La stanza dei belli (V)

I nomignoli tirati in ballo da Daniele appartenevano a un paio di colleghi con cui avevo avuto non lievi, e pubblici, scambi di vedute.
La Fatina era così detta perché a settant’anni anni continuava a imbellettarsi e fasciarsi come una pin up, finendo per sfigurare anche come candidata al titolo di “miss nonna bagnata”. Di Panama, ancora più vecchio, è facile intuire quale fosse il copricapo preferito, che non avrebbe tolto nemmeno per parlare al presidente della repubblica. Inoltre, aveva riflessi lentissimi (guai a tenergli aperta una porta: ci sarebbe passato non prima di dieci minuti) e foreste subtropicali lasciate voluttuosamente crescere sui lobi e nelle narici. Daniele non li aveva citati a caso, quei due: così lo presi per la manina e lo condussi sul sentiero che desiderava.
“La Fatina è un caso scolastico di collega da cui guardarsi. Prima tutta zucchero e miele, sbattere di occhioni e boccuccia a cuore: ‘ma sì, ma figurati, nessun problema’…poi davanti al giudice ti fa mille questioni e ti contesta tutto, anche quella puttana di sua sorella. Tant’è. L’unica volta che me la sono trovata tra i piedi in udienza – la Fatina, non la puttana di eccetera – credo di aver ottenuto un bello sconto sul purgatorio, o direttamente la dannazione eterna, chi lo sa. Tanto per cominciare, usa andare in aula prestissimo, quando non è neanche accesa la luce, per cui te la ritrovi seduta al buio, a spulciare il fascicolo della tua causa, anche quando non c’è che da chiedere un rinvio; il che non predispone mai bene l’avversario: io, nel caso specifico. Uh, mi perdoni il presente storico, vero? Ah, no? Fregauncazzo. Dicevo: la raggiungo, mi saluta, poi sussurra, quasi imbarazzata: ‘…guarda, oggi devo fare una contestazione sul contenuto della tua memoria…c’è una frase che sinceramente non mi sta bene, per cui chiederò che venga eliminata ai sensi dell’89…’. L’89 è l’articolo del codice di procedura che prevede la cancellazione dagli atti di causa di ‘espressioni sconvenienti’: mai visto applicato, personalmente, perché vuol dire che si è arrivati agli insulti reciproci; per cui la squadro come Vitangelo Moscarda dopo che la moglie, nel Gran Libro, gli fa notare che il naso gli pende verso destra…”
Fai scoppiare quella risata, Daniele, non resistermi. Tu l’hai voluto; sei in mio potere.
Niente, eh? Bastardo.
“…Vado al passaggio incriminato. Cosa avevo scritto? Che la mia controparte, nell’esporre la propria tesi, aveva ‘giocato a mischiare le carte’. E poi? Null’altro. Abbasso il foglio e guardo la Fatina con aria di totale compatimento. Riprende a lamentarsi di come si sia sentita offesa, ‘posso aver torto, ma non mischio mai le carte, caro collega, mai!!!’, e sopprimo quel che sta per uscirmi di bocca, ovvero: ‘hai ragione cara, avrei dovuto essere più chiaro e specificare che hai scritto delle grandissime puttanate: tali sono!’. Figuriamoci, io sono stato destinatario di invettive molto simili a quelle usate da Joe Pesci nei panni del Cugino Vincenzo (‘il mio collega dice un mucchio di s-cionzate!!!’) e mica mi sono lamentato. Quando ci si scontra, si tratti di una briscola o del processo Moro, si fa di tutto per vincere, anche screditarsi a vicenda, a mezzo passo dal confine con l’insolenza; dopo si va tutti al bar e ci si offre il caffè: ipocrita ma così è. Io, con la Fatina, mi rifugio in un patetico ‘va be’, fai come ti pare’, e faccio male, perché accumulo, accavallo e somatizzo. Passiamo a verbalizzare: inizio io, finisce lei, al che – come si usa – prendo il foglio a protocollo per vedere il parto della sua mente malata. Mentre leggo, un dannato moscerino svolazza davanti alla mia faccia. Per non perdere il filo, caccio un soffio secco sull’uso bollo. L’esserino non va via: serve un altro sbuffo. Il moscerino si allontana, cerco di concentrarmi di nuovo, ma me lo impediscono due paroline schizzate nel mio orecchio come le care, vecchie palline di carta sputazzate dalle penne bic usate a mo’ di ‘cerebottane’.
‘Ah, ridi?’ sento accanto a me; mi volto, e la Fatina mi fissa con i suoi occhioni già quasi del tutto acquosi, la faccia frantumata in arabeschi di rughe e sofferenza. Sempre più Vitangelo Moscarda, ribatto: ‘…e perché?’. Lei in realtà non mi sta a sentire, e continua, alzando la voce: ‘Ciò che scrivo ti fa ridere? Chi ti credi di essere, Galgano?’ – cioè l’autore dei testi sacri su cui si studia diritto civile da quarant’anni in qua. Ok, il mio sbuffare poteva in teoria e alla lontana essere scambiato per lo sforzo di chi cerca di trattenere una risata e non ci riesce, ma in quel momento non ce n’era motivo, davvero. Tutto inutile, la Fatina prende la ruzzola, e davanti ad altri colleghi e al giudice che nel frattempo era arrivato, proclama in lacrime di aver raccolto materiale sufficiente a farmi un esposto, stronzo che non ero altro. Non voglio fomentare la caciara, ma non posso neanche star lì a buscarle, così prendo il fascicolo di causa, lo sbatto davanti a lei, sul tavolo, sparpagliandole addosso tutti i documenti, e urlo ‘Piantala!’. Come spesso succede, gli occhi altrui si piantano su colui che ha sbraitato per ultimo e più forte, senza considerazione per chi ha iniziato e per quale ragione. Ottenuto il silenzio, mi gioco l’asso. ‘E vaffanculo, va’…’ dico alla Fatina, mentre il giudice a sua volta diventa viola, e ciò che mi ruggisce contro nemmeno lo sento perché ho già un piede sulla porta, ed è già tanto che non mi venga voglia di prendere sotto qualcuno con la macchina”.
Daniele tacque, ma dietro le lenti le sue palpebre frullavano come ali di colibrì. Segno che non era sazio.

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9 pensieri su “La stanza dei belli (V)

  1. La cerbottana mi fa morire! Noi le bic vuote le usavamo a scuola per quel giochino. E la cerbottana vera con i petroli appuntiti, io e mio fratello, la usavamo nascosti dietro gli angoli delle case; tiravamo ai passanti “per vedere l’effetto che fa”. 😊 certo quelle due paroline mi piacerebbe saperle. E anche vedere le palpebre di Daniele frullare come alucce (no, forse non è una bella vista).

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  2. …qui peraltro ho scritto “cerebottana”, con una “e” in più tra la “r” e la “b”: è più bello, non trovi? Come dire “gabina” al posto di “cabina” e “magazzeni” per “magazzini”….(ah, e le due paroline scatenanti sono proprio “ah, ridi?”, del capoverso successivo)

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  3. 😄 aha! Mia mamma dice “brisaola”, “abbordo” invece che aborto… e mia nonna diceva che certe persone hanno un certo “savoir fraiche”. Eh, ma povera Fatina…

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  4. “Abordo” l’ho sentito anch’io…e savoir fraiche è bello, ma pure “sa vutt fèr” (cioè “cosa vuoi fare?”) converrai che non è male. Il bon ton non è il dato peculiare di questa storia, ormai si sarà capito, ma per quello ci sono i film con Catherine Deneuve, o no? 😉

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  5. Scherzi?? Sono personaggi adorabili… 😊. A parte le battute, se ci si parlasse un po’ più chiaramente e meno formalmente molti ” fastidi” potrebbero essere evitati. Ne sto prendendo atto sempre di più anche sul mio lavoro. Io che di tempo ne ho ben poco, perderlo per insensati formalismi mi attorciglia le budella, oltre a mettermi una gran ansia. E mi sento pure oppressa. Ecco.

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  6. Hai ragione, ma l’unico, piccolo problema è che per esercitare quella maledetta professione devi disimparare a scrivere in Italiano: il primo passo verso lo sfacelo dei rapporti umani, prima ancora che di lavoro…

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  7. E pure il secondo passo. Comunque un ambiente che non fa per me, sul serio. ( Scusa, non sono affari miei ma a me il viso di “Me” ricorda qualcuno che ho già visto, forse solo di sfuggita. Che è ben strano perché io non sono fisionomista per niente. Magari mi sbaglio.)

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