ci assesterei come Snoopy sulla cuccia,
sentirei tra scapole e vertebre quei puntini,
chiuderei ancora gli occhi e in silenzio spererei
che tutto andasse per il meglio, giuro non altro.
O anche questo implica disporre oltre misura
di te (e dunque un’altra resa in partenza),
ciliegio spinoso, amara vitamina?

Baluginii – 3. Big O

(Ultima parte, in cui me la canto e me la suono facendo squittire le suole sul parquet dei ricordi. “Avete stati avvertiti”; se volete, passate pure oltre).

I più affezionati cultori dei Simpson sanno riconoscere certe puntate già dai primissimi secondi: io non ne sarei capace, ma so che l’episodio in cui Homer perde la fede e passa le sue domeniche in casa ballando in mutande e calzettoni, parodiando dunque il Tom Cruise di ‘Risky Business’, inizia in un modo per me adorabile: il bislacco capofamiglia sogna di essere tornato feto, dorme beato, si sveglia proclamando “Ah, un altro meraviglioso giorno nell’utero” per poi in quest’ultimo volteggiare giulivo, al ritmo del Bel Danubio Blu, ed esserne estratto d’improvviso, con tutto il cordone perché insomma, si è fatta ora di uscire. Il piccolo Homer piange disperato, si aggrappa alle pareti della sua vecchia casetta, ma non c’è niente da fare: dovrà abbandonarla al pari delle coperte in cui si risveglia avvoltolato, ma da adulto, e da cui Marge lo strappa perché incombe la messa.
Solo di recente ho compreso non tanto quanto facesse ridere, ma quale fosse l’impatto di un incipit come quello. Nel settembre del 1995, ripensandoci, ce n’erano di analogie, tra me e l’Homer-feto di quella puntata. Ero ancora intriso dell’atmosfera post-maturità quando i reduci si abbracciano in disparte, spettinati, gli abiti della festa un po’ sfatti, e dicono: “OK, è finita, ma noi faremo in modo di farla durare per sempre, vero ragazzi?”…ma non avevo nemmeno pensato che presto, attorno, dei “ragazzi” non ci sarebbe stata più traccia. Eppure le condizioni mi sembrava ci fossero, soprattutto a livello di felicità sportiva: per quanto mi riguarda, allora, la sola, vera felicità possibile – legata a un certo qual sport, ovvio, su cui vi tedio spesso e mortalmente. Nel 1995 ero un vincente, e non era possibile che non lo fossi, giusto per ballare sulla tomba di Parmenide. Ero reduce da tre stagioni scudettate consecutive e al suon di fanfara: la prima senza storia, contro la Treviso di Skansi che nell’ultima gara non si alzò dalla panchina nemmeno per i time-out; la seconda più combattuta contro Pesaro, ritmata dai cazzotti tra McCloud e Coldebella; la terza di nuovo squillante, contro la prima Benetton di D’Antoni. In quest’ultimo confronto, non essendo la vittoria mai in discussione, potevo addirittura guardare la squadra avversaria senza il sangue agli occhi. Vi militavano “Ricio” Ragazzi, Pittis, Iacopini, Rusconi (prima di andare a farsi deridere oltre oceano), il mio adorato e fulgidissimo Petar Naumoski, l’unico che lottò davvero fino alla fine. Ma, pur nel bel mezzo dell’agone, cercavo di riservare un po’ di attenzione al fatto che militasse per Treviso anche Big O: Orlando Woolridge. L’avevo ammirato anni prima nelle telecronache NBA di Peterson, quando imparai che in America si poteva non solo vestire una canotta con il numero zero, ma anche, e nonostante questo, primeggiare. Oddio, di squadre Big O ne aveva girate un mucchio; nei Lakers Anni 80 non poteva che splendere della luce riflessa degli altri in quintetto base, magari prendendosi, di tanto in tanto, dei sonori accidenti da costoro. Restava il fatto che per una squadra italiana, Big O era un pezzettone da novanta. Nel 1994/1995 aveva scelto di svernare nella rampante Treviso, ed era proprio come me lo ricordavo: occhiali protettivi sempre addosso, legati con dei laccetti assurdamente lunghi che gli ballonzolavano dietro la nuca; braccia interminabili, movenze snodate, un ballerino solo a tratti efficace. In quella finalissima di campionato non me lo ricordo per le giocate, ma per lo scazzetto che ebbe con Joe Binion, al Pala Azzarita: nell’occasione, erano a bordocampo, si tolse gli occhiali – fatto più unico che raro – assunse una posa teatrale da smargiasso, un qualcosa tipo una spalla più su e l’altra più giù, a pugni chiusi; e arricciò più volte l’indice in direzione di Joe, chiaramente intendendo: vieni, caro, ti aspetto qui per appianare questa lieve bagattella tra noi insorta. Nulla accadde, suonò l’ultima sirena e l’altra squadra vinse il tredicesimo scudetto della sua storia facendo di me un ometto felice.
Nello stesso settembre di quell’anno, dunque dopo la molto cosiddetta maturità e all’alba della vita universitaria, dormivo ancora nel mio utero, sempre pensando a come far continuare il mio party personale. C’era solo una cosa più bella di una squadra vincente, vincente come la mia, intendo: una squadra scontatamente destinata alla riconferma, e io credevo fermamente potesse andare così, non mi pareva potesse essere altrimenti. Ne ero così convinto da arrivare a considerare la questione da un altro aspetto, sempre gioioso ma in maniera più “sportiva”. Era alle porte una partita che sul piano della posta contava relativamente, essendo in ballo la Supercoppa, ma si affrontavano pur sempre le due migliori squadre del basket italiano: di nuovo Bologna e Treviso, una sorta di rivincita in tono minore. Gli organici, poi, erano se possibile migliorati: Treviso, tralasciando per un momento il vituperato soldatino Davide Bonora (altro mio astro e comunque per me uno degli ultimi veri playmaker), aveva assoldato il centro Zeljko Rebraca e il Reverendo Henry Williams. Dall’altra parte, il vuoto lasciato da Danilovic era stato colmato dal croato Arjan Komazec, e sinceramente, vedendolo tra i nostri, avevo pensato che fosse l’unico innesto necessario per vincere di nuovo: Arjan veniva da Varese vantando il titolo di capocannoniere per due anni di fila, ed era una fredda macchina da punti che una volta accesa non si fermava più. E poi, come se non fosse bastato, il patron aveva ingaggiato, ma guarda!, anche Big O – come a dire: oh, e questo è un altro regalino che vi faccio, bimbi viziati che altro non siete. Una roba forse mai vista, un continuo lustrarsi gli occhi, puntualmente continuato durante la partita. Anche questa senza storia: a guardarla, pareva che la difesa fosse stata abolita dal regolamento; ma d’altro canto era un susseguirsi di “numeri” da esibizione: perfino Ricky Morandotti trovava modo di esaltarsi, e la macchina da guerra continuava a fregiarsi dei pezzi degli anni precedenti – Carera, Coldebella, le ultime fiammate di Brunamonti, eccetera. Ma nel palcoscenico di quell’incontro uno solo fu il protagonista totale: Big O. Non lo si poteva neanche avvicinare: ti bruciava anche soltanto sfiorandoti. Sbagliò solo un paio di tiri, non di più. Certo un solista, ma eccezionale: uno a cui dovevi affidare la palla tutte, ma proprio tutte le volte; o almeno tale era l’impressione. Il monologo della squadra di casa (nel palazzo di Casalecchio ancora fresco di costruzione), interrotto solo da quel noiosone di Pittis che si era messo a giocare solo quando non serviva più, si concluse con una ventina di punti di vantaggio. Iniziò per me, in estasi, la fase successiva dell’Homer-feto: volteggiavo nel mio utero, canticchiando e pensando: “Che sballo! Dai dai, che continua!”.
Non continuò. La Bologna bianconera e Treviso, ben prima della fine di quella stagione, se lo presero in bisaccia entrambe, visto che in finale andarono la Bologna biancoblù e l’”Olimpiona” di Tanjevic, Blackman e Bodiroga (autore di “the shot” negli ultimi secondi, con tutti i presenti nel palazzetto che volevano prenderlo per i pantaloncini, nulla potendo Pilutti). Komazec aveva male dappertutto, anche in testa; gli “anziani” non potevano marciare più come fino a poco prima. E fatalmente anche Big O si lasciò trascinare: chi glielo faceva fare, dopotutto?
Mi ritrovai fuori dall’utero quasi senza accorgermene; lo strappo non fu fastidioso: la vita dopo sì, soprattutto per colpa mia, che avevo scelto la via ma non la percorrevo, semplicemente vagolandoci sopra. Il cammino mi sembrava brutto, non invogliava, ma ormai c’ero finito e non avevo voglia di tornare indietro; e la meta vaga e lontana al punto che non potevo permettermene neanche un’idea, sempre che la desiderassi. Perché in quella sorta di motel in subbuglio che era la mia testa avrebbe soggiornato, ancora per molto, l’immagine di Big O trionfante nella Supercoppa del 1995. Imbracciava il “trofeo” che il Signor Ferrero tributava al miglior giocatore: un barattolone di Nutella di dimensioni tali da poter essere usato al circo dai clown. Ed è così che voglio ricordarlo adesso, Orlando, ultimo baluginio di tutta questa – scusatemi – pippona, a illuminare seppur fiocamente una strada, la mia, che a distanza di tempo resta insidiosa, non poetica, certo indegna di essere percorsa da Charlot e dalla sua accompagnatrice alla fine del film, quando si allontanano dandoci le spalle e l’obiettivo pian piano si restringe fino ad oscurare tutto.

Baluginii – 2. Plaza de Los Tres

Ogni tanto mi diverto a ricordarla com’era qualche tempo fa, Plaza de Los Tres. I porfidi sconnessi resistevano a malapena nel suo pavé, neanche si dovesse correre la ParigiRubè, e i filobus si facevano largo a fatica tra la folla soprattutto estiva da raccogliere sulle pedanacce di pietra sui lati lunghi, a destra e a sinistra. Di notte, poi, gli impavidi reduci dalle gozzoviglie lasciavano le macchine sparse al centro, in pieno sprezzo di un divieto di transito che c’era e non c’era, perlomeno non era così netto; comunque la pasta da Dovesi faceva pur sempre parte di un rituale sacrosanto, e chissà che le autorità a tal proposito non chiudessero un occhio…ma sì…
Un giorno di fine 1998 ce la ritrovammo tutta transennata, e in breve fu trasformata in un cantiere a cielo aperto, inaccessibile come una zona militare, inespugnabile dai ciclisti vecchi e giovani che dovevano baipassarla intasando le vie laterali. Gli autoctoni tornarono alle loro vasche dopo un annetto, quando i lavori finirono e la piazza era stata svuotata e messa a nudo, poi di nuovo riempita. Furono in molti, guardando il risultato, a storcere il naso. Da allora la vista non è più mutata: una spianata di cemento ha reso il pavé liscio e regolare, tanto che sulle prime faceva certo effetto girarci in bici attaccati al sellino, senza scossoni. I porfidi sono rimasti nel mezzo, ben incastrati, usati per ottenere la raffigurazione di un sole che estende i suoi raggi sull’incrocio tra cardo e decumano. Sono stati piantati, con inquietante regolarità architettonica, alcuni lampioni al neon dall’inspiegabile forma cilindrica. Non il massimo del romanticismo, ma i progettisti ci hanno lo stesso piazzato accanto delle rozze panchine senza schienale, e gli innamorati (posto che esistano ancora) e i barboni sono serviti: avete pure dove sedervi, cosa volete di più. Ma, e qui parlo a te, viandante che rimiri la piazza col sopracciglio alzato, forse non è il caso di essere troppo severi. Agli orrendi lampioni ci si abitua, come a tante altre brutture estetiche su questa terra. E, a ben vedere, le caratteristiche più amate in questo salottino sempre aperto sono rimaste integre e riconoscibili: la Torre dell’Orologio, la Cappella dei Paolotti con le bancarelle di fiori e piante a poca distanza, i negozi sotto gli scarsi metri di portico che Rimini può vantare, la “Galleria Giulio Cesare” su cui a breve tornerò. E poi…beh, magari la statua di Giulio Cesare non farà proprio gridare “Perché non parli!?”: ad ogni modo è là, sul confine, a sogguardare la scena con discrezione. A noi alla fin fine importa che la pasta delle quattro e passa del mattino resti unta e sacrosanta, come ho detto prima. Questo è davvero importante. Probabilmente, per molti la vita cambierà il brutto giorno (anzi, la brutta notte) in cui Dovesi non potrà più soddisfare gli sfizi dolciari dei “reduci” (da cosa? da tutto). In effetti, qualcosa del genere avvenne nell’inverno 1999-2000, quando il bar chiuse a sua volta per lavori e, di sera, a battere gli spazi vuoti della piazza furono solo le folate di vento. Perfino le botteghe natalizie del croccante, perfino le tre storiche edicole (come non citarle) costruite a due passi l’una dall’altra non riuscirono a completare degnamente la panoramica.  In Plaza De Los Tres (come la chiamava una mia amica argentina accolta una vita fa da queste contrade in cui ha messo su famiglia), davanti alla vetrina di Max Mara e incastonate nella pavimentazione, brillano imperiture tre lampadine al neon, tre come i martiri che consumarono il loro sacrificio in quel punto il 16 agosto 1944. L’inizio di Via IV Novembre è contrassegnato da una colonna tozza su cui i turisti stranieri salgono a riposare le chiappe chiare; in verità avrebbe il compito di segnalare che Giulio Cesare, sempre lui, avrebbe rivolto un discorso ai suoi legionari giusto lì. E forse non interesserà a nessuno ma lassù, accanto all’orologio che ci sovrasta e che fa da sfondo a tanti appuntamenti ogni giorno, viveva una ragazza che nelle sere estive si avvolgeva nelle coperte cercando inutilmente di addormentarsi. Ai rintocchi che segnano le ore, infatti, era perfettamente abituata: ma al pianobar del caffè all’aperto, dirimpettaio di Dovesi, proprio no. Il cantante urlava al mondo quanto fosse doloroso perdere l’amore, maledetta sera! e fino all’una almeno non c’era verso di consolarlo.
Sostare davanti alla bacheca di Sergio era come ammirare le giostre nel paese dei balocchi, per noi lucignoli. Sin da quando avevamo uso della memoria Sergio gestiva la Galleria, piantata come un chiodo nel cuore del cuore della città, cui si accede tuttora attraversando un piccolo passaggio che parte da un altrettanto minuscolo uscio sotto il portico lato-monte della Plaza. Anni fa la Galleria era il mio scolatoio ufficiale, ben diverso dal luogo che attualmente mi ospita, col barista che ti saluta dicendo “ammazzati”. In Galleria non ci doveva mettere piede chi soffriva di claustrofobia: un locale obiettivamente angusto, con pochi coperti, sistemazioni comode e luci soffuse che ti portavano dritto all’abbiocco se la giornata era stata particolarmente faticosa. Un posto che non mi somigliava affatto, poco ma sicuro; ma a noi non dispiaceva perché ai tempi ci stuzzicava il beveraggio diverso dal consueto. Noi frequentatori ci distinguevamo dagli avventori casuali per un primo semplice motivo: non perdevamo nemmeno due secondi a studiare la carta delle birre internazionali propinataci dal cameriere. Ci eravamo cascati qualche volta, all’inizio: il cameriere annotava le nostre ordinazioni per poi tornare indietro e dire: “mi dispiace, non ce l’abbiamo”. Realizzammo così che il metodo migliore era piazzare il naso a un centimetro dalla bacheca di cui sopra, dentro la quale si trovavano, imbottigliati, i nettari d’abbazia più desiderabili, il cui consumo spesso comportava esborsi più alti del normale. Ma, personalmente, questi ultimi erano pienamente giustificati se sul tavolo poi finivano “articoli” come la “San Bernardus Tripel” e la “Thomas Hardy’s Ale” (potente, liquorosa, servita in un bicchiere simile a quello del brandy, che ci divertivamo a riempire e a roteare per poi proclamare: “Ah, la tauromachia!”). Quindi decidevamo cosa far tirare fuori dalla vetrina e lo dicevamo a Sergio, che intanto stazionava a mescere dietro il bancone.
Sergio non ha mai tenuto ad essere simpatico a tutti i costi agli occhi della clientela: noi però non lo giudicavamo da questo punto di vista, quanto sotto il profilo della passione – visibile, innegabile – nella gestione della Galleria. A un certo punto prendemmo a chiamarlo “Barone Birra” e poi solo “Barone”; per noi era un omaggio doppio: a lui ma anche all’Homer Simpson distillatore clandestino d’alcol. Non sapevamo se la cosa facesse piacere a Sergio: probabilmente no, visto che non gli sarebbe dispiaciuto, di contro, essere identificato come “Mastro Birraio”, anche se di suo non produceva nulla. Non avrebbe sfigurato in un’abbazia, magari, per via della barba incolta che ogni tanto sfoggiava.
Non era detto che l’approccio con Sergio dovesse essere all’insegna della gradevolezza, soprattutto quando era lui a portare le bottiglie al tavolo. Le poggiava, assieme al relativo bicchiere, poi si allontanava giusto di qualche passo, in modo tale da poter guardare il seguito. Da quel momento, infatti, Sergio era in grado di valutare la bontà del cliente, se fosse cioè degno di consumare nel suo locale. Di solito, il neofita prendeva la bottiglia e versava la birra nel bicchiere tenuto con l’altra mano, ma facendola scorrere contro la parete. Grave, grave, gravissimo errore, da matita blu. Sergio tornava al tavolo e interrompeva ogni conversazione tra gli avventori con la sua sola presenza, tutt’a un tratto inquietante (aggettivo che senz’altro mal si confaceva, dato il suo sembiante non certo slanciato, avvolto spesso da un variopinto camicione hawaiano). Poi toglieva bicchiere e bottiglia di mano allo sciagurato, mettendosi a dispensare sapienza: il primo era tenuto fermo sul tavolo, e dalla seconda faceva venir giù un fiotto secco, da un’altezza che sembrava sproporzionata, cosicchè la schiuma riempiva subito per tre quarti la sua nuova casa di vetro. Il cliente restava lì ipnotizzato, ma anche paralizzato dal terrore di obiettare che in quel modo gli sarebbe toccato aspettare un quarto d’ora prima di bere. Ma: “COSI’ si versa la birra, qui dentro”, sottolineava Sergio. Poi, allontanandosi, aggiungeva: “….e ravvivala, fai un rabbocco ogni tanto!”, senza porsi il problema che la lezioncina fosse apprezzata o meno. Noialtri, che avevamo beccato la nostra razione molto tempo prima, sorridevamo della scena e mettevamo in pratica i precetti del Barone, fingendo di bearci del risultato (“Eh, sì, tutta un’altra cosa, versata così”).
Sergio era uno che, se gli ordinavi un fragolino era capace di risponderti seccamente: “No”. Magari avevi la tentazione, dopo quel morso da black mamba, di chiedere il perché del rifiuto. “L’ho assaggiato e fa schifo”, rispondeva. “Da’ retta, non te lo do”.
Sergio era uno che se sparecchiava un tavolo di ragazze – e una del gruppo si attaccava allo schienale per fargli spazio e lasciargli portar via i vuoti, così mettendo in evidenza il proprio benessere pettoruto – buttava lì per lì una granata sotto forma di battuta: “no grazie, sono sposato”.
Sergio era capace di magnificare i “propri” prodotti, com’era giusto che fosse: poi, se volevi una birra alla spina, non solo ti propinava la Warsteiner, cioè una delle tedesche più infami, ma te la preparava in modo tale che l’impatto col fondo del bicchiere la facesse schizzare in alto come il vapore da un geyser: gasata quant’altre mai, quindi, e tale si manteneva per svariati minuti, con effetto aspirina effervescente. E noi desistevamo dal farglielo notare, ché tanto lui avrebbe trovato un artificio per rappresentare che eravamo noi a essere ignoranti.
Insomma uno un po’ speciale, Sergio, che se ne andò all’età di cinquantasei e tu lo imparasti dall’sms di un amico alla fine di una domenica pomeriggio trascorsa a guastarti di tartufo, funghi e vin brulè sulle dolci alture della nuova provincia, in letizia. Va bene, il particolare non c’entra molto, ma non sapevo come rendere il brusco cambio di scena con ogni dubbio che ne consegue sulla riuscita.
Questa la bevo per te, Barone. Ma sia chiaro: me la verso come mi pare, ok?

Baluginii – 1. Venusian

Anche adesso che le rampe di scale e le aule teatro dei nostri incontri non sono più quelle di una scuola (le strade professionali si sono finalmente incrociate, dopo svariate peripezie), mi viene ancora da salutarlo con quel nomignolo, Poldo, che chi si ricorda più come nacque e si diffuse: forse apparteneva in origine a un contadino del fondo accanto alla sua casa di campagna. Ma per me è impagabile, appena tagliato l’angolo, scrutare la faccia del suo malcapitato interlocutore che prima trangugia un po’ di sbigottimento e poi non può evitare di chiedergli: “Com’è che ti ha chiamato, lui là?”.
Abbiamo condiviso tanti momenti, forse nessuno propriamente spensierato perché i nostri erano neuroni all’ammasso, animati non da cattiveria ma da cattiva volontà, con le sciagurate e immaginabili conseguenze. Ci differenziava, ma al tempo stesso univa, l’atteggiamento verso il senso di dignità e responsabilità che gli adulti cercavano di inculcare: se il mio era molto labile, lui non se ne lasciava nemmeno avvicinare; ma il cocktail funzionava. Avete presente l’amico (di solito uno è ed uno resta) che nelle sere primaverili in cui sei rassegnato a stare in casa ti suona al campanello senza preavviso, ti carica sul booster, si ferma a comprare un six-pack di birra infame (scusate ma “pacco da sei” non rende) dal pakistano compiaciuto e infine ti recapita sui colli, da dove vedi il primo ma distinto baluginare di luci cittadine tra l’autostrada e il mare in lontananza, il tutto unicamente per parlare “un’oretta” – nelle intenzioni, perché il tempo finisce per dilatarsi a dismisura – di ciò che va e non va nella vita? Ecco, Poldo era decisamente l’amico del genere, a formare un sodalizio in cui alla fine non si sa chi è Pinocchio e chi Lucignolo: la via verso lo sfacelo è tracciata, è lì davanti, e arrivarci per primo, per secondo o a braccetto poco importa. Ad esempio. A causa di meccanismi burocratici legati alla vicinanza alfabetica dei nostri cognomi, affrontavamo insieme alla AUSL le visite mediche in vista della “tre-giorni”. Uscivamo dalla stanza del prelievo tenendo premuto un batuffolo contro l’incavo del braccio, ansiosi di mostrare il buco sulla vena alle ragazze schifiltose, e sulla soglia indugiavamo un secondo per emettere un gorgheggio tenorile, come per concludere un’aria lirica (“La-laaaaa!”), perché, perché…ci andava così, secondo i nostri istinti marci. Ci sedevamo un minuto su un muretto davanti all’ambulatorio e poco dopo già Poldo ammiccava: “Senti, te lo leggo in viso, so che stai smaniando per tornare subito a scuola” (godevamo di una sorta di permesso per l’occasione). Lui taceva, giocando a nascondere le sue carte; io, una sfinge. In realtà non avevo tutta ‘sta fretta, ma mi sembrava volesse che recitassi la parte del bastian contrario. E quando credeva di dover insistere, o di rassegnarsi, d’un tratto gli concedevo: “OK, andiamo a tirare due stecche alla Venusian”, spiazzandolo. Termine ambivalente, “stecca”: edulcorava il concetto di bestemmia pur essendo ricollegato al biliardo, ovvero una delle attrazioni, assieme al ping-pong e ai trabiccoli dei videogiochi di guida, della stessa Venusian, la sala giochi a due piani ove si tenevano le riunioni del gran consiglio degli assenti delle prime e ultime ore. Al suo posto oggi c’è una profumeria, un’altra. Come ho detto a proposito del Vicolo Battarra, quanto a densità nel centro cittadino rivaleggiano con gli studi legali e le botteghe dei “compro oro”; e finiranno a contendersi lo spazio anche con le filiali delle assicurazioni e delle banche (l’apertura di queste ultime, peraltro, pare direttamente proporzionale al galoppare della crisi. Segno dei tempi o più probabilmente, trattandosi di mie considerazioni, economia d’accatto).
Mentre scrivo, l’irresponsabilità gli resta latente: attraversa le azioni di Poldo come fosse una scossa elettrica, sotto pelle. Certo, le gite in booster non le impone più, ma a parlare di cosa va o non va nella vita, si tratti di professione, guadagni o donne, facciamo sempre a tempo.
L’altro giorno in ufficio, erano tipo le tre del pomeriggio, avevo finito un atto e non ne potevo più, ma di lì a poco dovevo ricevere, e nel frattempo non sapevo che cazzo fare. Così mi son messo a gironzolare, ho notato un computer in stand-by nella stanza accanto e sono andato su Internet. Volevo guardare qualche video…interessante – mica scaricare, solo guardare. Ecco. Ho aperto il filmato – l’audio del P.C. era azzerato; tanto meglio – e me lo sono goduto in pace solitaria. Alla fine ho spento tutto e sono uscito dalla stanza: avevano tutti facce stranite, nessuno spiccicava parola. Qualcosa mi ha trattenuto dal chiedere spiegazioni su quell’atmosfera tesa, ho badato solo a non lasciarmene contagiare: anche e soprattutto a fine giornata, quando ho scoperto che quel computer funzionava con casse blue-tooth e soprattutto che qualche anima empia le aveva dimenticate, accese a volume immane, nella saletta di attesa, alla presenza dei clienti. Per alcuni secondi dunque, e prima di essere tacitate a suon di pugni sui pulsanti, le esternazioni delle ‘bionde porcone col fuoco al culo’ erano a mia insaputa rimbalzate contro ogni parete dello studio“.
Gli imberbi “Sdraiati” di Michele Serra parlerebbero di “epic fail”, ma senza rendere l’idea. “Sei il solito imbecille”, come commento a corredo, sarebbe molto più adatto se non provenisse da un pulpito, il mio, ben lungi dall’essere giusto.
Il gorgo della ricreazione perpetua è sempre pronto a risucchiare gli improvvidi. Sì, meglio concludere così, anche se non tornerà più l’antico baluginare: distante quello della città vista dal colle; vicino, quasi a contatto di faccia, quello delle Marlboro rosse di Poldo prima che lui le abbrustolisse fino al filtro con poche boccate, tra un discorso e l’altro, e le facesse volar via con un gesto secco, da avambracci solcati da vene inquiete.