Baluginii – 2. Plaza de Los Tres

Ogni tanto mi diverto a ricordarla com’era qualche tempo fa, Plaza de Los Tres. I porfidi sconnessi resistevano a malapena nel suo pavé, neanche si dovesse correre la ParigiRubè, e i filobus si facevano largo a fatica tra la folla soprattutto estiva da raccogliere sulle pedanacce di pietra sui lati lunghi, a destra e a sinistra. Di notte, poi, gli impavidi reduci dalle gozzoviglie lasciavano le macchine sparse al centro, in pieno sprezzo di un divieto di transito che c’era e non c’era, perlomeno non era così netto; comunque la pasta da Dovesi faceva pur sempre parte di un rituale sacrosanto, e chissà che le autorità a tal proposito non chiudessero un occhio…ma sì…
Un giorno di fine 1998 ce la ritrovammo tutta transennata, e in breve fu trasformata in un cantiere a cielo aperto, inaccessibile come una zona militare, inespugnabile dai ciclisti vecchi e giovani che dovevano baipassarla intasando le vie laterali. Gli autoctoni tornarono alle loro vasche dopo un annetto, quando i lavori finirono e la piazza era stata svuotata e messa a nudo, poi di nuovo riempita. Furono in molti, guardando il risultato, a storcere il naso. Da allora la vista non è più mutata: una spianata di cemento ha reso il pavé liscio e regolare, tanto che sulle prime faceva certo effetto girarci in bici attaccati al sellino, senza scossoni. I porfidi sono rimasti nel mezzo, ben incastrati, usati per ottenere la raffigurazione di un sole che estende i suoi raggi sull’incrocio tra cardo e decumano. Sono stati piantati, con inquietante regolarità architettonica, alcuni lampioni al neon dall’inspiegabile forma cilindrica. Non il massimo del romanticismo, ma i progettisti ci hanno lo stesso piazzato accanto delle rozze panchine senza schienale, e gli innamorati (posto che esistano ancora) e i barboni sono serviti: avete pure dove sedervi, cosa volete di più. Ma, e qui parlo a te, viandante che rimiri la piazza col sopracciglio alzato, forse non è il caso di essere troppo severi. Agli orrendi lampioni ci si abitua, come a tante altre brutture estetiche su questa terra. E, a ben vedere, le caratteristiche più amate in questo salottino sempre aperto sono rimaste integre e riconoscibili: la Torre dell’Orologio, la Cappella dei Paolotti con le bancarelle di fiori e piante a poca distanza, i negozi sotto gli scarsi metri di portico che Rimini può vantare, la “Galleria Giulio Cesare” su cui a breve tornerò. E poi…beh, magari la statua di Giulio Cesare non farà proprio gridare “Perché non parli!?”: ad ogni modo è là, sul confine, a sogguardare la scena con discrezione. A noi alla fin fine importa che la pasta delle quattro e passa del mattino resti unta e sacrosanta, come ho detto prima. Questo è davvero importante. Probabilmente, per molti la vita cambierà il brutto giorno (anzi, la brutta notte) in cui Dovesi non potrà più soddisfare gli sfizi dolciari dei “reduci” (da cosa? da tutto). In effetti, qualcosa del genere avvenne nell’inverno 1999-2000, quando il bar chiuse a sua volta per lavori e, di sera, a battere gli spazi vuoti della piazza furono solo le folate di vento. Perfino le botteghe natalizie del croccante, perfino le tre storiche edicole (come non citarle) costruite a due passi l’una dall’altra non riuscirono a completare degnamente la panoramica.  In Plaza De Los Tres (come la chiamava una mia amica argentina accolta una vita fa da queste contrade in cui ha messo su famiglia), davanti alla vetrina di Max Mara e incastonate nella pavimentazione, brillano imperiture tre lampadine al neon, tre come i martiri che consumarono il loro sacrificio in quel punto il 16 agosto 1944. L’inizio di Via IV Novembre è contrassegnato da una colonna tozza su cui i turisti stranieri salgono a riposare le chiappe chiare; in verità avrebbe il compito di segnalare che Giulio Cesare, sempre lui, avrebbe rivolto un discorso ai suoi legionari giusto lì. E forse non interesserà a nessuno ma lassù, accanto all’orologio che ci sovrasta e che fa da sfondo a tanti appuntamenti ogni giorno, viveva una ragazza che nelle sere estive si avvolgeva nelle coperte cercando inutilmente di addormentarsi. Ai rintocchi che segnano le ore, infatti, era perfettamente abituata: ma al pianobar del caffè all’aperto, dirimpettaio di Dovesi, proprio no. Il cantante urlava al mondo quanto fosse doloroso perdere l’amore, maledetta sera! e fino all’una almeno non c’era verso di consolarlo.
Sostare davanti alla bacheca di Sergio era come ammirare le giostre nel paese dei balocchi, per noi lucignoli. Sin da quando avevamo uso della memoria Sergio gestiva la Galleria, piantata come un chiodo nel cuore del cuore della città, cui si accede tuttora attraversando un piccolo passaggio che parte da un altrettanto minuscolo uscio sotto il portico lato-monte della Plaza. Anni fa la Galleria era il mio scolatoio ufficiale, ben diverso dal luogo che attualmente mi ospita, col barista che ti saluta dicendo “ammazzati”. In Galleria non ci doveva mettere piede chi soffriva di claustrofobia: un locale obiettivamente angusto, con pochi coperti, sistemazioni comode e luci soffuse che ti portavano dritto all’abbiocco se la giornata era stata particolarmente faticosa. Un posto che non mi somigliava affatto, poco ma sicuro; ma a noi non dispiaceva perché ai tempi ci stuzzicava il beveraggio diverso dal consueto. Noi frequentatori ci distinguevamo dagli avventori casuali per un primo semplice motivo: non perdevamo nemmeno due secondi a studiare la carta delle birre internazionali propinataci dal cameriere. Ci eravamo cascati qualche volta, all’inizio: il cameriere annotava le nostre ordinazioni per poi tornare indietro e dire: “mi dispiace, non ce l’abbiamo”. Realizzammo così che il metodo migliore era piazzare il naso a un centimetro dalla bacheca di cui sopra, dentro la quale si trovavano, imbottigliati, i nettari d’abbazia più desiderabili, il cui consumo spesso comportava esborsi più alti del normale. Ma, personalmente, questi ultimi erano pienamente giustificati se sul tavolo poi finivano “articoli” come la “San Bernardus Tripel” e la “Thomas Hardy’s Ale” (potente, liquorosa, servita in un bicchiere simile a quello del brandy, che ci divertivamo a riempire e a roteare per poi proclamare: “Ah, la tauromachia!”). Quindi decidevamo cosa far tirare fuori dalla vetrina e lo dicevamo a Sergio, che intanto stazionava a mescere dietro il bancone.
Sergio non ha mai tenuto ad essere simpatico a tutti i costi agli occhi della clientela: noi però non lo giudicavamo da questo punto di vista, quanto sotto il profilo della passione – visibile, innegabile – nella gestione della Galleria. A un certo punto prendemmo a chiamarlo “Barone Birra” e poi solo “Barone”; per noi era un omaggio doppio: a lui ma anche all’Homer Simpson distillatore clandestino d’alcol. Non sapevamo se la cosa facesse piacere a Sergio: probabilmente no, visto che non gli sarebbe dispiaciuto, di contro, essere identificato come “Mastro Birraio”, anche se di suo non produceva nulla. Non avrebbe sfigurato in un’abbazia, magari, per via della barba incolta che ogni tanto sfoggiava.
Non era detto che l’approccio con Sergio dovesse essere all’insegna della gradevolezza, soprattutto quando era lui a portare le bottiglie al tavolo. Le poggiava, assieme al relativo bicchiere, poi si allontanava giusto di qualche passo, in modo tale da poter guardare il seguito. Da quel momento, infatti, Sergio era in grado di valutare la bontà del cliente, se fosse cioè degno di consumare nel suo locale. Di solito, il neofita prendeva la bottiglia e versava la birra nel bicchiere tenuto con l’altra mano, ma facendola scorrere contro la parete. Grave, grave, gravissimo errore, da matita blu. Sergio tornava al tavolo e interrompeva ogni conversazione tra gli avventori con la sua sola presenza, tutt’a un tratto inquietante (aggettivo che senz’altro mal si confaceva, dato il suo sembiante non certo slanciato, avvolto spesso da un variopinto camicione hawaiano). Poi toglieva bicchiere e bottiglia di mano allo sciagurato, mettendosi a dispensare sapienza: il primo era tenuto fermo sul tavolo, e dalla seconda faceva venir giù un fiotto secco, da un’altezza che sembrava sproporzionata, cosicchè la schiuma riempiva subito per tre quarti la sua nuova casa di vetro. Il cliente restava lì ipnotizzato, ma anche paralizzato dal terrore di obiettare che in quel modo gli sarebbe toccato aspettare un quarto d’ora prima di bere. Ma: “COSI’ si versa la birra, qui dentro”, sottolineava Sergio. Poi, allontanandosi, aggiungeva: “….e ravvivala, fai un rabbocco ogni tanto!”, senza porsi il problema che la lezioncina fosse apprezzata o meno. Noialtri, che avevamo beccato la nostra razione molto tempo prima, sorridevamo della scena e mettevamo in pratica i precetti del Barone, fingendo di bearci del risultato (“Eh, sì, tutta un’altra cosa, versata così”).
Sergio era uno che, se gli ordinavi un fragolino era capace di risponderti seccamente: “No”. Magari avevi la tentazione, dopo quel morso da black mamba, di chiedere il perché del rifiuto. “L’ho assaggiato e fa schifo”, rispondeva. “Da’ retta, non te lo do”.
Sergio era uno che se sparecchiava un tavolo di ragazze – e una del gruppo si attaccava allo schienale per fargli spazio e lasciargli portar via i vuoti, così mettendo in evidenza il proprio benessere pettoruto – buttava lì per lì una granata sotto forma di battuta: “no grazie, sono sposato”.
Sergio era capace di magnificare i “propri” prodotti, com’era giusto che fosse: poi, se volevi una birra alla spina, non solo ti propinava la Warsteiner, cioè una delle tedesche più infami, ma te la preparava in modo tale che l’impatto col fondo del bicchiere la facesse schizzare in alto come il vapore da un geyser: gasata quant’altre mai, quindi, e tale si manteneva per svariati minuti, con effetto aspirina effervescente. E noi desistevamo dal farglielo notare, ché tanto lui avrebbe trovato un artificio per rappresentare che eravamo noi a essere ignoranti.
Insomma uno un po’ speciale, Sergio, che se ne andò all’età di cinquantasei e tu lo imparasti dall’sms di un amico alla fine di una domenica pomeriggio trascorsa a guastarti di tartufo, funghi e vin brulè sulle dolci alture della nuova provincia, in letizia. Va bene, il particolare non c’entra molto, ma non sapevo come rendere il brusco cambio di scena con ogni dubbio che ne consegue sulla riuscita.
Questa la bevo per te, Barone. Ma sia chiaro: me la verso come mi pare, ok?

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7 pensieri su “Baluginii – 2. Plaza de Los Tres

  1. Grazie Paolo, epperò tu stammi allegro, eh? 😉 ah, non credere, passo sempre da te…ma a volte non trovo le parole migliori per commentarti. Mi limito a berti come un buon whisky, placidamente seduto in salotto 🙂

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  2. O una buona birra, perché no? (arrivano giorni caldi…) E a me va bene così. Saperti fra le mie pagine mi fa assai piacere.
    Non ti preoccupare che io sono allegro, “up”. Se scrivo, in genere, è perché sono in una buona fase o a valle di qualcosa. Ciò che scrivo può essere un po’ fosco e lugubre o disincantato o amaro. Ciò non vuol dire che io non stia bene. Anzi, come tu ben sai, probabilmente “buttare fuori” fa parte di quello star meglio.

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  3. Ed è un “contrasto” molto apprezzabile il tuo – tra lo stato d’animo e il fosco che appare nel blog, intendo. Lo stato d’animo di chi “crea” meriterebbe un trattato a parte. Secondo Cechov, non bisognerebbe affrontare la pagina bianca se non quando si è “freddi come il ghiaccio”…ma chi ce la fa?

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  4. Interessante, molto, hai ragione. Meriterebbe approfondimento a parte. E’ vero che si scrivono pagine a caldo, pagine impellenti, parole irrefrenabili, accorate. Anche molto belle, certo. Vere, non pensate, non dirette. Non consapevolmente, almeno. Ma, forse, quando si scrive nel tempo e nel luogo del “poi”, con una visione diversa, un po’ distaccata, un po’ più fredda (pare a volte di avere il “cuore in inverno”, nel trascrivere, analizzare, portare alla luce; gelido, appunto, perché affrancato dall’impellenza, chirurgico nell’aprire la ferita, affrontare e affondare il colpo…); una visione affatto dimentica, bensì lucida… Ebbene, lì forse, maggiori equilibrio, ponderazione, consapevolezza… consentono di mettere le cose al loro posto. Di contemplarle e descriverle con armonia e efficacia…
    Ma questa è forse solo teoria. Senno di poi, chiacchiera sterile.
    Chi scrive, e lo fa bene, vive, fa vivere.
    Ecco. Ecco perché “il Poldo”, e anche “Sergio” (si sarebbe letto con grande, compiaciuto divertimento) – i veri osti sono così – conto proprio di vederli tornare a riempire e impressionare qualche altra tua pagina.

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  5. Grazie Paolo 🙂 …però alle mie latitudini non troverai la “bellezza maestosa che brilla nel sangue lombardo”. Quindi, da me, “il Poldo” non lo leggerai mai 😉 L’articolo qui lo ammettiamo solo quando sono le donne a essere tirate in ballo.

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